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Solo tagli dietro la favola del "grembiulino"

Continuano a far discutere le proposte della Ministra dell’Istruzione Gelmini sulla scuola. Si è parlato tanto del ritorno ai grembiuli, una iniziativa di per sé non fuori luogo, se non fosse che la titolare del dicastero ha deciso di lanciarla proprio nei giorni in cui il governo provvedeva a tagliare indiscriminatamente le risorse destinate alla scuola italiana.

Lo stesso si può dire in merito alla proposta di tornare al voto in condotta. Riteniamo il giudizio del comportamento uno strumento utile alla valutazione complessiva dello studente. Il rispetto delle regole e la capacità di saper stare con gli altri si imparano in famiglia e a scuola. Ci siamo impegnati, nella scorsa legislatura, affinché la nostra Carta Costituzionale fosse insegnata nelle scuole, nella convinzione che fosse necessario un sistema educativo di istruzione e formazione che prevedesse l’insegnamento del complesso di diritti, doveri e libertà previsti nella Costituzione.

Con questo vogliamo sottolineare, senza nulla togliere alle buone intenzioni della Gelmini, che molti temi oggi indicati dalla ministra sono in linea con la serietà impressa alla scuola dal governo precedente.

E’ di questi giorni la proposta di tornare al maestro unico, per rispondere – afferma la ministra - a una esigenza pedagogica. Quale sia questa esigenza, non si è capito tanto bene. Credo che l’unica reale esigenza fosse quella di non toccare una parte del sistema formativo perfettamente efficiente, quello che riguarda la scuola elementare, così come i dati Ocse hanno recentemente dimostrato.

L’affermazione con la quale la ministra si è dichiarata dispiaciuta per i 200 mila precari che dovranno cercarsi un altro lavoro è a dir poco contraddittoria e la soluzione prospettata offensiva: spostare i precari nel settore del turismo significa obbligarli a rinunciare, dopo anni di dedizione, a una vocazione reale. Se non è questo un modo avventato e irresponsabile di condizionare il futuro delle persone, non sappiamo come altrimenti definirlo. Il governo ha abbandonato i precari, senza un minimo di riconoscenza per quanto hanno dato alla scuola in lunghi e difficili anni di lavoro. Un inizio tutt’altro che beneaugurante.

Dietro alle bella favola del “grembiulino” o alla decisione di riproporre sistemi superati di insegnamento c’è una dura realtà: il Ministro Tremonti ha deciso di privare l’Istruzione di circa 8 milioni di euro. I tagli riguardano principalmente la scuola primaria che ha dimostrato livelli alti di efficienza didattica, e andranno a danneggiare, con la soppressione delle deroghe, gli istituti scolastici dei piccoli comuni montani. Mi domando se i colleghi della Lega, dopo un primo debole tentativo di protesta, avranno il coraggio di giustificare le scelte del governo davanti ai piccoli comuni, dove sono rappresentati, in modo significativo, sia tra i sindaci che tra i cittadini.

Il capitolo Università è altrettanto nero. Mentre tutti i principali Paesi europei ritengono gli investimenti sulla conoscenza e sulla ricerca prioritari, in Italia rappresentano un terreno ideale per sottrarre risorse. Pensiamo al pesante taglio del fondo di finanziamento ordinario delle università statali, al blocco quasi totale del turn-over, alla possibilità per le università pubbliche di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Lo ha detto in modo chiaro il presidente della Crui, Decleva, sottolineando come lo Stato si sia disimpegnato dalle sue storiche responsabilità di finanziatore del sistema universitario.

Dopo che il Ministro aveva annunciato, con enfasi, l'intenzione di fare largo ai giovani meritevoli e capaci, di fatto, il governo ha tagliato 130.000 posti di personale docente ed ATA, disattendendo il programma di assunzioni triennali del precedente Governo per 150.000 docenti e 30.000 unità ATA. Avevamo auspicato all'inizio di questa legislatura che per tutti i parlamentari il sapere, la conoscenza, fosse al primo posto tra le priorità di questo Paese. Non è casuale che nella premessa alle conclusioni della Commissione Attali il Governo francese, con un numero di dipendenti pubblici di quasi due milioni superiore all'Italia ed un'incidenza maggiore dei costi, abbia deciso di escludere dai forti tagli al settore pubblico scuola, università e ricerca, con il primo obiettivo di costituire dieci grandi poli di insegnamento e di ricerca.

Un Paese che taglia risorse su scuola, università e ricerca non investe in speranza e futuro e condanna le proprie imprese ad inseguire all'estero non solo i cervelli, ma anche le conoscenze altrui. Non ci stancheremo mai di ripeterlo, la scuola, l'università e la ricerca sono i punti strategici su cui fare leva per riavviare la crescita dell'economia e della società civile. Il Governo ha scelto di approvare e una manovra che taglia 87 mila docenti e 43 mila dipendenti amministrativi (Ata), mette a repentaglio l'autonomia didattica e introduce una riforma che fa un passo indietro rispetto alle norme introdotte dal governo Prodi. Con un metodo che ha impedito, di fatto, all’opposizione di esercitare il proprio ruolo.

Alla Gelmini vorrei dire: gentile Ministra, il Pd aveva offerto più che un dialogo ovvero un patto educativo di legislatura sui saperi in questo Paese. Alla luce di quanto accaduto finora, e delle modalità adottate dal Governo, possiamo ancora timidamente sperare che questo percorso abbia un futuro?

Antonio Rusconi - Senatore della Repubblica - Capogruppo PD in Commissione Istruzione

18 settembre 2008 


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