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La scuola umiliata da questa finanziaria

Il decreto-legge 112 è di fatto il terzo provvedimento di natura fiscale che modifica, senza alcun confronto con il mondo della scuola e dell'università, aspetti anche ordinamentali di questi ambiti, senza che la Commissione competente possa andare oltre un parere consultivo, che non prevede la possibilità di presentare emendamenti.

Vi è anzitutto un problema di metodo: non si possono cambiare le regole della scuola italiana con un D.L. approvato dalle Camere ad inizio agosto con un voto di fiducia in entrambe. Per questo avevamo chiesto al relatore ed alla maggioranza in Commissione VII il coraggio di un parere negativo, che non avrebbe prodotto nessuna variazione al percorso del provvedimento, ma avrebbe testimoniato che chi rappresenta nel Parlamento italiano docenti, famiglie e studenti avverte la responsabilità di difendere e promuovere l'immagine, la professionalità e le competenze della scuola e delle università italiane. Avevamo offerto come PD, al momento dell'insediamento della Commissione, più che un dialogo un patto educativo di legislatura sui saperi in questo Paese.

Possiamo ancora timidamente sperare che questo percorso abbia un futuro quando nel parere favorevole al D.L. 112 si legge a proposito di centinaia di tagli nelle classi di scuola primaria e nei Comuni montani: “viene giudicato positivamente che il ridimensionamento della rete scolastica dovrà avere anche la finalità di migliorare la fruizione dell'offerta formativa e che nel caso di chiusura o accorpamento di scuole situate in piccoli comuni, lo Stato, le Regioni e gli enti locali dovranno individuare misure per ridurre il disagio degli utenti”.

Ma cosa ritengono di poter dire i colleghi della Lega a questi Comuni, dove sono rappresentati in modo significativo sia tra i sindaci che tra i cittadini?

Ma penso sia evidente a tutti che il capitolo università abbia suscitato nell'opinione pubblica e nelle associazioni imprenditoriali e sociali sconcerto e proteste e spero sia solo casuale la campagna mediatica, falsa e diffamatoria, comparsa contro gli stipendi dei professori universitari, decisamente inferiori alla media europea, su giornali la cui proprietà è notoriamente vicina a questo Governo, negli stessi giorni in cui è stato presentato il decreto. Come nei film, si auspica che ogni riferimento sia puramente casuale.

Le norme sotto accusa sono principalmente quelle relative al pesante taglio nei prossimi anni (oltre 1 miliardo di euro in meno sui 7 attuali) del fondo di finanziamento ordinario delle università statali, al blocco quasi totale del turnover (si potrà assumere una nuova persona per ogni cinque che siano andate in pensione), alla possibilità per le università pubbliche di trasformarsi in fondazioni di diritto privato.

E nessun commento è più chiaro di quanto dichiarato pacatamente in un'audizione in Commissione VII al Senato dal Presidente della Conferenza dei Rettori delle università italiane (CRUI), il Rettore professor Decleva: «La prospettiva che emerge chiaramente dalla Manovra è infatti quella di un sostanziale, progressivo e irreversibile disimpegno dello Stato dalle sue storiche responsabilità di finanziatore del sistema universitario nazionale, con ripercussioni che non potranno peraltro non riguardare anche gli Atenei non statali. Appare di particolare rilievo la presenza, nel decreto-legge in discussione, di un articolo che prevede la possibilità per le Università pubbliche (alle quali devono essere affiancate anche le Università non statali) di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, con l'evidente significato di prospettare una via alternativa, che non è peraltro percorribile, anche se si intendesse farlo, partendo da condizioni di dissesto e in assenza di altre garanzie. Non è comunque ammissibile che mutamenti di tanta portata del modello istituzionale e funzionale degli Atenei possano essere definiti frettolosamente e sull’onda di mere considerazioni di spesa, per di più tramite un decreto legge e con i conseguenti vincoli per la discussione parlamentare, presindendo da una visione d’insieme delle esigenze dell’intero sistema, considerato nelle sue specificità».

Egli ha poi sostenuto che: «Con i tagli prospettati, gli Atenei sono messi immediatamente in serissime difficoltà e arriveranno tutti, molto rapidamente, al dissesto. E non è pensabile che si possa affrontare responsabilmente un tema centrale e di valenza strategica per la vita del Paese come quello di una eventuale revisione istituzionale e organizzativa del sistema universitario sotto la minaccia del suo tracollo annunciato e inevitabile».

E in quest’ottica, dopo che il Ministro aveva annunciato con enfasi un «largo ai giovani meritevoli» nella scuola, non viene riconosciuta nessuna possibilità ai frequentanti il IX ciclo della Scuola di specializzazione per gli insegnanti della scuola secondaria superiore (SSIS) di accedere alle graduatorie di insegnamento in esaurimento e addirittura vengono annullate le iscrizioni al X ciclo. Di fatto, questo avviene perché all'articolo 64, relativo a disposizioni in materia di organizzazione scolastica, si prevede un piano di riduzione della spesa pari a 7 miliardi e 832 milioni di euro entro il 2012, e di tagli indiscriminati agli organici del personale di ben 87.000 posti di docenti e di 43.000 posti di operatori ATA.

Tale piano, per il quale non è prevista alcuna seria verifica di sostenibilità da parte delle istituzioni scolastiche, non solo compromette i livelli minimi di funzionalità delle scuole, ma disattende il programma di assunzioni avviato dal precedente Governo, che aveva autorizzato l’immissione in ruolo di 150.000 docenti e di 30.000 unità di personale ATA nel triennio 2007-2009.
Dunque, non solo tagli alle scuole primarie montane, ma anche la sostituzione nell'obbligo all'istruzione fino a 16 anni attraverso anche i percorsi triennali regionali con indicazioni didattiche a livello nazionale, con il ritorno alla formula morattiana di corsi generici di formazione professionale, costituendo di fatto non solo una scuola di serie B, ma impedendo a questi ragazzi di conseguire, secondo i criteri di Lisbona, almeno una qualifica triennale.

Pertanto con questo decreto nella scuola italiana, per un non breve periodo, non entrerà neppure un giovane perché si prevede una revisione dell'attuale assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico, sulla base di criteri come la razionalizzazione dei piani di studio e dei relativi quadri orari, con particolare riferimento agli istituti tecnici e professionali, la modifica dei criteri vigenti in materia di formazione delle classi, la rimodulazione dell’attuale organizzazione didattica della scuola primaria. Risultato dell’innalzamento di un punto percentuale del rapporto alunni-insegnanti e della rimodulazione delle classi concorsuali, con il rischio del ritorno al maestro elementare unico, sarà un’ulteriore penalizzazione della scuola pubblica e degli studenti, con tagli drastici al tempo pieno e al tempo prolungato.
Inoltre, seguendo il peggior populismo demagogico, all'articolo 15 si promette la riduzione del costo dei libri scolastici con la possibilità che i libri di testo siano prodotti e adottati «in versione on line scaricabile da Internet». Questa disposizione si rivela profondamente inadeguata allo scopo in quanto comporta innanzitutto costi aggiuntivi per le famiglie (per la postazione PC e connessione internet, cartucce del toner, carta, rilegatura, la tutela dei diritti degli autori dei libri di testo, la presenza in alcune regioni di computer solo nel 30% di famiglie) e dunque con costi che alla fine saranno superiori, ma in questo Paese si desidera una cultura che valorizzi lo strumento libro, l'idea, la sfida che i costi per la conoscenza, la lettura, la formazione dei giovani sono un investimento migliore dei vestiti griffati o delle ultime mode estive? Se davvero l'obiettivo, giusto, condiviso, fosse quello del risparmio per le famiglie italiane, perché ad esempio non scegliere di dotare le biblioteche di classe di dizionari idonei, in comodato?

In conclusione, avevamo auspicato all'inizio di questa legislatura che per tutti i parlamentari il sapere, la conoscenza, fosse al primo posto tra le priorità di questo Paese. E non è casuale che nella premessa alle conclusioni della Commissione Attali, il Governo francese, con un numero di due milioni di dipendenti pubblici superiori all’Italia e un'incidenza maggiore dei costi, ha deciso di escludere dai forti tagli al settore pubblico scuola, università e ricerca, con il primo obiettivo di costituire “dieci grandi poli di insegnamento e di ricerca”. Forse per questo nella stessa seduta di Commissione VII, i Capigruppo del Partito Democratico, del Partito della Libertà e della Lega hanno chiesto al presidente Possa di audire al più presto il ministro Tremonti, perché un Paese che taglia risorse in modo lineare su scuola, università e ricerca non investe in speranza e futuro e condanna le proprie imprese ad inseguire all'estero non solo i cervelli, ma anche le conoscenze altrui.

Non casualmente avete scelto di approvare e pubblicare questo provvedimento all'inizio di agosto, impedendo ogni dibattito parlamentare, ma a settembre l'inizio delle lezioni nelle scuole e nelle università porterà migliaia di famiglie, docenti e studenti a chiedere conto sull'urgenza di provvedimenti per una giustizia per pochi e per sacrifici per tanti.

Antonio Rusconi - Capogruppo PD in Commissione VII Senato

4 agosto 2008


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