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Per una politica ritrovata

di padre Bartolomeo Sorge

Da molto tempo la politica in Italia è gravemente inferma, né si vedono segni di miglioramento. La crisi del vecchio modo di fare politica, pragmatico e senz'anima, che ha fatto morire la Prima Repubblica, non è stata ancora risolta. Si è diffusa, così, nel Paese una cultura "anti-politica", che si manifesta soprattutto nel crescente assenteismo e nel disinteresse dei cittadini, mentre si accentua la deriva "populista" che tende a scavalcare il parlamento e gli altri istituti di mediazione politica, propri della democrazia rappresentativa, per appellarsi direttamente al popolo.

E' urgente reagire al clima di depressione e di sconforto, che grava un po' su tutti e paralizza le migliori energie. Bisogna fare qualcosa per restituire un'anima alla politica, tornare a viverla come progetto ideale, come servizio, come forma di carità, come ricerca leale del bene comune.
Di fronte all'emergenza in cui versa oggi la democrazia in Italia, non si tratta più di compiere nuove analisi della crisi, né una pietosa opera di salvataggio dell'uno o dell'altro partito in difficoltà, né di dare vita a qualche altro nuovo partito, che verrebbe ad aggiungersi inutilmente alla lista già lunga di quelli esistenti. Occorre invece compiere un passo in avanti: trovare risposte concrete alla crisi, occorre "ritrovare la politica". E' possibile? Come?

Il nostro discorso, perciò, avrà due parti: nella prima, vedremo che cosa significa "ritrovare la politica" oggi, generalmente parlando; nella seconda, vedremo invece, in particolare, dove e come i cattolici oggi si dovranno concretamente impegnare per "ritrovare la politica".

PRIMA PARTE: CHE COSA SIGNIFICA "RITROVARE LA POLITICA" OGGI

In generale possiamo dire che "ritrovare la politica" oggi significa di fatto tre cose: 1. ricuperare i valori ideali: 2. rinnovare i canali istituzionali della partecipazione politica; 3. promuovere una classe politica rinnovata spiritualmente e professionalmente.

1. Ricuperare i valori ideali
Il primo luogo dove "ritrovare la politica" è il piano dei valori ideali. Ricuperare i valori ideali è essenziale e non dovrebbe essere difficile. Infatti, i valori non li dobbiamo inventare. Sono quelli contenuti nei primi 10 articoli della nostra Carta repubblicana, che costituiscono il DNA del nostro bimillenario patrimonio culturale. I valori, infatti, non li crea lo Stato, il quale invece li trova, li riconosce, li tutela e li coordina in vista del bene comune. Al centro della vita sociale, politica ed economica c'è la persona umana, la quale viene prima della società, così come la società viene prima dello Stato. I valori, vengono prima della libera organizzazione della società, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli, ma sono iscritti nella coscienza di ogni uomo e, in quanto tali, sono punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Ecco perché, ogni volta che la coscienza collettiva mette in dubbio uno di questi valori fondamentali, lo stesso ordinamento democratico viene scosso nelle fondamenta e la democrazia si trasforma in mero meccanismo formale di regolazione empirica di interessi diversi.
Il problema, dunque, è come applicare i valori nella vita politica. "Occorre distinguere - spiega il card. Martini - innanzi tutto, tra principi etici e azione politica. I principi etici sono assoluti e immutabili. L'azione politica, che pure deve ispirarsi ai principi etici, non consiste di per sé nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella [loro] realizzazione concretamente possibile in una determinata situazione. Nel quadro di un ordinamento democratico, poi, il bene comune viene ricercato e promosso mediante i mezzi del consenso e della convergenza politica. Nel fare ciò non è mai possibile ammettere un male morale. Può però accadere che, in concreto - quando non sia possibile ottenere di più, proprio in forza del principio della ricerca del miglior bene comune concretamente possibile -, si debba o sia opportuno accettare un bene minore o tollerare un male rispetto a un male maggiore" (card. MARTINI C.M., Criteri cristiani di discernimento nell'azione politica, in "Aggiornamenti Sociali", n. 9-10).
In altre parole, gli strumenti propri della lotta politica e della vita democratica impongono scelte di opportunità e di gradualità, attraverso il confronto tra gruppi e culture politiche che si uniscono in un comune progetto di società. Per "ritrovare" i valori, non basta dunque ribadirli in via di principio. Occorre sforzarsi di trovare insieme piste concrete e graduali che si avvicinino all'ideale comune, piuttosto che chiudersi nel rifiuto di collaborare e di dialogare, che porterebbe solo a irrigidimenti sterili e controproducenti.
Ciò vale per obiettivi quali: la difesa della vita; la tutela della famiglia fondata sul matrimonio; la giustizia sociale; l'istruzione e la sanità; la sicurezza contro ogni forma di violenza e di disagio sociale; la difesa dell'ambiente; la disponibilità a individuare gli ambiti di un nuovo patto tra le aree del Paese; un nuovo progetto di politica socio-economica, che miri a combattere la disoccupazione e a realizzare una società del lavoro, dell'impresa e della partecipazione. Sono mète che si dovranno perseguire gradualmente - in dialogo con le altre forze politiche -, avvicinandosi il più possibile all'ideale, nel rispetto della laicità della politica e delle regole della vita democratica.
C'è qualcuno che crede in questa battaglia, disposto a combatterla insieme? Più del numero conta la qualità degli ideali e degli uomini che vi credono. Serve soprattutto l'entusiasmo per la causa.

2. Rinnovare i canali della partecipazione politica
"Ritrovare la politica" non è però solo questione di ideali. Altro luogo fondamentale è quello dei canali della partecipazione politica, i quali vanno perciò rinnovati nel contesto più ampio della necessaria riforma delle istituzioni e dello Stato.
La riforma in senso federalista e regionalistico, già iniziata in Italia, esige che si rinnovino pure le strutture della partecipazione democratica, a partire dal superamento della vecchia forma-partito ideologica. Il partito centralizzato e gestito rigidamente dal vertice, secondo la formula del "centralismo democratico", deve lasciare il passo a una nuova struttura politica, più agile e leggera, integrata con elementi di movimentismo, cioè organizzata e gestita a partire dal territorio, dalla base verso il vertice. E' una necessità per tutti i partiti superstiti della Prima Repubblica, ridotti a meri apparati organizzativi, privi di carica e di collante ideale, capaci magari di fare ancora cose importanti, ma in modo freddo, pragmatico, senz'anima.
Occorre prendere atto che, nel contesto di un'Italia federale e tendenzialmente bipolare, è ineluttabile che la vecchia forma-partito lasci il posto a una nuova forma di "area politica", dove la necessaria organizzazione sia integrata con elementi di movimentismo. E' questa ormai la forma più adeguata a garantire la partecipazione dei cittadini alla elaborazione della politica locale e nazionale, partendo dal territorio e dai mondi vitali, nel rispetto delle autonomie locali e dei corpi intermedi, come esige una democrazia matura, fondata sul principio di sussidiarietà.
E' notevole che, già cento anni fa, don Sturzo avesse immaginato il suo popolarismo non tanto come ennesimo partito ideologico, quanto appunto come un'area politica democratica comune, da costruire a partire dal territorio delle singole regioni. Questo modello di partecipazione democratica della società civile alla vita politica vale oggi per tutti, non solo per i popolari, ai quali pensava più direttamente Sturzo. Ripensare e aggiornare questa sua intuizione è la via per saldare la frattura che oggi si è creata tra società civile e praticamente tutti i partiti e le istituzioni democratiche. Nessuno mette in discussione la funzione dei partiti, che sono e rimarranno sempre essenziali alla democrazia rappresentativa. Il problema è un altro: si tratta di superare la vecchia forma-partito ideologica che, così com'è strutturata, degenera facilmente in partitocrazia e trasforma la democrazia rappresentativa in democrazia "funzionale", dove il soggetto principale non sono più i cittadini, ma un organigramma impersonale di funzionari di partito, senza radici nel territorio e staccati dai problemi della gente.
Ebbene, questo passaggio dalla vecchia forma-partito ideologica alla nuova struttura di "area politica", che non riuscì a don Sturzo e a nessuno dopo di lui, oggi è possibile grazie non solo alla fine della stagione ideologica, ma anche alla riforma in senso federale e regionale, di fatto già avviata in Italia. D'ora in poi, lo Stato non sarà più il principale regolatore della vita dei cittadini e dei corpi sociali intermedi. Nel cammino verso la democrazia dell'alternanza, la riforma regionale e federale è destinata a ridurre drasticamente il centralismo istituzionale, integrandone le funzioni essenziali con l'autonomia delle regioni, ora dotate di più ampi poteri e messe in grado di funzionare più responsabilmente.
Dunque, per ritrovare la politica, occorre rinnovarne i canali della partecipazione dando vita a nuovi soggetti politici aperti a nuova qualità politica, ad "aree" da costituire nel territorio, nelle cento città, dove molti cittadini, oggi chiusi nel loro privato e in fuga dalla politica, potrebbero invece ritrovare il gusto e l'entusiasmo per tornare a impegnarsi.
Si tratta di rompere l'attuale bipolarismo ideologico ingessato, che impedisce la nascita in Italia di una vera democrazia dell'alternanza. In concreto, la creazione di "aree" diverse (liberaldemocratica, socialdemocratica, cattolicodemocratica, ambientalista, a sinistra, e liberale, nazionalista, forzista, leghista, a destra) dovrà iniziare nelle singole regioni: in Lombardia, nel Veneto, in Emilia-Romagna, in Campania, in Sicilia…; nei comuni piccoli e grandi, per poi crescere dalla base al vertice a modo di piramide. Il necessario raccordo unitario a livello nazionale, sarà il punto d'arrivo, non di partenza; cioè sarà il risultato di un progressivo federarsi tra le diverse realtà locali intermedie, a misura che si verranno organizzando autonomamente sul proprio territorio.

3. Una classe politica, rinnovata spiritualmente e professionalmente
Infine, accanto al rinnovamento ideale e a quello istituzionale, il terzo luogo fondamentale per "ritrovare la politica" è quello della classe dirigente e del programma. Sta qui il nodo centrale. Infatti, non viene prima il partito e poi la elaborazione del programma e la classe dirigente; ma sono gli ideali, il programma e la classe politica rinnovati a fondare un nuovo soggetto politico. Il programma e i politici, quindi, devono esprimere i valori e gli interessi della società civile più che quelli di una parte politica. Nessun progetto di società sta in piedi e avrà futuro, senza un reale radicamento nella società civile.
"Per un corretto svolgimento della vita sociale è indispensabile che la comunità civile si riappropri quella funzione politica, che troppo spesso ha delegato esclusivamente ai "professionisti" di questo impegno nella società. Non si tratta di superare l'istituzione "partito", che rimane essenziale nell'organizzazione dello Stato democratico, ma di riconoscere che si fa politica non solo nei partiti, ma anche al di fuori di essi, contribuendo a uno sviluppo globale della democrazia con l'assunzione di responsabilità di controllo e di stimolo, di proposta e di attuazione di una reale e non solo declamata partecipazione" (COMMISSIONE ECCLESIALE GIUSTIZIA E PACE, Nota pastorale Educare alla legalità [1991], n. 17).
Non si tratta di trasformare il bipolarismo in bipartitismo. Per molto tempo ancora in Italia, i due poli saranno costituiti da soggetti politici diversi, ciascuno con la propria identità e con la propria storia, uniti da un leader e da un programma comuni, ma non potranno trasformarsi in due grandi partiti. Infatti, dopo cinquant'anni di dura contrapposizione ideologica, ci vorranno ancora alcune generazioni prima che gli epigoni di tradizioni tanto diverse raggiungano tra loro una tale omogeneità, culturale e politica, da consentirne la fusione in un unico partito. D'altra parte, però, è importante che i due poli non si limitino a essere mere coalizioni elettorali, ma si fondino su una comune tensione progettuale; non si riducano cioè a una mera somma di sigle disomogenee, che stanno insieme solo per ottenere più voti.
Ciò avverrà, solo se, accanto alla definizione di un programma comune eticamente motivato e coraggioso, si riuscirà a esprimere una nuova classe dirigente spiritualmente e professionalmente preparata. Il documento della CEI, già citato, insiste molto su questo punto: "L'impegno politico sia decisamente alimentato dallo spirito di servizio "che solo, unitamente alla necessaria competenza ed efficienza, può rendere trasparente o pulita l'attività degli uomini politici, come del resto la gente giustamente esige"". Di conseguenza, "Chi ha responsabilità politiche e amministrative abbia sommamente a cuore alcune virtù, come il disinteresse personale, la lealtà nei rapporti umani, il rispetto della dignità degli altri, il senso della giustizia, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, e magari anche contro chi si definisce impropriamente amico, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi" (n. 16).

II PARTE: "RITROVARE LA POLITICA" PER I CATTOLICI, OGGI

Le considerazioni della prima parte valgono per tutti, in generale. Resta da vedere ora che cosa significhi "ritrovare la politica" in particolare per i cattolici impegnati in politica. Questi, infatti, si trovano ad agire in situazioni diverse. Noi qui ne richiamiamo tre: 1. la "diaspora"; 2. la tradizione del "cattolicesimo democratico"; 3. la "lista unitaria".

1. I cattolici della "diaspora"
La scelta della democrazia dell'alternanza attraverso il bipolarismo (scelta che appare difficilmente reversibile, essendo stata ratificata con un referendum popolare) ha fatto sì che i cattolici si siano venuti a trovare schierati nei due poli contrapposti, nei quali i medesimi valori della Carta Repubblicana vengono letti dagli uni in ottica neo-liberista (centro-destra), dagli altri in ottica social-popolare (centro-sinistra). Si tratta di due interpretazioni entrambe formalmente democratiche, ma ispirate da due culture politiche tra loro alternative e non omologabili; cosicché scegliere l'una o l'altra significa avviare il Paese verso due diversi modelli di società. E' la diaspora politica dei cattolici. Quale sarà il futuro dei cattolici in politica? Sono forse destinati a scomparire all'interno dell'uno o dell'altro polo?
Dopo la caduta delle ideologie totalizzanti (che non potevano non creare difficoltà insormontabili alla coscienza cristiana), ora si tende a credere che tutti i modelli di società, per il solo fatto di essere formalmente "democratici", si equivalgono e che i cristiani possano perciò indifferentemente aderire all'uno o all'altro, purché si comportino sempre con coerenza di fronte alle singole scelte. Le cose, però, non stanno così. La coerenza dell'agire cristiano non riguarda soltanto il comportamento personale di fronte alle singole scelte; il cristiano dovrà anche interrogarsi sulla coerenza oggettiva di un progetto politico, preso nel suo insieme. Infatti, - disse Giovanni Paolo II al Convegno della Chiesa italiana a Palermo - non si può "ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede", né si può dare "una facile adesione a forze politiche o sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della Dottrina sociale della Chiesa" ("Allocuzione ai Convegnisti", L'Osservatore Romano, 24 novembre 1995, n. 10).
In altre parole, la coerenza soggettiva con i valori cristiani in politica di fronte a ogni singola scelta è necessaria, ma non basta. Vi è pure una "coerenza oggettiva" dei programmi, che non può essere disattesa. I vescovi e i fedeli laici - disse il cardinale Martini nel discorso di sant'Ambrogio del 1995 - non possono essere neutrali o indifferenti nei confronti di un atteggiamento che contesta la funzione dello Stato nella tutela dei più deboli, di una logica decisionistica che cerca di estorcere il consenso per via plebiscitaria, di un neoliberismo utilitaristico che fa del profitto, della efficienza e della competitività un fine a cui subordinare le ragioni della solidarietà, di una politica che chiede deleghe del potere sulla base del successo del leader di turno, più che sulla base di programmi coerenti ed efficaci (cfr MARTINI C.M., "Chiesa e comunità politica", in Aggiornamenti Sociali, 2 [1996] 170).
Certo, l'unità in politica è un bene; ma è sempre un mezzo, non un fine. Non si sta uniti per stare uniti, ma per raggiungere insieme un obiettivo. Per questo, don Sturzo non pensò mai all'unità di tutti i cattolici, convinto che un obiettivo politico si raggiunge meglio con una minoranza di qualità e con un programma coraggioso, che non con una maggioranza mediocre o sfilacciata e con un programma piatto. Per questo, egli rivolse il suo Appello non ai cattolici, ma agli "uomini liberi e forti", credenti e non credenti in grado di condividere l'ispirazione ideale e il programma riformista del popolarismo.
Certamente, la proposta di una presenza politica ispirata ai valori evangelici e alla Dottrina sociale della Chiesa interpella tutti i cristiani: non solo gli eredi diretti del cattolicesimo democratico (i popolari), ma pure quelli che militano all'interno di altri partiti o coalizioni, che si ispirano a filosofie politiche diverse, dove possono svolgere un'azione importante, nella misura che contribuiscono a rendere le scelte politiche il più possibile conformi al pensiero sociale cristiano.
Detto in altre parole: pur schierati su fronti politici contrapposti, l'impegno dei cristiani per una società migliore non può alla fine che risultare complementare. Con un'avvertenza però: l'ispirazione evangelica è esigente, non è conciliabile con il "moderatismo", ma spinge verso un riformismo nuovo e audace.
Ciò non impedisce che, nel rispetto del legittimo pluralismo delle opzioni, si fomenti il dialogo fra tutti i cristiani comunque impegnati in politica. A tutti la Chiesa chiede uno sforzo di reciproca comprensione, un atteggiamento di carità più profonda che, pur riconoscendo le differenze, crede tuttavia alla possibilità di convergenza e di una certa unità sui valori. Bisogna dunque moltiplicare luoghi e occasioni d'incontro e di formazione, affinché i cristiani, ovunque militino politicamente, s'incontrino tra loro e "possano, dentro le varie forze, rappresentare il collante d'una società che sta faticosamente cercando una sua stabilizzazione civile, in quanto essi sono portatori dell'ethos storico più congenito al nostro popolo e più identificante" (card. MARTINI C.M., Paure e speranze di una città, Discorso al Comune di Milano, 28 giugno 2002, n. 8).
Il dialogo dunque è sempre auspicabile, anche se poi non tutti i cristiani giungeranno a impegnarsi per un riformismo nuovo e coraggioso.

2. I "cattolici democratici"
Quando si parla di "popolarismo", non ci si riferisce soltanto a una generica ispirazione cristiana della politica, alla quale oggi più d'un partito si richiama in modo più o meno esplicito. Il popolarismo è qualcosa di più di una generica ispirazione ideale: è un progetto originale di società che pone la coscienza religiosa a fondamento delle libertà politiche, che punta a realizzare una società strutturata organicamente, aperta cioè alla partecipazione responsabile e sussidiaria dei cittadini e dei corpi intermedi autonomi, che si propone di giungere alla democrazia matura, attraverso riforme coraggiose e audaci.
I "cattolici democratici" sono gli eredi diretti di questo popolarismo, giunto fino a noi attraverso il primo PPI di Sturzo, la DC di De Gasperi, il tentativo fallito del nuovo PPI di Martinazzoli, la Margherita. Ora, essendo alle viste la "lista unitaria" ritorna l'interrogativo di fondo: aderirvi è realizzare pienamente l'intuizione sturziana o non c'è il pericolo reale che i cattolici democratici scompaiano, si dissolvano in un contenitore generico e indefinito? Il solo timore che ciò possa avvenire sta moltiplicando la nascita di movimenti e gruppi, impegnati a mantenere viva la tradizione del popolarismo (vedi, per esempio, Alleanza Popolare di Martinazzoli-Mastella, o Italia Popolare - Movimento per l'Europa di Monticone-Gerardo Bianco).
D'altra parte, di fronte al diffondersi nel nostro Paese della cultura neoliberista radicale e individualistica, è urgente realizzare pienamente l'intuizione sturziana di un'area politica riformista e solidale, alternativa al "pensiero unico" oggi dominante, che fa pesare sulle fasce sociali più deboli il peso di riforme destinate a favorire i ceti medio-alti. In un'Italia a "due velocità" la cultura politica neoliberista non può che produrre effetti devastanti. Da qui l'importanza di fare un salto di qualità verso il popolarismo maturo. E' l'esperienza dell'area popolare democratica, cioè della creazione dell'area comune di tutti i riformisti.
Ora i riformisti, i "liberi e forti" ai quali il popolarismo si rivolge, si trovano oggi in tutti gli schieramenti politici. E' il caso, per esempio, di non pochi Democratici di Sinistra che soffrono per l'incertezza con cui il partito si muove verso un assetto veramente nuovo. Un disagio analogo sperimentano altri riformisti, presenti pure nella Casa delle Libertà, che non condividono la lettera e tanto meno lo spirito di certe scelte, in contrasto con la tradizione culturale propria dell'umanesimo di ispirazione cristiana: per esempio, la legge sull'immigrazione (così scarsamente rispettosa della dignità e dei diritti delle persone), l'atteggiamento verso la Guerra in Iraq (in contrasto con la posizione profetica del Papa), il moltiplicarsi di sanatorie e condoni in favore dei ceti medio-alti o di chi si è comportato illegalmente, le posizioni xenofobe e razziste della Lega Nord e i suoi attacchi contro la Chiesa.
E' tempo dunque che si dia vita sul territorio a forme di dialogo e di formazione tra tutti i "riformisti" per illuminare le coscienze e le intelligenze. A questo possono servire le Scuole di formazione sociale e politica o simili iniziative, come - per esempio - la nostra di questa sera.

3. I cattolici e la "lista unitaria"
Infine, il terzo luogo dove i cattolici si impegneranno a "ritrovare la politica" è la cosiddetta "lista unitaria". E' prevedibile che anche i cattolici della diaspora, prima o poi, come oggi sta già avvenendo per i cattolici democratici, si porrà il problema della loro partecipazione a una lista unitaria. A questo spinge il sistema bipolare. E' questione di tempo.
Intanto, oggi la questione si pone 0già per i cattolici democratici, di fronte alla proposta di Prodi di dare vita a una lista unitaria dei riformisti per le prossime elezioni europee del 12-13 giugno 2004.
La lista unitaria è di per sé uno sforzo meritevole, soprattutto nella prospettiva che su scala europea si creino "aree" politiche diverse, nelle quali possano confluire forze, movimenti e tradizioni che si ispirano a valori comuni. L'idea di presentare una lista unitaria dei riformisti italiani alle elezioni europee del 2004 va vista in quest'ottica europea più ampia: perché non potrebbe essere l'Italia a prendere l'iniziativa di costituire l'area riformista europea, dato che il nostro Paese ha già fatto una esperienza analoga con l'Ulivo? L'eventuale successo in Italia di una lista riformista unitaria alle prossime elezioni europee del 2004 - scrive Prodi nel suo Manifesto - "offrirebbe una visione di apertura, di innovazione, di solidarietà", che potrebbe anticipare la ristrutturazione del sistema politico europeo.
La proposta di Prodi, infatti, mira soprattutto a rilanciare l'europeismo, cioè a una integrazione continentale che, rinnovando l'attuale assetto politico e parlamentare dell'Unione, consenta la crescita comune degli Stati membri ed eviti che si formino assi preferenziali tra i Paesi più forti.
A questo punto, che cosa dobbiamo pensare del "triciclo" (DS, Margherita e SDI) che - accogliendo la proposta di Prodi - si è già costituito come lista unitaria in vista delle prossime elezioni europee? Certamente è da apprezzare ogni passo, anche parziale, che favorisce la creazione di un'area riformista unitaria. Tuttavia, il limite del "triciclo" è di essere ancora un accordo elettorale e non un nuovo soggetto politico vero e proprio. Il fatto che alcuni partiti si siano uniti tra loro, lasciando aperta la porta a quanti altri (partiti, movimenti, centri sociali) vogliano aggiungersi, è il modo vecchio di aggregare, tipico della vecchia politica. La nuova "area" dei riformisti non nascerà da un accordo di vertice tra le segreterie dei partiti, per quanto confortato dal "sì" scontato di assemblee convocate ad hoc, ma dall'incontro tra partiti, movimenti, associazioni e realtà di base a partire dal territorio intorno a un programma e a un leader, capaci di convogliare tutti i riformisti, nel rispetto della identità delle diverse tradizioni culturali e politiche.
Perciò, mentre nel breve periodo (in vista delle elezioni europee del 2004) sarà necessario sostenere - nonostante i limiti con cui è nato - il tentativo della lista unitaria, occorre però operare perché prenda corpo, subito dopo le elezioni, una Costituente per la nascita di un'autentica "area riformista" in Italia e in Europa, contando su tempi medio-lunghi. Tutti i riformisti che lo vogliono, senza discriminare nessuno, dovranno cominciare insieme un cammino, a partire dalla gente e dal territorio, che coinvolga partiti, movimenti e gruppi nella definizione del programma, della forma e delle regole del nuovo soggetto politico. In conclusione, l'esperienza del "triciclo" ha senso, solo se si colloca all'interno del disegno più ampio di un'area riformista da costruire in Italia e in Europa.
In particolare per i cattolici impegnati in politica si tratta di ritrovare il senso vero del popolarismo sturziano. Non dovranno temere, perciò, di entrare nella "lista unitaria"; tuttavia, nello stesso tempo, bisognerà provvedere a creare un retroterra di sostegno culturale e spirituale, che serva a rafforzare la loro identità e il loro contributo specifico all'interno dell'impegno comune.

Concludendo.
E' facile prevedere che in Italia, vi saranno in futuro forme diverse di presenza politica dei cattolici, nell'uno e nell'altro Polo; in determinati casi si verificheranno convergenze trasversali, ogni qual volta fossero in gioco valori fondamentali, sulla cui difesa o affermazione i cristiani si troveranno spontaneamente uniti. Sono forme possibili di presenza, tra loro non alternative ma complementari. Tuttavia, accanto a queste e ad altre forme di presenza di cattolici in politica, gli eredi dei cattolici democratici rivendicano il popolarismo come loro specifico progetto, senza per questo pretendere di essere migliori degli altri o di essere gli unici a rappresentare in politica i valori cristiani.
Resta aperto, ovviamente, il problema della loro formazione professionale e spirituale, affinché non venga mai meno lo specifico contributo ideale che i cattolici democratici sono chiamati a portare nel confronto con gli eredi delle altre tradizioni politiche riformiste confluiti nella medesima "lista unitaria".
Perciò, vale particolarmente per loro ciò che il Papa ha ribadito (7 novembre 2003) nel discorso alla Fondazione R. Schuman per la cooperazione dei democratici cristiani d'Europa: "Il cristiano deve anche assicurare che il "sale" del suo impegno cristiano non perda il suo "sapore" e che la "luce" dei suoi ideali evangelici non venga oscurata dal pragmatismo o, peggio, dall'utilitarismo. Per questo, egli ha bisogno di approfondire la sua conoscenza della Dottrina sociale cristiana, cercando di assimilarne i principi e di applicarla con saggezza laddove è necessario. Questo presuppone una formazione spirituale seria, alimentata dalla preghiera. Una persona che sia superficiale, spiritualmente tiepida oppure indifferente, o che si preoccupi in modo eccessivo del successo e della popolarità, non potrà mai esercitare in modo adeguato la sua responsabilità politica" (n. 4).

Intervento di p. Bartolomeo Sorge del 26 marzo 2004 ad Abbadia Lariana


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