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PD

Introduzione al convegno "Politica e società: l’attualità del Popolarismo"

Carlo Spreafico – Milano, 21/01/06

Ringrazio e saluto tutti i partecipanti e soprattutto Marini e Pezzotta per avere accettato l’invito a riflettere su un tema che in questa breve introduzione tratteggio solamente lasciando ai relatori il compito di svilupparlo. In questi anni in Italia e in Europa si è riproposta con forza la questione sociale, a causa della riduzione dello stato sociale e della precarizzazione dell’economia che insieme provocano diminuzione di certezze e ansia sociale. La politica e i Governi si trovano a farci i conti con meno risorse e una concorrenza internazionale fatta da paesi che non hanno le regole sociali, civili ed economiche del nostro mondo occidentale. Un partito come il nostro che vuole governare e che rappresenta una novità nel panorama politico italiano col suo sforzo di creare condizioni di omogeneità tra storie diverse, deve fare i conti con tutto questo e quindi avere un chiaro progetto sociale tra le sue priorità. Non volendo restare prigionieri dello scontro tra “più mercato e meno stato” che rappresenta una caricatura della differenza tra riformismo e conservazione, vanno poste con chiarezza almeno quattro questioni (le più importanti):

  • la solidarietà e la competitività non sono alternative, ma due facce di una medaglia che si chiama coesione sociale perciò siamo (in gran parte) figli della parabola del buon samaritano e di quella sull’uso dei talenti;
  • l’accumulazione è la condizione per la redistribuzione; un paese che non accumula ricchezza non ha bisogno di una politica redistributiva, ma subisce l’assalto dei più furbi e dei più forti;
  • la democrazia economica per avviare il nostro sistema capitalistico verso la modernizzazione coinvolgendo i lavoratori; non è possibile che il futuro della finanza sia deciso dalla Guardia di Finanza che deve scoprire evasori, scalatori e bilanci falsi. Allargare la base sociale del sistema finanziario attraverso i fondi pensionistici è molto meglio che tentare le scalate alle banche, fare il tifo per qualcuno o essere amico di chi frequenta i salotti giusti;
  • un nuovo sistema di relazioni tra le parti sociali per ridare efficacia alla contrattazione collettiva che è l’alternativa alla corporativizzazione delle relazioni.

Il Paese va rilanciato e per farlo occorre un progetto che rilanci il lavoro, un elemento di cittadinanza, perché la nostra resta, per ora, un’economia manifatturiera che trasforma materia prima. Illuderci a breve di poter passare ad un altro modello, ci fa perdere occasioni di mercato nel momento in cui si sta riorganizzando la divisione internazionale del lavoro e rischiamo di ritrovarci ai margini del sistema e deboli nel mercato internazionale dei servizi e dell’intermediazione commerciale e finanziaria. Noi siamo pronti a dare il nostro contributo per rilanciare l’economia e la fiducia, perciò crediamo (e cerchiamo) un nuovo rapporto tra politica e società civile organizzata rispettoso delle reciproche autonomie e non subordinato alle convenienze elettorali del momento o del proprio progetto politico; quindi nessuna corrente di partito o neo-collaterismi, ma trasparenza e autonomia e ciò che dovrà animare questo dialogo. Il Nord ha una responsabilità in più su questi temi perché vi è concentrata la parte più viva dell’economia e quella più strutturata della società civile. Perciò non penso a un progetto di relazioni tra politica e società dove ci sia subordinazione perché la società civile non può essere polarizzata trasformandola in una società inferiore a responsabilità limitata. Sarebbe un errore sperare di piegare l’autonomia della società civile al disegno politico, al contrario serve un rapporto franco, orientato a definire i livelli di mediazione possibile sui vari temi. Del resto la rinascita del sistema dopo la guerra è passata anche per avere definito un patto tra politica e società. Ma i protagonisti politici di quel patto non ci sono più (DC, PCI, PSI) e la società civile si è trasformata ed è cresciuta. Anche per queste ragioni va ridefinito un rapporto basato sulla presa d’atto dei nuovi ruoli e rappresentanze reali e coscienti che il nostro modello di società e di governo prevede una reciproca legittimazione. Questo sarà più facile se è chiaro sin dalla premessa a tutti i soggetti, che una società complessa non si governa solo con la società politica né tanto meno con la sola società civile. Nessuno dei due soggetti dovrebbe avere interesse alla debolezza dell’altro, perché ad una politica debole corrisponde una democrazia debole, senza partiti o peggio ospite di partiti-azienda che subiscono nelle decisioni importanti il ruolo del o dei padroni interni. La relazione tra questo pensiero e l’attualità del popolarismo risulta evidente proprio perché ci consente uno spazio di manovra culturale e pratico per fare incontrare queste differenti ma coerenti facce del tema partecipazione: pluralismo, laicità, autonomia. Popolarismo significa tensione etica e un sistema di valori, che si confrontano con la storia e l’azione per dare vita ad un progetto aperto ad un confronto di cui questa idea è parte e dentro il quale vuole continuare a vivere, essere visibile, essere utile. Significa avere a riferimento l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, nell’agire e nel confronto con altre proposte. Un agire per ciò orientato alla collaborazione ma senza complessi di inferiorità. Riscoprire il popolarismo oggi non è quindi una forzatura, non è restaurazione; ma uno sforzo utile alla modernizzazione dell’azione politica che deve riscoprire l’importanza primaria dell’occuparsi dei problemi della gente prima che di quelli dei politici. Il popolarismo, in particolare per un cristiano impegnato in politica, è anche un modo di essere concreto nella sintesi tra fede ed azione,senza cedere alla confessionalità nell’impegno politico. Un modo per evitare che la dimensione religiosa sia rinchiusa nella sfera del privato e della liturgia o, peggio, di cui giustificarsi. Popolarismo è anche un modello di laicità, perché occuparsi della gente significa mettere al centro l’uomo, essere concentrati sul bene comune cioè di comunità di uomini e donne cui dare voce nelle loro diversità di idee e bisogni. Con ironia alcuni pensano che in Italia si parli di riformismo senza avere progetti di riforma. La realtà e che più che senza riforme il riformismo è senza maggioranza a causa dei veti contrapposti e della difesa degli interessi particolari che in genere prevalgano su quelli generali. Purtroppo la presunta “devolution” tra i suoi effetti nefasti ha anche quello di aumentare i conflitti tra i vari livelli istituzionali, appesantendo il sistema decisionale e irrobustendo l’azione di vecchie categorie di ordini professionali. La partecipazione in una società complessa è un contrappeso essenziale all’esercizio del potere e non può essere garantita solo dalle elezioni politiche che servono a definire chi ha la maggioranza per governare, anche se un conto è vincere le elezioni, un altro è governare. Si possono anche vincere le elezioni e poi comandare facendo sparire l’elettore per cinque anni e facendolo tornare poi solo per giudicare l’azione di chi ha governato. E’ un’idea della democrazia senza la partecipazione. Anzi è un’idea che consegna al populismo e al peronismo mediatico la costruzione del consenso e la selezione dei gruppi dirigenti. A me pare che la gente comune ci chieda tre cose e lo ha fatto anche con la straordinaria e imprevista partecipazione alle primarie:

  1. meno litigi interni e più soluzioni ai problemi quotidiani;
  2. l’identità è un valore al pari dell’unità perché l’unità non è il fine ma il mezzo per conseguire con più efficacia l’obiettivo. Si può essere uniti e avere obiettivi sbagliati;
  3. parlate di meno dei problemi che interessano a voi (dai Pacs, a Fazio, alla 194, all’ingegneria partiti (o istituzionale) e di più di quelli che interessano a noi (costo della vita, stabilità del lavoro, sanità, trasporti , criminalità ecc.).

Conclusioni

Ho definito sommariamente un percorso di discussione giusto per interrogare Franco e Savino. Chieder loro di aiutarci a capire su quali basi può poggiare il sentiero che abbiamo davanti. Per quanto riguarda gli impegni pratici che deriveranno dalla riflessione di questa mattina, voglio ricordare che lo Statuto della Margherita Lombarda, oltre a stabilire nel suo articolo 1 che siamo “…una libera associazione di donne ed uomini che…vogliono concorrere ad affermare attraverso l’impregno sociale e politico i propri valori, principi e programmi nelle comunità locali…”; all’art. 2 recita che “…la partecipazione alla vita e all’attività della Margherita Lombardia si realizza attraverso lo strumento del Circolo…luogo di incontro di quanti credono nei (suoi) valori, nei principi ispiratori e nei programmi…”. L’impegno è quindi quello di costituire i CIRCOLI DEL SOCIALE ovunque possibile, come sede d’incontro dei protagonisti della società civile impegnata nel sociale. Per quanto mi riguarda cercherò di onorare al meglio il compito che mi è stato affidato dall’amico Battista Bonfanti – che ringrazio – di coordinare questo progetto.


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