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Piano Socio Sanitario Regionale

di Antonio Rusconi

Mi sembra corretto partire dal riconoscere complessivamente una positività del nostro sistema sanitario che tuttavia non ci deve far dimenticare alcune lacune la cui evidenziazione ha lo scopo di sollecitarne un continuo miglioramento.
Come sappiamo, anche a seguito della modifica del titolo V della Costituzione, in materia sanitaria la competenza è delle Regioni, rimanendo allo Stato – per semplificare - la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza. Il recente Patto per la Salute proposto dal ministro Livia Turco (e ricordato anche da chi ha parlato prima) anche per la revisione critica degli stessi LEA propone tuttavia – e io penso in modo corretto – un lavoro Comune con le Regioni che a loro volta devono evidenziare se l’applicazione dei LEA nel proprio territorio si è concretizzato in miglioramenti dei livelli assistenziali oppure se si sono evidenziati problemi per i quali si propongono correttivi. In altre parole è previsto un metodo di confronto per arrivare ad un accordo fra il livello centrale dello Stato ed il livello regionale.

Una prima osservazione (già esplicitata dagli altri relatori) riguarda quindi il concetto di sussidiarietà.
Una Regione che ne ha fatto una bandiera nella sua continua rivendicazione nei confronti dello Stato, ancora una volta con questo Piano Socio Sanitario dimentica la declinazione verticale di tale principio nei confronti degli Enti locali (Comuni e Province) sempre più esclusi da qualsiasi interlocuzione reale nei confronti sia della ASL (dove il ruolo del Consiglio di Rappresentanza rischia di essere sempre più … di sola rappresentanza) che delle Aziende Ospedaliere, nei confronti delle quali non c’è neppure il ruolo di semplice rappresentanza. Non a caso sia l’ANCI che l’UPL hanno sottolineato questo profondo disagio ed hanno chiesto interventi correttivi che purtroppo in questo Piano non ci sono.

Una seconda osservazione fa riferimento ad un altro concetto che questo Piano Socio Sanitario ha trascurato, vale a dire la programmazione. Una programmazione correttamente intesa che veda una interlocuzione diretta con gli enti locali (Comuni e Province): viene ribadito nel Piano l’obbligo delle ASL di predisporre annualmente un documento di programmazione, da confrontare con gli organismi di rappresentanza, ma poi mi risulta che le osservazioni formulate da questi ultimi ad esempio quest’anno, non siano assolutamente state tenute in considerazione dal Direttore Generale, che anzi ha proceduto con scelte totalmente svincolate per non dire in aperto contrasto ad esempio sul tema dei Consultori o dell’assistenza psichiatrica, dove a fronte della richiesta di potenziamento ci sono state invece riduzioni e altre se ne prevedono. Non si può dire che c’è programmazione condivisa se poi non c’è una verifica del come quanto programmato viene anche poi attuato. La logica invece con cui si gestisce sembra più quella mercantilistica, dove regolatore quasi unico del sistema rimane il mercato, e la concorrenza fra gli erogatori oltre al dato economico (importante certo ma che non può prescindere da altre valutazioni). Questo modello mi sembra stia dando risultati non sovrapponibili con quelli attesi e sbandierati con la legge regionale 31 del ’97, come la libertà di scelta (principio giusto ma che non può essere assoluto) oppure il contenimento della spesa (mi sembra anzi che la stessa regione abbia dovuto correre ai ripari bloccando nuovi accreditamenti e nuovi contratti con altri erogatori).

Una terza osservazione, che è collegata alle precedenti, riguarda il ruolo dei Direttori Generali come “organo monocratico”: tale modello non è previsto in nessun’altra organizzazione né pubblica né privata, come anche autorevoli studi sui vari modelli gestionali hanno fatto rilevare. Ci si affida a tale modello solo in momenti particolari a seguito di situazioni di criticità evidenti per cui si nominano dei “commissari” che – superato il periodo transitorio di particolare crisi – cedono correttamente il posto ad organismi “normali”. Non penso che la gestione della sanità debba o possa essere considerata “sempre” come situazione di particolare criticità, perché allora non si capirebbero tutte le affermazioni enfatiche del Presidente Formigoni sulla sanità lombarda. Ma anche su questo punto non si sono accolte neppure le timide sollecitazioni dell’ANCI che proponeva quanto meno che sulla nomina dei Direttori Generali ci fosse almeno il parere obbligatorio del Consiglio di Rappresentanza dei Sindaci. I Direttori Generali rimangono invece dei luogotenenti territoriali del Governatore, come in un modello, mi verrebbe da dire senza offesa, “borbonico”. Sarebbe invece molto interessante che sull’operato degli stessi Direttori potessero esprimersi anche i rappresentanti degli Enti Locali e non la sola Regione per cui quando vediamo riportate sui giornali le famose “pagelle” a volte ci si chiede su quali basi la Regione ha dato i voti; si ha in realtà la sensazione che si siano dati i numeri confrontando tali valutazioni con l’impatto reale del loro operato nei confronti di un territorio che i Sindaci, i Presidenti delle Province e delle Comunità Montane verificano giorno per giorno.

Ormai – mi dicono – il Piano Socio Sanitario 2007 – 2009 è stato approvato: penso tuttavia che alcuni correttivi possano essere apportati anche “in corso d’opera” per cui sollecito gli amici della Margherita, il consigliere regionale Spreafico (che ringrazio per aver organizzato questo incontro) e il consigliere regionale Gaffuri nonché gli altri amici che sono intervenuti a voler tradurre le idee e le ipotesi emerse anche oggi in proposte da presentare al livello regionale e rispetto alle quali ci dovrà essere tutto l’impegno perché siano recepite.

30 ottobre 2006 - Intervento al convegno Il piano socio sanitario della Lombardia


Piano socio-sanitario: se ne parla a Lecco in un convegno

Piano socio-sanitario 2006-2008: contenuti e riflessioni a confronto


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