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Italia senza competitività

Appesantito da ingombranti zavorre il nostro Paese è fermo da quattro anni e la sua capacità produttiva perde inesorabilmente colpi. L'Italia nella graduatoria internazionale sulla competitività stilata dal World Economic Forum (Wef) è, infatti, al 47° posto su un totale di 104 Paesi; nel 2001 era 26esima. Rispetto all'anno scorso invece le posizioni perse nella classifica della competitività sono sei. Il rapporto del Wef incrocia le opinioni di quasi novemila manager e studiosi di economia con i dati macroeconomici forniti dai singoli Paesi (che insieme rappresentano il 97% del Pil mondiale). I bastoni fra le ruote della competitività italiana sono principalmente le paludi burocratiche di un'amministrazione inefficiente e costosa, il mercato del lavoro imbrigliato da normative complesse e infrastrutture inadeguate. 

E il dato dell'Italia è ancor più allarmante se confrontato con i Paesi dell'Europa a 15 rispetto ai quali l'Italia rappresenta il fanalino di coda. E anche considerando i Paesi candidati all'adesione, il bilancio sulla competitività per l'Italia non migliora. Se il Bel Paese era abituato a confrontarsi e competere con le economie avanzate, ora subisce l'umiliazione di vedersi superare da Botswana, Tunisia, Sudafrica, Cipro, Ungheria, Giordania e Malta. L'Italia avanza con il freno a mano tirato: regole, leggi, leggine e circolari dello Stato e degli Enti locali che imbrigliano la dinamicità del Paese, limitandone lo sviluppo. Si legge nel rapporto del Wef: "il peggioramento della performance in Italia interessa tutti i fronti, registrando cali particolarmente netti nella qualità delle istituzioni pubbliche". Il Wef punta il dito anche sull'impatto della criminalità organizzata. Ma il principale limite per la competitività in Italia, come detto, è l'inefficienza burocratica che costituisce un vero ostacolo alle imprese che cercano di migliorare la loro competitività; su questo punto l'Italia piomba ai livelli più bassi assoluti, piazzandosi 103esima su 104. E questo, precisa il rapporto, riguarda sia l'amministrazione centrale sia gli enti locali e regionali. Così nell'Italia governata dalla destra la crescita della competitività non solo si è rallentata ma è addirittura diminuita, mentre tutti gli altri Paesi europei mantengono le loro posizioni di tutto rispetto: Gran Bretagna è all'11esimo posto, seguita dalla Germania al 13esimo, mentre Spagna e Francia si collocano rispettivamente al 23esimo e al 27esimo. 

Tutti gli aspetti legati alle tasse vedono l'Italia in fondo alla classifica: malissimo la pressione fiscale (100esimo posto, cioè quartultima). Berlusconi, davanti a questa fotografia del Paese, anche in questi giorni, echeggiando una nota pubblicità, ha rinnovato il suo invito a "essere ottimisti". Invece, per Innocenzo Cipolletta, "i risultati del rapporto Wef rappresentano un campanello d'allarme, mentre per il vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina, "il Paese è fermo, e in questa fase chi si ferma rimane inesorabilmente indietro. Il Paese non crede in se stesso e mentre continuiamo a litigare e a parlarci addosso, gli altri si muovono sulla scena internazionale con più aggressività, con una maggiore competitività". Ma la realtà che emerge dal rapporto del Wef è che l'Italia paga l'incapacità della sua classe dirigente. Questi dati sono la conseguenza della mancanza da anni di una visione "in grande", di un progetto di lunga prospettiva, dell' improvvisazione del centrodestra e della loro gestione dell'ordinaria amministrazione; poi quando le cose si mettono male il governo copre la sua incompetenza con provvedimenti dell'ultimo minuto.

15 ottobre 2004

Bocciature per l'Italia governata dalla destra


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