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Manca un'idea chiara sull’assetto della nuova Europa

E’ triste osservare che alla vigilia della conclusione della parte chiave del lavoro della Convenzione europea e alla vigilia del semestre di Presidenza italiano, il nostro Paese non abbia ancora una idea chiara sull’assetto della nuova Europa.

Quel “noi non ci schieriamo” del Presidente del Consiglio è una dichiarazione grave perché l'Italia si deve schierare. Alla vigilia del proprio semestre di guida 

dell'Unione, e per la propria funzione storica di uno dei sei paesi fondatori, e per i traguardi che attraverso l'Europa ha tagliato, e per la funzione che ha svolto nei momenti chiave del processo comunitario, l'Italia non può non essere protagonista di un'iniziativa, piuttosto che ritagliarsi una funzione attendista, se non appunto di rinuncia preventiva. Ritengo che si debba partire innanzitutto con un sostegno alla posizione espressa dalla Commissione europea e dal suo Presidente. Noi non parliamo soltanto del Prodi che ci sta a cuore dal punto di vista politico per affinità e vicinanza al nostro campo, ma parliamo del Prodi Presidente di un organismo collegiale che si è pronunciato in modo convergente sulle posizioni che la Commissione ha assunto nell'attuale difficile discussione. 

Siamo per un Presidente della Commissione europea forte, riconoscibile dagli europei e dal resto del mondo come rappresentante dell'Unione. Pensiamo ad un Presidente eletto dal Parlamento europeo, confermato dal Consiglio europeo, che assicuri il coordinamento tra le istituzioni, che, a tal fine, sia anche il Capo del Consiglio per gli affari generali. 

E siamo per un Parlamento europeo a tutti gli effetti co-legislatore, su un piano di parità con il Consiglio, per cui è bene l'estensione del voto a maggioranza, ma non basta, poiché l'unanimità in materia fiscale e, in parte, nella materia sociale porterebbe al blocco. 

Bene, quindi, la semplificazione della procedura di bilancio che mette Parlamento e Consiglio su un piano di totale parità. Bene l'integrazione della Carta dei diritti, inserita integralmente, anche se occorrerà prevederne una clausola evolutiva, come quella prevista dal Trattato di Amsterdam per la cittadinanza europea. Bene ciò che si definisce “mister euro” e “mister economia”, bene anche la possibilità, per i paesi della zona euro, di darsi ulteriori regole per rispettare il patto di stabilità. Ma allora è vitale che possa evolvere, a livello europeo, anche la politica fiscale in cui si abbandoni il diritto di veto. 

Altro aspetto fondamentale è la politica estera e di difesa. Il popolo europeo vuole la difesa europea, vuole la politica estera europea. Non c'è rilevazione scientifica che non dimostri che la stragrande maggioranza degli europei vuole un esercito europeo, vuole l'unificazione della capacità di difesa ed un'unica guida della politica estera. 

Se dalla Convenzione, se dalla Conferenza intergovernativa non dovesse uscire questa linea di grande slancio faremmo un enorme passo indietro, simbolico e politico, di dimensioni e natura gravissime. 

Penso che, accanto al voto a maggioranza, occorra, ovviamente, il coinvolgimento del Parlamento europeo e che si debbano incoraggiare le cooperazioni rafforzate, se necessario anche quelle ad hoc. Il caso degli accordi di Schengen dimostra che le cooperazioni rafforzate possono avere successo e, finendo integrate nei trattati, possono aprire una strada che porta lontano. Occorre, dunque, che il ministro degli esteri sia considerato membro a pieno titolo della Commissione e, in quanto tale, riceva, con il resto del collegio, la fiducia del Parlamento europeo. 
Inoltre, noi reputiamo - questa è la posizione dell'Ulivo - che vi debba essere un referendum europeo e, comunque, un referendum italiano per l'entrata in vigore della Costituzione: sia la maggioranza del popolo ad esprimersi a favore, altrimenti non sarà una Costituzione, ma, più che mai, un trattato come gli altri, un trattato che qualunque Stato potrà bloccare per continuare a giocare al ribasso sui destini dell'Europa.

9 giugno 2003


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