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Relazione di Antonio Rusconi al primo congresso provinciale della Margherita

1. Premessa

"Siamo chiari fin dall'inizio: non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi nazionali sulla base del prodotto interno lordo.

Perché il prodotto nazionale lordo comprende l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine. Mette nel conto le serrature speciali con cui chiudiamo le nostre porte, e le prigioni per coloro che le scardinano. Il prodotto nazionale lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore.

Cresce con la produzione di napalm e missili e testate nucleari, e comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica. Il prodotto nazionale lordo si gonfia con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i bassifondi sulle loro ceneri.

Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck e la trasmissione di programmi televisivi che celebrano la violenza per vendere merci ai nostri bambini. E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate.

Non tiene conto dello stato di salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi. E' indifferente alla decenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l'intelligenza delle nostre discussioni o l'onestà dei nostri dipendenti pubblici.

Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi. Il prodotto nazionale lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.

Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta…"

Ho voluto riprendere in maniera non rituale questo "vecchio" intervento di Bob Kennedy per dire di una scommessa che la Margherita vuole affrontare per il territorio e per il Paese, essere riferimento autorevole per il bene comune, per un nuovo personalismo che indaghi e si schieri dalla parte delle nuove povertà che emergono, essere semente proficua dei valori della cultura cattolica e liberal-democratica.

Vogliamo infatti essere una forza che fa del dibattito e del confronto democratico, anche al nostro interno, un metodo, consapevoli che la democrazia, la libera espressione, sono fondamenta dell'agire politico e di un confronto delle idee e dei progetti oggi mortificato.

2. La situazione italiana e il Governo Berlusconi

Nella classifica sulla competitività, stilata ogni anno dall'Institute for management development (Imd) di Losanna, l'Italia sprofonda al 17° posto. Era 14esima nel 2002 e 13esima nel 2001.

Al contrario Berlusconi, nella scorsa legislatura, ha ripetuto ossessivamente, in ogni suo discorso, che risalire quella classifica sarebbe stato uno dei suoi principali obiettivi. Ecco il risultato dopo due anni del suo governo: l'Italia arretra. Con Berlusconi al governo i conti sono peggiorati, lo sviluppo si è quasi azzerato, l'aumento dell'occupazione è finito e le quote di mercato mondiale sono diminuite. Non è male per un governo che aveva promesso il secondo miracolo economico della storia italiana.

Le considerazioni dell'Institute for management development sulla perdita di competitività da parte del nostro Paese costituiscono una sentenza obiettiva che vale molto di più delle parole vuote del governo: tutti i maggiori Paesi industrializzati figurano trai primi dieci, fatta eccezione per il Giappone (11°) e l'Italia.

In compenso mentre Tremonti, per rispetto alla cultura e alla storia di questo paese, dovrebbe lasciare la scrivania di Quintino Sella (era la promessa per il pareggio di bilancio nel 2003), siamo più conosciuti all'estero per le leggi sul falso in bilancio, le rogatorie internazionali, la Cirami,il lodo Schifani, i tredici condoni della finanziaria 2003 e quelli in cantiere.

Giustamente ricordava Roberto Pinza in un articolo su Europa del 24 luglio 2003: "La risposta (purtroppo) assai semplice, è che Berlusconi e Tremonti non hanno più nessuna politica economica da proporre. I dati che contano sono pochi e si riferiscono a conti pubblici e sviluppo. Sui conti pubblici il governo enuncia un deficit tendenziale del 3,1% che intende correggere con una manovra nel 2004 molto impegnativa di oltre 16 miliardi di euro. Al 3,1% di deficit tendenziale si arriva sottraendo da un deficit del 5% di interessi un avanzo primario del 1,9%.

Questo significa che si è interrotto il percorso virtuoso iniziato negli anni '90 e poi accelerato dal centrosinistra che aveva enormemente ridotto il deficit e che aveva ragionevolmente fatto pensare che lo stesso si sarebbe azzerato nel giro di qualche anno.

Lo stesso Tremonti aveva (incautamente) dichiarato che si sarebbe dimesso se non avesse portato il deficit a zero nel 2003. Ovviamente Tremonti non si è dimesso ma il problema è che oggi l'avanzo primario (e non il deficit) tende allo zero e quindi ricrea nuovi e consistenti deficit pur in presenza di una circostanza particolarmente favorevole costituita dal bassissimo tasso di interessi (il cui ammontare è infatti diminuito).

Che cosa significa in concreto? Che l'Italia sta progressivamente erodendo l'avanzo primario, sta gestendo sempre peggio i propri conti e che al primo aumento del tasso di interessi (prevedibilmente in ipotesi di ripresa economica) il deficit, già alto, esploderà. Tremonti, pur tacendo colpevolmente l'esistenza del problema, lo sa benissimo e tenta di esporre un programma di tagli di spesa e di aumento delle entrate che è talmente generico ed incomprensibile da non avere la minima credibilità."

In effetti la Margherita e in genere l'opposizione di Centro-Sinistra, ritiene, pur inascoltata, che una distribuzione del reddito troppo squilibrata rappresenta un limite insormontabile alla crescita.
E come Sindaco e come rappresentante dell'Anci in questo territorio stiamo attendendo come un incubo, non solo per i costi a carico dei comuni ma soprattutto per i danni incalcolabili ad ogni territorio, un condono edilizio che, vista l'esigenza delle casse dello Stato, rischia di essere davvero definito "tombale".

Ne avremmo fatto volentieri a meno. La sola riproposizione dalle pagine dei giornali e dagli schermi tv di una sanatoria sta già alimentando gli interessi illegali che di condono si sono sempre nutriti. Dovrebbe saperlo Berlusconi, visto che l'anno peggiore dell'ultimo decennio per l'abusivismo è stato proprio il 1994, quando il suo primo governo produsse l'ultimo condono: furono costruite allora 80 mila case abusive.

Solo chi ritiene che i condannati al confino fossero vacanzieri privilegiati può avere in mente un paese senza rispetto della storia, della bellezza, della legalità. Un paese che distrugge le risorse sulle quali è possibile costruire un futuro forte e pulito.

Ormai è chiaro che la sfida vera che la politica quotidianamente ci propone è quella tra l'idea di comunità e quella del più sfrenato individualismo: come motivare altrimenti il fatto che il primo provvedimento del Governo Berlusconi nel 2001 sia stata la legge che toglieva qualsiasi imposta sulle eredità dei grandi patrimoni, i continui attacchi alle fondamenta dello stato sociale. Non si può retoricamente invocare il valore della libertà perché le persone sono più libere se tutte, anche le meno abbienti, possono istruirsi e curarsi, se è evidente il valore che ogni persona non vive nella solitudine dei suoi problemi ma dentro le scelte e i servizi della sua comunità.

Certo il tema della libertà offre spunti di ulteriore riflessione e anche di autocritica all'interno dello stesso Centro-Sinistra per i continui mutamenti della società post-moderna.

Uno di questi mutamenti riguarda la voglia di crescita, di autoaffermazione, diciamo pure di libertà delle persone. Il tema della libertà individuale è stato centrale nel messaggio di Berlusconi, che l'ha strumentalizzato, e che ora lo sta tradendo.

Noi l'abbiamo sottovalutato. Eppure è un'esigenza fondamentale che non va lasciata a sè, alle casuali evoluzioni individualistiche e di mercato, ma su cui va costruito perché si trasformi in crescita vera di opportunità per tutte le persone.

I versanti positivi di queste aspirazioni alla crescita personale sono molto più numerosi di quelli negativi.

Riguardano lo sviluppo d'impresa già così diffuso in Italia. La sinistra l'ha troppo spesso visto con diffidenza (salvo ricredersi dove ha amministrato bene realtà locali). Molti "ceti produttivi" avvertono ancora tale diffidenza, che li trattiene dal fidarsi completamente. La voglia d'impresa per noi non è uguale all'arbitrio di sfruttare ogni opportunità, magari devastando il paesaggio e opprimendo i lavoratori. Essa va limitata per rispettare interessi e beni comuni, l'ambiente, il lavoro, l'eguaglianza, con regole selettive ma da rispettare rigorosamente. Ma l'impresa va sostenuta sul serio, specie quella piccola, in modo finalizzato alla crescita, all'innovazione e alla qualità. Valorizzare questi aspetti significa far leva sulle capacità professionali sia degli imprenditori sia dei lavoratori; puntare sull'orgoglio di fare le cose bene, che c'è ancora in molti: che è considerato un valore.

In questi mesi, molte persone serie di questi mondi sono profondamente deluse dalle "vane parole" di Berlusconi e hanno guardato al Centro-Sinistra e a noi della Margherita in particolare con rinnovato interesse:i dati economici dei Governi Prodi e Berlusconi sono troppo evidenti e noi non possiamo perdere l'occasione di essere riferimenti autorevoli per la parte più prestigiosa del mondo economico italiano.

Perché poi il tema del rapporto tra economia e politica ci porta inevitabilmente al confronto sull'idea del futuro dell'Europa.

Se dunque il domani dell'Europa pone anzitutto la premessa che gli interessi comunitari e delle sorti future dell'umanità sono al di sopra dei pur legittimi interessi nazionali, proprio il drammatico bisogno di pace pone il dilemma fondamentale dei rapporti tra i fini e i confini dell'Europa che sono due aspetti che esigono risposte urgenti: come conciliare infatti il bisogno di condivisione di valori comuni, di una politica estera che richiami le origini e l'equilibrio della nascita della Comunità europea e parlare senza alcun rilievo critico e problematico dell'allargamento a Turchia e Russia, senza porsi il problema di un ruolo fondamentale dell'Unione Europea sulla questione mediorientale.

Chi sposa infatti questa ipotesi, apparentemente progressista, pensa all'Europa solo ed esclusivamente come un grande spazio economico, nel quale i singoli Stati riconoscono e trattano direttamente con la leadership americana, indifferente ad una forte coesione culturale e politica.

Questo è infatti il dilemma oggi in discussione su un diverso futuro dell'Europa: come si può pensare di affidare alla Turchia il dialogo sulla questione palestinese o quali prospettive di pace può avere la comunità internazionale o quale ruolo di sovranità può riprendere una rinnovata ONU se l'Europa rinuncia ad una propria leadership in politica estera in favore di una continua subalternità alla strategia americana?

Rispetto a questa scelta, risulta tutt'altro che chiara la posizione del Governo italiano, non solo perché parte della maggioranza per voce del Ministro Bossi continua a definire l'Europa "forcolandia", ma soprattutto perché nella crisi internazionale che ha portato alla guerra all'Iraq e a Saddam Hussein, il Presidente Berlusconi ha preferito un servile vassallaggio alle ragioni di Bush, quasi con un'adesione personale e non politica, piuttosto che ricercare con i sei paesi storici fondatori dell'Unione una posizione europea che rafforzasse il primato dell'ONU e tutte le possibili strategie per una pace effettiva.

Un ulteriore aspetto su cui riflettere è quale federalismo sta scegliendo questo Paese, in quel governo che è stato definito il primo con una presenza organica e continua della Lega Nord.
Come esponente dell' Anci concordo pienamente con il mio presidente nazionale, il Sindaco di Firenze, Domenici, che ha recentemente affermato che "vorremmo capire che fine fa il federalismo fiscale sparito anche dall'orizzonte".

In realtà anche la nuova finanziaria presenta ancora un taglio nei trasferimenti, il blocco dell'addizionale Irpef e il freno a sostituire il personale, insomma ogni Comune si ritroverà nel 2004 ad avere "più competenze e meno risorse" e si scaricherà dunque la pressione fiscale sui servizi degli Enti Locali.

E' evidente dunque quale responsabilità attende il Centro-Sinistra che ha il dovere di distinguersi dalla pur legittima manifestazione di piazza: il Paese ci attende per un progetto di governo più efficiente ed è fondamentale costruire un progetto unitario con un programma solido e condiviso.

Certo, a livello nazionale, non dobbiamo dimenticare la lezione degli errori che hanno causato la crisi del Governo Prodi, soprattutto per le responsabilità che ci appartengono. Facendo finalmente un po' di autocritica, sembrava quasi che potessero da quell'avvenimento nascere opportunità e convenienze nuove per le sorti non del partito, ma delle poltrone del partito. Si dà il caso che, nella durata, le poltrone non fanno la politica e questo è un insegnamento che anche noi lecchesi non possiamo disperdere.

In questa direzione si dovrà dimostrare di saper dialogare con tutte le anime della coalizione, rispettarne le culture e i valori, tornare a offrire progetti a quei ceti medi che rifiutano di illudersi per le promesse di Berlusconi, affrontare il tema della modernizzazione.

La nostra strategia è combattere con proposte concrete questo Karaoke multimediale dove la logica dell'apparire prevale, la sicurezza è garantita, le tasse diminuiscono, il federalismo si farà con più fondi al Mezzogiorno: è la sindrome del "grande fratello". Esemplificativo di questo è il tema della scuola: a fronte delle "magnifiche sorti e progressive" promesse nell'ultimo decreto e nelle prossime finanziarie, i dati reali sono di un'impressionante chiarezza: tagli di 425 milioni di euro in finanziaria 2003, taglio del 20% del personale di sostegno per disabili, taglio di 7000 cattedre per l'anno scolastico 2003-2004, taglio del 6% in tre anni del personale non insegnante, per non dire, in coerenza con l'idea del fascismo che ha il Presidente Berlusconi, della risoluzione approvata per l'obiettività dei libri di storia, con un lungo elenco di manuali "diffidati".

L'unico dato ben chiaro è che non basta strappare le pagine di un manuale per cancellare la verità sul fascismo e sul valore dell'antifascismo da cui è nata pur in una forte contrapposizione ideologica la nostra carta costituzionale, vero punto di partenza della pacificazione sulle macerie di una dittatura.

Proprio la libertà è il tema in gioco su questo argomento, libertà degli insegnanti, che la DC, titolare del Ministero dell'Istruzione per 40 anni ha sempre tutelato, mentre altri vorrebbero riscrivere la storia, affermando che l'Italia vera è quella di Salò.

In effetti, senza forzature allarmistiche, è chiaro che su alcuni temi fondamentali è in gioco la qualità della democrazia nel Paese: penso alla cinquantina di parlamentari che ha rapporti con Mediaset, penso all'attualità della legge Gasparri, se un opinionista moderato come Piero Ostellino sin dallo scorso 30 luglio scriveva che:

"In realtà che piaccia o no, stanno venendo contemporaneamente al pettine due nodi: l'anomalo duopolio Rai-Mediaset consentito da una classe politica che non è stata capace di fare chiarezza nel sistema radiotelevisivo; il conflitto di interessi che vede in corsa il presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset. La legge Gasparri prepara l'avvento, anche in Italia, della televisione digitale, che porterà nelle case - diciamo - 100 canali , mentre ora quella analogica e generalista, attraverso le concessioni dello Stato ne porta - diciamo - 6 o 7. In altre parole, la legge disciplina il sistema televisivo del futuro, quando l'accesso, da parte di chi avrà risorse finanziarie e capacità imprenditoriali adeguate, sarà infinitamente più aperto di quanto non sia adesso.

Quando comincerà questo futuro? Diciamo grosso modo intorno al 2008-2010. Da qui ad allora sarà Berlusconi a trarre i maggiori vantaggi da un sistema formalmente più libero. Non tanto perché la legge sia fatta apposta per lui, quanto perché lui è il solo, data la situazione pregressa, a essere pronto ad affrontare la sfida del futuro."

Insomma, in questo Paese (pensiamo alla sentenza della Corte Costituzionale sul trasferimento sul satellite di Rete 4) si continuano a premiare chi non rispetta le regole nell'edilizia, nella fiscalità, nella giustizia, nell'editoria e infine anche nello sport, se pensiamo che in pieno agosto tra le tante drammatiche emergenze il Governo ha ritenuto urgenza assoluta il decreto per portare la serie B a 24 squadre, con un'ingerenza nell'autonomia dell'ordinamento sportivo che non ha precedenti.

Così, assistendo alle ultime sedute parlamentari, vorremmo, anche da alcuni amici oggi nell'UDC, meno interviste sui problemi del Governo e più coraggio nei voti e negli emendamenti per il bene del Paese, per non sentirsi ripetere il laconico e terribile giudizio di Tacito sui tempi di Augusto: "Non restava più nulla dell'antica coscienza, tutti aspettavano i cenni del principe".

Non può essere casuale infatti che un politologo di fama internazionale come Robert A. Dahl nel suo libro "Intervista sul pluralismo", si soffermi più volte sulla situazione italiana e sulla necessità nelle moderne democrazie per la loro sopravvivenza di poliarchie, ovvero di separazione e diversificazione di poteri e sull'eccessiva concentrazione di strumenti nelle mani di Berlusconi aggiunge:

"Sebbene non abbiamo modi soddisfacenti di misurare vantaggi e handicap, sappiamo che le differenze nelle opportunità politiche sono così grandi da trasformare in una beffa l'idea dell'eguaglianza politica tra i cittadini, che invece rimane, secondo me, un obiettivo etico e la ragione che giustifica la democrazia."

Insomma, forse solo in questi mesi (e i risultati delle amministrative 2003 lo dimostrano) gli italiani hanno compreso che la politica delle false promesse non paga più.

Varrebbe la pena di ricordare, in tema manzoniano, come chiosa a questo paragrafo, anche per un po' di ironia le parole con cui Manzoni chiude il cap. VIII del romanzo, meglio noto come "la notte degli inganni":

"In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza di un oppressore; eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo…voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo."

3. Il cammino della Margherita

Per chi, come me è stato a Lecco prima iscritto e poi segretario provinciale della Democrazia Cristiana e dei Popolari, non è stato né facile né automatico il passaggio alla Margherita: vi è un'abitudine a impegnarsi in politica con convinzione, con passione, a chiedere al proprio partito e ai propri dirigenti un di più di condivisione e di contenuti.

Vorrei così spiegare a un giovane, a chi è nato dopo l'assassinio di Moro, a chi non ha visto la testimonianza politica e umana di Zaccagnini, perché le ragioni del popolarismo risiedono nel futuro piuttosto che nel passato, far riscoprire e rivivere quell'espressione stupenda e severa per il cristiano di don Mazzolari, "la doverosità e l'impossibilità dell'impegno politico", come raccogliere dalle nuove generazioni e rispondere ad una domanda di una politica virtuosa, cioè una politica contrassegnata da gesti che contengono il meno possibile di violenza, di frode, di menzogna, una politica non machiavellica, che evochi nei giovani il gusto di un'impresa alta, come dare un'anima a questo partito.

Credo che le risposte a queste domande vadano cercate compiendo anzitutto uno sforzo: guardare sempre avanti, non cadere in nostalgie o tentazioni che ci impediscono di capire quale è la strada giusta.

Ma proprio perché noi abbiamo e conserviamo intatto l'orgoglio di quelle radici, proprio perché sappiamo di essere noi, e soprattutto noi, i portatori dell'eredità politica vera della Democrazia Cristiana, dobbiamo avere il coraggio e l'onestà intellettuale di dire che non si può camminare verso il futuro tenendo la testa girata alle spalle. La divisione tra noi e quanti stavano con noi ed oggi sono andati con il Polo non va vissuta ancora adesso come una ferita da rimarginare il prima possibile ma come una serena ed inevitabile conseguenza della storia che va avanti.

L'idea dunque che ci deve appartenere non è quella solo della nostalgia o della conservazione di una storia, piuttosto, direi, della restituzione, del passaggio del testimone, dove, come nel drammatico periodo dopo la Resistenza, il riformismo cattolico e liberale ritengono di avere e dovere un contributo fondamentale per la democrazia italiana: non si considera chiusa una storia, anzi riemerge come lievito.

La Margherita, "Democrazia è Libertà" è anzitutto questa sfida: intercettare i volti dei tanti che ci hanno votato alle politiche del 2001 con una proposta che risponda alla loro domanda di politica nuova e credibile.

Essa vuole essere da un lato la novità della politica e, dall'altro, una continuazione oggi, di quei valori che , nel tempo, sono stati determinanti per la "biografia" del nostro Paese; ne hanno costruito la storia, lo sviluppo economico, l'evoluzione politica e sociale nonché l'aperta propensione europea dell'Italia.

E' il primo partito federale, radicato sul territorio che si appresta tra due settimane al suo primo Congresso Regionale che raccolga le seguenti sfide:

  • un partito che mobilita in Lombardia il meglio di quanto oggi l'ambito politico - culturale riformista, offra, con un impegno preciso però ad un rinnovamento anche generazionale della classe dirigente lombarda;
  • una profonda autonomia statuaria e politica del partito, federato col partito nazionale, rispettando in modo concreto l'impegno unanime preso a Parma;
  • un ruolo fondamentale degli eletti nel partito regionale, in particolare dei Sindaci e degli amministratori che hanno ancora un rapporto vivo con le realtà associative, oseremmo dire di riscoperta di un "sano collateralismo".

Vi invito a leggere il nostro statuto, i suoi contenuti, perché in politica diffido di coloro che non hanno identità.

Infatti sarebbe stato sbagliato costruire un partito nuovo che fosse la "Forza Italia del Centro-Sinistra", preoccupati solo dal mettere insieme uomini e voti riuniti da un leader. La Margherita deve avere un'anima, deve rappresentare l'anima moderata del Centro-Sinistra ma la più attenta al valore del personalismo e della solidarietà, coinvolgere attorno a questi valori tante storie e tanti volti, compito purtroppo che, dobbiamo ammetterlo, come Partito Popolare non ci è riuscito.

Capisco qualche difficoltà, non i dubbi, se ci confrontiamo con le proposte politiche del Centro-Destra. Ricordo le parole dell'ultimo discorso di Aldo Moro il 28 febbraio 1978 ai gruppi della DC al momento della costituzione del Governo di unità nazionale:

"Per questo apprezzo tutti e dico a tutti: stiamo vicini. Se dovessimo sbagliare, meglio sbagliare insieme, se dovessimo indovinare, ah certo, sarebbe estremamente bello indovinare insieme, ma essere sempre insieme".

E' un'impresa questa che deve partire dal basso, che deve nascere dai territori, che sarà arricchita dal ritorno prezioso alla politica italiana di Romano Prodi, ma non si lascia invaghire dal leaderismo senza progetti e senza idee. Diceva Sartori in un provocatorio articolo dal titolo "L'Ulivo è a pezzi? Non è un dramma":

"In Italia la destra un suo "padrone" precostituito ce l'ha; la sinistra no. E mi sfugge perché si debba intestardire nella missione impossibile di inventarlo".

Un altro aspetto, per il quale vorrei che il dibattito politico assumesse toni di maggiore laicità, è quello relativo all'impegno dei cattolici nella vita politica e sociale del Paese.

Costruire la città terrena secondo giustizia, a misura d'uomo, è il frutto di un'azione che si vuole chiamare "politica". Messo in salvo l'identico e unico scopo, e presupposta la buona fede di chi vi si impegna, la divisione rispetto alle strade concrete lungo le quali il progetto di giustizia può realizzarsi non è scandalo ma può esprimere la ricchezza della diversità, della libertà e della genialità.

I cattolici hanno vissuto sulla loro pelle, lo shock della divisione politica. Fortuna o iattura che sia, resta il fatto che la congiuntura storica ha costretto tutti a prendere coscienza che "la Chiesa non è legata a nessun sistema politico, ma è il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana", come affermò profeticamente l'ultimo Concilio Ecumenico.

Non c'è, rispetto all'attuale confusa tensione del panorama politico italiano, una Chiesa del Polo e una Chiesa dell'Ulivo e chi equivoca su questo prende facili cantonate. Ci sono invece tra i cristiani (e probabilmente tra i loro pastori) uomini che personalmente dissentono da alcune scelte dell'una e dell'altra via, segnandone i rischi. Il loro ascolto è riflessione preziosa, senza peraltro che nessuno possa prenotarli tra i fautori o i nemici della loro parte politica.

Per questo, forse a causa di quello che Giorgio Rumi chiama "l'impreparazione storica dei cattolici italiani a pensare politicamente", mi auguro che certi toni di confronto anche a Lecco per "presunte patenti di cattolicità" che richiamano più i capponi di Renzo che il cattolicesimo liberale del Manzoni, lascino posto a un confronto serio nel comune impegno di valori per concorrere laicamente a costruire il sentimento di una comunità, secondo quella responsabilità dichiarata nella "Lettera a Diogneto" che "ai cristiani non è concesso dimettersi".

Dunque auspico nel mondo cattolico, tra gli impegnati in politica, la fine di una litigiosità dannosa, ognuno rispondendo con le proprie capacità e le proprie scelte alla condivisione di valori comuni, senza il "paravento" dell'abuso dell'aggettivo cattolico, magari con l'onesto rossore di ricordare che De Gasperi insegnava la coerenza tra vita privata e vita pubblica, relazione indispensabile che alcuni dei presunti difensori della cattolicità a Roma e a Lecco dovrebbero perlomeno approfondire o affrontare con maggiore rispetto e pudore.

E' questa, tra l'altro, la ragione che non ci ha indotto e non ci induce a pretendere dalla Chiesa Cattolica una qualche speciale prerogativa, un qualche speciale riconoscimento. E' anche e inoltre la presa di coscienza del limite della politica: noi non pretendiamo l'adesione di parti significative del mondo cattolico, noi vorremmo e possiamo meritarla, persuaderla e guadagnarla, con una proposta, con un programma, con risposte concrete.

In questo a Lecco possiamo guardare con grande interesse a un rapporto di collaborazione con l'associazione "I Popolari", uno stimolo fondamentale per la nostra attività, perché inoltre ci sorregge il convincimento che , oggi più che mai, in tempi di maggioritario e di greve dialettica politica, in non indifferente misura, determinata da logiche massmediatiche e plebiscitarie, lo spazio politico ha bisogno di essere alimentato, vitalizzato e arricchito da speranze stimolanti di idee, di dibattito e di confronto. Presenze che, pur non rifiutandosi di assumere posizione ed impegno sui problemi e i temi del confronto politico, non si lascino ingabbiare entro la ferrea logica dello schieramento. Lo spazio politico non è semplicemente lo spazio della contesa elettorale per la conquista e la gestione del potere, anche se essa ne è parte essenziale.

Dentro la coalizione, la nascita della Margherita deve rappresentare una risorsa fondamentale se non diventa la costruzione di un aggregato che abbia come unico cemento un dato negativo, l'associazione dei non Ds. E' l'espressione della subalternità culturale nei confronti della sinistra e risponde più ad una esigenza logistica che politica. Pensiamo piuttosto alla prospettiva di concorrere, sulla base di giudizi condivisi, alla costruzione di un nuovo soggetto politico del riformismo italiano che sia il primo partito, la prima radice del nuovo Ulivo, quella più europea, più innovativa, più avanti nel desiderio di coniugare le nuove libertà, la nuova domanda di cittadinanza con la tradizione dei cattolici democratici e del miglior liberalismo italiano. Un soggetto che, partendo dai valori fondamentali che ho prima richiamato, sappia costruire una nuova offerta politica alle sfide del nostro tempo. Un soggetto che si allea con la sinistra democratica per governare l'Italia nei prossimi anni, per battere la destra populista e xenofoba, ma soprattutto per guadagnare la fiducia di quanti oggi sono indifferenti alla politica ma non sanno di averne, in realtà un gran bisogno. Per questo l'aggregazione non può essere solo un'addizione di sigle o di leadership: occorre coinvolgere uomini e donne che hanno comune sentire ma non trovano negli attuali partiti accoglienza e speranza.

Dobbiamo combattere e vincere la grande menzogna dell'insussistenza del centro nell'alleanza riformista. La destra ha interesse, quando parla di sè, a definirsi "centrodestra" mentre quando indica noi ci chiama "sinistra". Noi comprendiamo bene di rappresentare un problema per il centrodestra. Siamo un segno di contraddizione che li inquieta , li tormenta. Se non esistessimo, se non fossimo collocati nel centrosinistra, loro non avrebbero l'onere nemmeno di paragonarsi, di confrontarsi, di misurarsi con la responsabilità della politica.

Nei primi mesi della sua breve comparsa politica, il dibattito all'interno della Margherita, si è soffermato sul falso problema se la scelta fosse uno strumento più radicato nella società o su un movimento alla ricerca del voto di opinione, quasi replicando la questione surreale posta dal Centrodestra dell'alternativa di un "di più di mercato" rispetto ad un "di meno di Stato".

Lo ribadisco, così posta, la domanda è fuorviante e potrebbe suggerire un altro quesito, come si pone la scelta del partito "Democrazia è Libertà" all'interno di un quadro politico ormai da show-business, un partito che guida e non si lascia guidare dai sondaggi, aperto, che sa ascoltare prima di proporsi, che diventa all'interno del Centro-Sinistra un interlocutore credibile per quei mondi diversi che ritengono l'economia sociale di mercato la vera sfida alla modernità della politica del nuovo secolo.

La scommessa diventa dunque come contribuire con creatività e fantasia a far sì che la Margherita si affermi come soggetto duraturo e di successo del sistema politico italiano, anche grazie ad un modello che non replichi i formulari organizzativi del passato, del tutto inadeguati rispetto alla "rottura" operata dalle novità storiche, culturali e sociali della nostra epoca post-ideologica. Fugando il rischio di diventare "un partito vecchio con un nome nuovo", la Margherita deve rappresentare, invece, un grande progetto di sperimentazione di nuove forme dell'agire politico, capaci di tenere insieme la tradizione con l'innovazione, l'identità con l'opinione , i movimenti con i partiti, i cittadini singoli con i cittadini associati. Ciò sarà possibile solo dando vita ad un soggetto politico articolato e flessibile, democraticamente strutturato, rispettoso dell'autonomia e della tradizione culturale di ciascun soggetto originario: un modello complesso ed aperto che, nella valorizzazione ed armonizzazione della ricchezza dei diversi talenti politici già disponibili e delle fresche energie offerte dagli ambienti esterni ai partiti tradizionali, si apre anche alla riscoperta dell'Ulivo, concepito come la "Casa Comune dei Riformisti", unitaria e plurale anch'essa.

Non possiamo d'altra parte dimenticare come nel Centro-Sinistra oggi riconosciamo tutte le diverse culture che hanno partecipato alla Resistenza e costruito con fedeltà e coerenza la Costituzione e possiamo chiedere alla "Lista Di Pietro" e a Rifondazione Comunista non un generico assemblaggio di forze che si ritrovano insieme solo per le convenienze elettorali del maggioritario (la Lega insegna), ma un serio confronto programmatico di scelte chiare per il Governo del Paese.

Proprio perché abbiamo l'obbligo politico di costruire un'alleanza forte e coesa, guardo con attenzione mista a preoccupazione la possibilità di una lista Prodi per le europee.

Capisco e condivido le ragioni italiane di una tale scelta, per superare le scelte conservatrici del PPE (compresa l'ultima proposta di ammissione di Alleanza Nazionale) e l'importanza di una forte prova di coesione in vista delle successive politiche, ma rimane il problema irrisolvibile, in tempi brevi, della collocazione degli eletti.

Rimane comunque chiaro per me che la scelta unitaria delle europee non può significare la scelta progressiva del partito unico.

Non serve oggi al Centro-Sinistra italiano una "Cosa 3" e siccome credo nella straordinaria opportunità della costruzione della Margherita, non sono disponibile a tutte le imprese.

La storia politica è prima di tutto la storia di un'idea che nasce e si incarna, si confronta, combatte, si arricchisce e si precisa nel contrasto ma cresce e, anche se sconfitta, riprende la sua strada, ritorna e vince quando ha diritto di vincere per il consenso che matura e per la speranza che suscita.

La politica non crea i valori, ha a che fare con i valori per la capacità di garantire le condizioni concrete dell'esistenza e della custodia dei valori. È dunque nell'impolitico - in ciò che viene prima e che giustifica e motiva la politica - l'impresa da compiere per rassicurarci del futuro.

Anzi, la Margherita dovrà evidenziarsi per l'attenzione particolare ad alcuni temi come il rapporto tra mercato e solidarietà: questo potrebbe aiutarci ad avvicinare nuove sensibilità e nuove persone e a un confronto serio con il Sindacato, che per noi, continua ad avere un ruolo insostituibile per la democrazia del Paese.

Perché abbiamo costituito i circoli? Non per inventare un nome nuovo da dare alle vecchie sezioni. No, il senso è piuttosto quello di offrire alle persone un'occasione per fare politica in modo nuovo: la politica che vogliono, che interessa, intorno a un tema e in un territorio. In questo nuovo modo di fare politica è possibile verificare se la chiave e il segreto della Margherita non sia proprio nella sua capacità di affrontare meglio delle altre formazioni del centrosinistra il rapporto tra movimenti e partiti, e tra movimenti e politica. Voglio dire che la Margherita ha più carte e più chance per interpretare la vera novità di questa stagione, il risveglio politico.

Siamo di fronte ad un fenomeno nuovo che non risponde alla vecchia divisione tra movimenti e partiti, con i movimenti che rappresentano il sociale, la cultura, un progetto etico, il cosiddetto pre-politico, mentre i partiti fanno "Politica", per così dire seria e vera. No, la novità di questa stagione è che il movimento di partecipazione messo in moto a livello mondiale esprime un modo nuovo di fare politica. Questo è il dato di realtà con cui dobbiamo confrontarci e che ha mutato l'approccio alla politica dei movimenti tradizionali. C'è un opinione pubblica di 110 milioni di persone che contemporaneamente, in ogni parte del mondo, si sente coinvolta in prima persona a favore della pace e per un nuovo ordine democratico del mondo.

Il tema della pace non è infatti un argomento da "coccolare" nelle manifestazioni e nelle veglie di preghiera, o un "lusso" che ci concediamo stando all'opposizione perché se fossimo al governo avremmo un approccio diverso.

Penso alla profezia della pace insegnataci da due grandi figure, come don Primo Mazzolari e Giorgio La Pira e che rappresentano tuttora una guida autorevole. Proprio queste due personalità sono al centro di una profonda analisi che Giorgio Campanini scrive sul numero di giugno di "Aggiornamenti sociali":

" "Il cristiano è un "uomo di pace", non un uomo "in pace": fare la pace è la sua vocazione", ammoniva Mazzolari; e La Pira, aprendo il convegno fiorentino del 1955 dei sindaci delle capitali, gli faceva indirettamente eco, invocando fra tutte le città e fra tutti gli uomini del mondo l'instaurazione di un "vincolo organico di fraternità e di amicizia".

Di qui un'indicazione ancora valida per il nostro tempo. Non si tratta semplicemente di contrastare la guerra, ma di costruire la pace operando sul piano della formazione delle coscienze e insieme nell'ambito delle istituzioni della politica, nella vita delle città,nella pratica quotidiana della giustizia e della fraternità. In questa prospettiva, riandare a cinquant'anni di distanza alle forti pagine mazzolariane e alle suggestive intuizioni lapiriane non è privo di significato per riattualizzare, nei nuovi orizzonti degli anni Duemila, il messaggio cristiano sulla pace".

4. La sfida per la Provincia di Lecco

Amici amministratori di comuni e provincia, in questo momento avverto forte il bisogno di rivolgermi a voi per un appello che non è quello del segretario provinciale, ma dell'amministratore, dell'amico, di colui che in questi undici anni ha combattuto con voi numerose battaglie elettorali e si è adoperato con voi per un'infinità di altre cause a tutela del mondo delle autonomie.

Voglio altresì ringraziare tutti i dirigenti dei diversi partiti di Centro-Sinistra per il contributo che hanno dato all'intera coalizione e per il sostegno ricevuto in più occasioni.

Penso che lo sforzo che stiamo realizzando in questi mesi, con amicizia, stima e serietà, sia il punto di partenza per un progetto e una candidatura forte per le Provinciali del 2004 e in oltre 60 Comuni, dove apriremo certamente alle liste civiche, alla società civile, ma senza confusioni e contraddizioni politiche.

Il rispetto per l'autonomia di ogni Comune e di ogni circolo deve però confrontarsi con una coerenza di linea politica, non dimenticando che lo stesso giorno voteremo per le provinciali e per le europee.

Proprio qui a Lecco lo scorso 7 febbraio, il cardinale Tettamanzi, con la scelta qualificante di incontrare tutti i Sindaci del territorio, ha ricordato che il recupero della credibilità della politica può partire dal rapporto diretto del Sindaco con ogni cittadino:

"Anche per gli amministratori, allora, coltivare una sensibilità per il bene comune significa assolvere il compito di spingere tutti, e sempre di più, verso una cittadinanza "compiuta", che si fondi proprio sul valore della persona e sul suo sviluppo veramente integrale.

In questo senso, dedicarsi all'amministrazione significa amare la "civitas" - amare cioè la Città, i suoi cittadini e i "diritti di cittadinanza" -, impegnandosi a "costruire" una comunità di persone capaci di vivere in modo pieno la loro cittadinanza in uno scambio di relazioni personali, solidali e profonde.

Significa costruire una società in cui ciascuno dei componenti non è continuamente costretto a una "guerra senza quartiere", perché valgono solo le regole dell'arrivare, dell'esserci ad ogni costo e del contare unicamente perché si appare.

Affinché ciò avvenga, occorre coniugare questa visione del bene comune con la concretezza quotidiana del proprio servizio amministrativo, a volte apparentemente così opaca. Ciò comporta anche di partire da "piccole cose" e di averle a cuore, nella certezza che esse hanno realmente la forza di favorire e costruire il bene della società civile in cui si vive e si opera.

Rendere meno diseguale la Città significa pensare anzitutto ai più deboli e ai più poveri, significa pensare alla politica sociale e a quella dell'integrazione, ma anche alla famiglia e alla vita, all'educazione e alla scuola, alle politiche della mobilità, a quelle del riassetto urbanistico, alla sanità, alla vivibilità della città, al recupero e alla qualità dell'ambiente.".

Per questo, soprattutto in un momento di crisi economica, come Comuni dobbiamo caratterizzarci per una particolare sensibilità al ruolo della famiglia.

Come amministratori, impegnati in politica, ci siamo detti: noi non abbiamo la soluzione ideale, ma esiste un divario tra il desiderio e la speranza di tutti noi sulla famiglia e la nostra parziale capacità di realizzare questo bene, questa speranza. Davvero non si può fare niente per colmare questo divario? Davvero la politica non c'entra niente con la diminuzione demografica, con l'instabilità della famiglia, con la crisi tra generazioni? Oppure dovremmo prendere coscienza che molte politiche rischiano di scatenare tensioni proprio nella famiglia?

Per questo è necessario che vi siano una serie di strategie dell'ente locale verso la politica familiare e al livello regionale si propone un osservatorio sulla famiglia.

Le ragioni di un osservatorio permanente sulla famiglia risiedono innanzitutto nella complessità della società, nei rapidi mutamenti in atto nella fisionomia della famiglia, della sua struttura, della sua composizione. Occorrono risposte sempre più flessibili, innovative, rispondenti ai nuovi volti della famiglia.

Si è cercato di spiegare dunque le ragioni per cui guardiamo con particolare attenzione ed impegno alle elezioni amministrative della prossima primavera, il motivo per il quale 15 dei nostri amministratori entreranno nel prossimo Comitato Provinciale.

Ritornando alla sfida per la Provincia, occorre riaffermare che la Giunta Anghileri ha operato molto e bene ed è sintomatico che in tutti i sondaggi di questi anni, anche fra i più recenti, il Presidente della Provincia di Lecco, grazie anche ai suoi collaboratori, è tra i più stimati e con maggior consenso a livello nazionale.

La proposta dunque che il Centro-Sinistra si appresta a costruire è di continuità politica e programmatica con le attuali Giunte, proseguendo il ruolo di coordinamento efficace con i Comuni e le Comunità Montane.

Comunque, io penso che qualche riflessione dovremmo farla anche a Lecco, non solo lavorando per mantenere l'alto livello raggiunto in questi anni dalla nostra sede del Politecnico e gli impegni assunti per la nuova sede (risultati ottenuti grazie al concorso fattivo di istituzioni locali e funzionali, con un particolare ringraziamento all'opera svolta dal Presidente della Camera di Commercio, Vico Valassi), ma programmando sinergie con l'Università Cattolica,l'Università Statale di Bergamo e Milano e la Bocconi, per portare sul territorio altri sbocchi (economia e commercio, lingue)in sintonia con le richieste del mondo del lavoro.

Proprio questo ambito, che vede la provincia di Lecco ai massimi vertici nazionali per la percentuale di disoccupati (1,5%), merita però qualche approfondimento per non cullarci nell'illusione superficiale che a Lecco il lavoro non mancherà mai.

Proprio perché siamo d'accordo con quanti ritengono che Lecco non sia più superficialmente un'isola felice, riveste particolare importanza la recente approvazione da parte dell'Amministrazione Provinciale del Piano Territoriale, con l'individuazione di nuovi insediamenti produttivi.

Su questo argomento non si riesce a comprendere quella parte di amministratori di Centro-Destra che ha tentato, inutilmente, di boicottare il Piano e di rinviarlo così di almeno due anni.

Su questa scelta politica avrei volentieri sentito qualche intervento autorevole da parte delle Associazioni di categoria.

Inoltre un ruolo fondamentale lo ha rivestito l'Amministrazione Provinciale sul tema della viabilità e delle infrastrutture in genere: risolto il nodo dell'attraversamento, avviato positivamente lo sviluppo e la realizzazione della Lecco-Ballabio, restano aperti e ben evidenti i problemi legati alla 639, la direttrice Lecco-Bergamo e la Lecco-Merate, oltre al fatto di sviluppare il tema del collegamento con Malpensa e del tracciato della Pedemontana che non può ignorare il collegamento con Lecco.
Non si può dimenticare che nel corso del proprio mandato amministrativo, la Provincia di Lecco si è impegnata per recuperare un prezioso patrimonio artistico, architettonico e monumentale, al fine di permettere ai cittadini di conoscerlo ed apprezzarlo in tutte le sue forme.

Il complesso di Santa Maria del Lavello, Villa Monastero, il Forte di Fuentes, la Sala Ticozzi, l'incubatoio di Fiumelatte, gli edifici scolastici, ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie peculiarità, sono stati recuperati, attraverso progetti ben precisi che la Provincia di Lecco ha posto in essere.

Inoltre per portare a compimento il coordinamento degli attuali ex-consorzi, rimane sempre valida la proposta di costruire come in altre Province l'ANCI Provinciale, a cui avevano dato un'adesione di massima circa 40 Comuni e che può diventare uno strumento prezioso soprattutto per le piccole realtà.

Infine ritengo che le Amministrazioni Comunali che vengono dalla nostra tradizione, debbano qualificarsi per una particolare attenzione alla persona, soprattutto a quella più indifesa e emarginata, con progetti mirati rispetto ad alcune emergenze che si profilano: penso alle risposte insufficienti sul territorio per i malati psichici dopo le dismissioni delle relative case di cura, penso al futuro di tanti disabili, la cui vita media si è fortunatamente innalzata ma mancano risposte alle preoccupazioni della famiglie per il futuro, penso all'emergenza anziani dove non dovremo essere attenti solo a come vivono gli anziani nelle Case di Riposo, ma come si sentono realizzati e attivi nelle nostre comunità, come partecipano alla realtà civile, verificare la differenza, come sottolineavano i latini tra "vivere" e "exhistere".

È inutile scandalizzarsi per il problema "anziani" dell'estate scorsa e continuare, a livello nazionale, a tagliare i fondi sul sociale. Sembrano davvero taglienti le parole di Kierkegaard. Sembrano scritte per l'oggi della comunità sociale e politica: "La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani".
D'altra parte, come ad esempio è avvenuto con le diverse edizioni di "Manifesta", si deve offrire un ruolo di assoluto protagonista all'associazionismo e al volontariato, da quello sociale a quello non meno importante dello sport dilettantistico.

Un altro ambito dove i Comuni aspettano risposte rassicuranti è il tema della sicurezza, dove la presenza delle forze dell'ordine rischia di essere soprattutto concentrata nei grandi centri di riferimento.

È dunque particolarmente importante a mio parere, coinvolgere territorialmente i Sindaci con coordinamenti e sinergie anche delle forze di polizia locale, favorendo una cultura dell'accoglienza sul fronte dell'immigrazione che è indispensabile anche per il nostro settore produttivo contro la rozza proposta xenofoba della Bossi-Fini.

Un capitolo a parte merita la città di Lecco, il capoluogo di questa nuova provincia. Di una provincia che il territorio, le associazioni, i partiti, la DC in particolare hanno fortemente voluto, con una petizione durata 30 anni ed una caparbietà alla fine premiata.

La questione non è solo un giudizio sulla gestione Bodega, con cui, anche come delegato ANCI, ho sempre avuto rapporti corretti, ma se si vuole pensare in grande per questa città, progettare, ad esempio, un trasporto realmente funzionale ed efficace, rivitalizzare il ruolo dei rioni, offrire una dimensione turistica al Lungolago, promuovere un Piano turistico del Lago con i comuni del territorio, sostituire ad una cultura dell'effimero un progetto per la città, dove vi siano ostelli per gli studenti universitari di Lecco e Sondrio, dove il riferimento a Manzoni diventi non solo la ripresa dei convegni di studi, dove si cerchi, dopo la fine della grande tradizione metalmeccanica e siderurgica, di recuperare in periferia spazi di lavoro per la piccola-media impresa.

5. Conclusioni

Io penso che il nostro partito, la nostra tradizione culturale e politica può avere un futuro se rivendica questo primato delle idee e dei progetti, se restituisce ai partiti non una presenza invadente ma il ruolo di strumento indispensabile della democrazia e per la democrazia.

Aveva ben detto qualche anno fa il Presidente Scalfaro, difendendo la funzione prevista dalla Costituzione per i partiti, che "in politica ci si aggrega o per le idee o per gli interessi".

E infatti, il risultato di una guerra non casuale a Roma come a Lecco sul ruolo dei partiti, è che la capacità di aggregazione di alcuni interessi forti è evidente e condizionante.

Partitocrazia è la gonfiezza, partitocrazia è l'intrusione, partitocrazia è un contatto troppo immediato tra i partiti e gli interessi. I partiti, invece, se vogliono essere protagonisti della politica, hanno a che fare con i bisogni della gente. Si guardano in giro, vedono i bisogni, non li osservano neutralmente, li scelgono secondo una gerarchia, che poi significa il loro programma, la loro ispirazione, la loro proposta.

Noi diciamo di no a partiti chiusi e diciamo no a partiti intrusivi.

Ma diciamo sì alla forma, alla presenza, al valore dei partiti in una democrazia moderna. Questo deve essere chiaro. Se cedono i grandi partiti popolari, gli interessi forti entrano direttamente in gioco e la politica diventa parodia di se stessa, come avviene in Forza Italia.

Per questo rivendicando un ruolo forte per la Margherita a Lecco, auspico:

  • un "partito aperto" che esce dalle sezioni per incontrare la gente e promuove dibattiti, "focus group", manifestazioni;
  • una scelta chiara verso quel federalismo solidale, o meglio verso quel primato delle autonomie locali, rivendicando la cultura sturziana della democrazia dal basso. Questo ambito non può rimanere fermo alla declamazione delle Bassanini o abbandonato ai giuramenti folkloristici di Formigoni;
  • una larga autonomia propositiva ai movimenti giovanili, femminili e anziani, in particolare però, soprattutto per i giovani, recuperando quegli amministratori, che pur non aderenti, fanno parte di gruppi vicini. Si potrebbe dunque istituire un Movimento dei Giovani Amministratori;
  • un impegno importante con un gruppo di lavoro specifico che affronti anche con qualche sacrificio economico, il tema della comunicazione e dell'immagine del partito: servono due-tre idee guida da mettere in circolazione, non solo dentro il partito, ma soprattutto nella società civile, per ricreare percorsi fattivi per un recupero reale del consenso;
  • l'istituzione di un gruppo di lavoro per la solidarietà, che dialoghi in particolare con l'associazionismo del mondo cattolico, e, in collaborazione con il gruppo regionale, promuova alcune iniziative concrete (per esempio, la riduzione dei tempi sulle pratiche di invalidità o l'assistenza domiciliare per i malati di Alzheimer).

Girando per i circoli, i Comuni, gli amministratori, dobbiamo ammettere, con un certo orgoglio che c'è un'energia, un entusiasmo ancora fra gli amici del partito, la presenza di circa cinquanta giovani iscritti sotto i trent'anni.

Dovremo però studiare, fare un po' di autocritica, domandarci perché tanti giovani meravigliosi del mondo cattolico, che vediamo pieni di generosità, attori e protagonisti nel volontariato e nell'associazionismo, sono così lontani e diffidenti dalla politica, forse perché anche noi investiamo poco nei giovani, rischiamo poco, forse perché la dottrina sociale della Chiesa non è più approfondita, forse perché dovremmo soprattutto imparare ad ascoltarli.

Sicuramente , qualcosa dovremo fare anche dal punto di vista dell'approccio formale dei giovani al partito: valutiamo insomma se sia possibile immaginare forme di adesione più flessibili e meno formalizzate della tessera, anche, con una semplice registrazione, che ovviamente non esercita lo stesso peso nelle decisioni assembleari.

La scommessa infatti è come tornare a essere riferimento per i giovani delusi dalla politica, essere più testimoni che maestri, essere uomini nuovi non nelle forme ma nella credibilità.

Assumono sempre un significato particolare le parole drammatiche che dalla cella della sua prigionia Dietrich Bonhoffer scriveva alle generazioni future:

"Siamo stati testimoni silenziosi di azioni malvagie, ne sappiamo una più del diavolo, abbiamo imparato l'arte della simulazione e del discorso ambiguo, l'esperienza ci ha resi diffidenti nei confronti degli uomini e spesso siamo rimasti in debito con loro della verità e di una parola libera, conflitti insostenibili ci hanno resi arrendevoli o forse addirittura cinici: possiamo ancora essere utili? Non di geni, di cinici, di dispregiatori di uomini, di strateghi raffinati avremo bisogno, ma di uomini schietti, semplici, retti.

La nostra forza di resistenza interiore contro ciò che ci viene imposto sarà rimasta abbastanza grande, e la sincerità verso noi stessi abbastanza implacabile, da farci ritrovare la via della schiettezza e della rettitudine?".

E infine permettetemi lo spazio di un congedo: oggi sono esattamente undici anni da quando, immeritatamente, diventai segretario della D.C. di Lecco.

L'amicizia non è una parola abusata della politica, ma di fronte a persone che per me sono un nome, un volto, una storia, sento il dovere e la commozione di un ringraziamento.

Vorrei ricordare anche i tanti amici che mi hanno aiutato e non sono più tra noi, da Rino Golfari a Antonio Beretta, a Antonio Augusto Spreafico, a Roberto Osio, a Antonio Gottifredi, a Alfonso Mandelli, a tanti altri.

Non possiamo dimenticare che il primo dovere morale che la dottrina sociale insegna agli impegnati in politica è di non mischiare gli interessi personali con quelli della comunità: ce lo insegnano questo i tanti amici che ho conosciuto, nei quali l'ispirazione cristiana, prima, durante, e dopo l'impegno politico era radicata, diremmo incarnata nella vita.

A Stefano Motta, che non casualmente rappresenta uno dei giovani più preparati delle scuole di formazione socio-politica e un amministratore stimato, consegno idealmente il testimone, augurandogli "una vita da mediano", con tanta fatica, passione, generosità per gli altri.

Un ulteriore ringraziamento va agli amici che insieme ai popolari hanno costruito la Margherita a Lecco, per la fiducia e l'impegno dimostrati, per la forza e la credibilità della cultura e della tradizione che rappresentano.

Sono consapevole di aver ricevuto molto di più di quanto nelle mie possibilità ho dato in questi anni: sento l'orgoglio di aver collaborato con amministratori, consiglieri provinciali e regionali, parlamentari, di essere testimone diretto di una ricchezza e di una risorsa di classe politica che ha reso grande questo territorio e lo ha portato ad essere il riferimento naturale per un'imprenditoria preparata e capace e per un volontariato ricco e solidale: anzi, ogni tanto bisognerà pur dire che anche i "nastri tagliati" con eccessiva impudenza del nuovo ospedale e del traforo del Monte Barro sono figli di questa generosa stagione politica.

E' stata infatti quella una generazione che ha avuto profonda e innata nella sua esperienza politica l'etica del senso di responsabilità, la consapevolezza che la politica, come limite e come ambizione, è il luogo delle risposte possibili ai problemi di un territorio, ha progettato e costruito queste risposte su temi di estrema difficoltà ( ambiente, rifiuti, energia, acqua) come necessità a sopportare i contrasti dell'oggi per offrire concrete scelte per le generazioni future, direi, rispetto a molta povertà del dibattito politico odierno, con l'obiettivo di costruire la città, la polis nell'interesse di tutti, non appagata dalle cerimonie e dalle celebrazioni dell'effimero e dell'apparire.

Vorrei essere chiaro: guardare al passato in politica non avviene per una cara e malinconica nostalgia , o solo, parzialmente, per il valore pur alto di una testimonianza, ma per le radici che porta, per ricostruire nell'attualità e nella modernità il senso di quelle radici, come oggi in una società dalla dimensione individuale fortissima, si passa ad un senso di un nostro sentimento di comunità.

Proprio il giovane Aldo Moro, responsabile della Fuci, mentre l'Italia era devastata dall'occupazione nazista comunicava l'urgenza del riscatto morale della politica:

"Crediamo di poter cogliere i segni per un ritorno verso gli ideali semplici e buoni di umanità, nella quale ciascuno assolva la sua missione nel mondo sentendola grande sempre e creatrice di storia, dove la grandezza poi sia tutta semplice, interiore, raccolta, dove domini la forza dello spirito, dove ciascuno passi nella vita senza fretta, senza angustia, senza prepotenza, senza stanchezza, dove ciascuno accetti in pace, quand'è la sua ora, di uscire dalla scena del mondo con la gioia di aver costruito qualche cosa per gli uomini e con la certezza di non finire".

È il mio ringraziamento per quanto avete donato alla politica lecchese e a me personalmente e, nei limiti delle mie forze, continuerò ad impegnarmi per un progetto, per un ideale, in nome delle nostre speranze, delle nostre ambizioni, dei nostri sogni.


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