Riduzione delle tasse: una bufala elettoraleCon il trascorrere delle settimane sempre più si rivela per quello che è la proposta berlusconiana di riduzione delle tasse: una bufala elettorale, una mossa per oscurare i fallimenti del suo governo e gettare negli occhi degli elettori - soprattutto quelli che gli avevano dato fiducia nel 2001 - il fumo delle promesse per riconquistare il consenso perso lungo la strada. Facile a dirsi, ridurre le tasse, abbassare le aliquote da cinque (com'è oggi) a due quando si è seduti comodamente - e senza contraddittorio - in un salotto televisivo, con ospiti cerimoniosi e consenzienti. Difficile a ottenersi quando tocca far di conto, verificare compatibilità, mettere insieme intenzioni discordi ma, soprattutto, quando c'è da trovare i soldi per finanziare i mancati incassi per lo Stato in un contesto di conti pubblici disastrati e, nonostante le edulcoriazioni e le alchimie contabili, già ora sopra la soglia del tetto del 3 per cento nel rapporto tra prodotto interno lordo e deficit pubblico. E' davvero prova di irresponsabilità sventolare il miraggio di far pagare meno tasse ai contribuenti sapendo bene che l'unico modo per consentirlo sarebbe intervernire con profondi tagli alla spesa pubblica, cioè alla spesa sociale e negare che si abbia questa intenzione. Delle due l'una: o si tratta di una presa in giro degli italiani o di una menzogna che nasconderebbe allora un disegno ben più grave, quello di ridimensionare il Welfare. Del resto è stato anche esplicito il ministro Tremonti quando, recentemente, ha affermato che l'obiettivo del governo <è ridurre all'essenziale il perimetro dello Stato>. Comunque, nonostante la grancassa berlusconiana, non esiste neanche una bozza, un pezzo di carta del governo mentre circolano almeno tra-quattro progetti diversi all'interno della maggioranza. E tutti, è cronaca di questi giorni, si sono arrestati dinanzia a quella che doveva essere - per un esecutivo serio - il primo quesito da risolvere: come finanziare la riduzione? da dove tirar fuori i soldi? E stiamo parlando di fior di quattrini, non certo di spiccioli visto che, anche nelle ipotesi più minimaliste (quelle difese da Alleanza Nazionale, ad esempio) occorrerebbero almeno 10 miliardi di euro, poco meno di ventimila miliardi delle vecchie lire. Ma per i faraonici disegni del premier, secondo istituti indipendenti e centri studi non certo dell'opposizione, la cifra supererebbe i 25 miliardi di euro, cinquantamila miliardi di lire. Da recuperare con la lotta agli sprechi della pubblica amministrazione o dai tagli alle leggi di incentivazione delle imprese? Verrebbe da ridere se non si trattasse del destino di ognuno di noi e delle nostre famiglie. A completare la rappresentazione di questa sorta di "teatro dell'assurdo" c'è poi la necessità, alla fine ammessa dal ministro del Tesoro, di una manovra correttiva dei conti pubblici entro giugno per evitare che l'Unione europea certifichi lo sforamento dell'Italia del parametro del 3 per cento ma principalmente per correre ai ripari dopo una finanziaria inadeguata e basata tutta su tagli reali e incassi virtuali. Ora dunque Tremonti, dopo aver accusato la Commissione e Prodi di "far solo politica" quando, a fine aprile, hanno avvertito il nostro governo che i conti pubblici erano fuori controllo (come hanno convenuto poi la Corte dei Conti e l'Ocse) è costretto ad ammettere che si devono recuperare proprio quei 6 miliardi di euro di cui aveva parlato la Commissione. Si direbbe, a questo punto, che "il re è nudo". E un governo responsabile dovrebbe ammettere di aver sbagliato e di aver truffato il Paese quando ha sparso ottimismo nei mesi scorsi ed ora che promette ompossibili tagli alle tasse. Sarebbe una decisione certo non in grado di riportare, per miracolo, i conti del Paese in nero ma avrebbe almeno il pregio della sincerità. Ma non avverrà. Questa maggioranza infatti non è la casa delle Libertà ma il condominio della menzogna, vero patto costitutivo dell'alleanza. Lecco, maggio 2004 Un anno di tasse e promesse
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