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25 aprile

La peggior minaccia per la libertà non sta nel lasciarsela togliere, perché chi se l’è lasciata togliere può sempre riconquistarla, ma nel disimparare ad amarla o nel non capirla”.

Questa breve citazione di George Bernanos vorrei ci guidasse per attualizzare la cerimonia odierna, ricordando, da una parte, che il pericolo maggiore di ogni celebrazione è la retorica, ma che, forse, il pericolo maggiore è oggi dimenticare i sacrifici, la storia di una ribellione di popolo che inseguì la libertà a costo della propria vita.

Per questo ringrazio con amicizia e riconoscenza il Sindaco Albani per l’onore che mi attribuisce in questa occasione, nel ricordo che accomuna la lunga tradizione cattolico-democratica degli amministratori di questa città, dei quali voglio ricordare, con stima particolare, l’amico Luigi Zappa, recentemente scomparso, uniti nella comune fedeltà ai valori della Resistenza e della Costituzione.

Che senso ha ancora oggi celebrare il 25 aprile, l'anniversario - così recita il rito ufficiale - della Liberazione? Che scopo o che valore può avere l'officiatura solenne nei diversi livelli istituzionali di un avvenimento ormai lontano nel tempo, i cui testimoni diretti appartengono a una schiera sempre più esigua di sopravvissuti, le cui parole dolorose quale emozione o ideale seminano nelle menti delle nuove generazioni? Può essere solo ricordo e omaggio dovuto per l'eroismo dimostrato, memoria riconoscente per i benefici ottenuti, oppure, secondo attuali e numerose interpretazioni di chiara strumentalizzazione politica, esclusivamente l'ultima pagina drammatica di una guerra civile dove entrambi gli schieramenti, partecipi di un conflitto generale, si dividevano in buona fede, ragioni e torti?

Ma da quale parte stavano allora i valori della tolleranza, della fratellanza, della democrazia, della libertà?

Solo partendo da quella commossa rievocazione, possiamo capire e comprendere il senso di gratitudine che noi oggi dobbiamo avere per quelle donne e quegli uomini, che amavano a tal punto la democrazia e la libertà. E' la lezione della storia che rimane comunque maestra di vita, se pensiamo che Tucidide, l'inventore della ricerca storica, alla fine di un conflitto che aveva massacrato intere generazioni di giovani greci, quale la "Guerra del Peloponneso", lui, uomo di parte e di bandiera, così volle esordire nella sua premessa: "Vi scrivo queste cose, perchè rimangano possesso per sempre".

Questo è il primo compito del nostro appuntamento, qui, oggi: rievocare una tragedia, ma anche una conquista, la democrazia, e una liberazione, riscoprire la Resistenza come fatto popolare, il valore a sessant’anni di distanza dell'Assemblea Costituente, la scelta della Repubblica, lo sforzo di coesione di diverse culture democratiche che dal 1943 al 1948 collaborarono per costruire le fondamenta di questo Paese, unite nella fiducia per la democrazia, nel lavoro per la dignità dell'uomo, nell'amore per la libertà.
Nel contempo debbono emergere le ragioni per cui la Resistenza, quel grande moto di popolo, continua a produrre sentimenti, ragionamenti e spinte ad agire nel presente; per questo dobbiamo riaffermare che quella pagina di storia deve continuare ad essere una storia che non passa.

Come allora celebrare il 25 aprile e non riscoprire la cultura europeista uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale, il sogno di una comunità europea che ha avuto, non casualmente in Adenauer, Schuman e De Gasperi i padri fondatori, che ha comunque costruito per la prima volta le ragioni di sessanta anni di pace per generazioni di giovani inglesi, francesi, tedeschi ed italiani e non alimentare il fuoco di una solidarietà culturale e di un antifascismo democratico purtroppo molto più vivo oggi negli altri Paesi.
Non c' è quindi futuro se non vi è radicamento nel passato, se non si sente il dovere e la responsabilità di recuperare la memoria storica della nostra cultura democratica.

Infatti, senza il riconoscimento del ruolo storico della Resistenza, che non può essere annullato da un revisionismo storico manipolatore e di moda, sarebbe stato difficile per l’Italia avere ascolto alla Conferenza di Parigi per il trattato di pace.
Nel discorso noto per l’espressione “tutto è contro di me, tranne la vostra personale cortesia”, De Gasperi fu in grado di ricordare, con dignità di statista, che il crollo del regime fascista, a seguito degli avvenimenti militari, “non sarebbe stato così profondo se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzi di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista” che spinsero al 25 luglio 1943.

“L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista – ha potuto dire De Gasperi a Parigi - grazie alla Resistenza che ci ha consentito di diventare paese cobelligerante e non vinto e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un governo e di nuove istituzioni democratiche”.

Come potrebbe allora la storia italiana moderna sottovalutare la pagina scritta il 25 aprile 1945 e gli avvenimenti che l’hanno preceduta?
Perché non si dovrebbe ricordare tutto ciò, con spirito di verità e senza enfasi retorica ai giovani che non hanno vissuto quella tragedia?

Se pure, come ha scritto Renan, “una nazione è l’insieme dei sacrifici compiuti e di quelli che si è ancora disposti a compiere insieme”, oggi, insieme, noi riprendiamo l’impegno a coltivare la memoria di quei giorni e di quei fatti.

Tutto sommato, se ci pensiamo bene, il ricordo non certifica una presenza, dice un’assenza, il ricordo sbiadisce, diventa sempre più inaccessibile, qualcos’altro dice alla possibilità di una presenza, la possibilità di continuare l’ascolto di quella che nell’immediatezza fu la fonte per la conquista della democrazia, ed è la fedeltà, da albero che cresce sulle sue radici, l’idea che resiste e si alimenta anche nel contrasto, nell’inerzia, nella delusione, il seme che trova una buona terra che lo riscaldi e lo custodisca.

Davanti a questo monumento, noi, oggi, ancora una volta, sottoscriviamo un vincolo, un patto di fedeltà che non è più e non è solo tra i vivi: ricorda e ripercorre la storia di quanti hanno camminato in mezzo al dolore e allo splendore sulla terra e hanno scritto una storia di popolo che qualcuno vorrebbe ridurre, insabbiare, ma che porta le stigmate del sangue sparso in ogni contrada di questo Paese per costruirlo e per liberarlo.

E' questo sentimento della storia che le parole di Primo Levi rievocano come severo ammonimento:

"Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli."

Solo così potremo pronunciare, con commozione, ma anche con verità, le parole sacre che ci ricordano che "lo spirito dei morti sopravvive nella memoria dei vivi".

On. Antonio Rusconi

Merate, 25 aprile 2006


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