Democrazia è libertà - La Margherita - Per l'Ulivo La Margherita - Provincia di Lecco cerca nel sito
home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link

PD

I rapporti tesi nel centrosinistra
Se il leader riconosciuto non ricompone la frattura

di Giuseppe Adamoli

A quasi due settimane dall’Assemblea Nazionale della Margherita, dopo polemiche astiose e spesso strumentali, molti si rendono conto che c’è bisogno di un esercizio di sano e saggio realismo. Vediamo i fatti più importanti.
La Margherita conferma la leadership di Prodi, la partecipazione decisiva al centrosinistra, la volontà di essere parte integrante della Federazione Ulivista, escludendo con ciò chiaramente ogni tentazione centrista che da qualche parte le viene attribuita.
L’Ulivo non apparirà più nelle schede elettorali nel 2006 perché in tutti i collegi della Camera e del Senato sarà presentato il simbolo dell’Unione, su richiesta comprensibile e perciò accolta, di Rifondazione Comunista e di alcuni altri partiti di sinistra. Nella quota proporzionale la Margherita continuerà ad avere il proprio simbolo come nel 2001 e come i “Popolari per Prodi” nel 1996.
Questi punti non sono apparsi subito chiari anche per un deficit di comunicazione della Margherita che ha creato disorientamento ed interrogativi. La dichiarazione avventata e improvvida di Prodi di ritenere tutto ciò un suicidio politico ha aggiunto sconcerto e rabbia in quanto ha dato all’opinione pubblica la sensazione di una rottura del centrosinistra, il che non corrispondeva per nulla alla realtà delle cose.
Non voglio minimizzare. Quando ho votato la mozione di Rutelli sapevo bene che si trattava di un riposizionamento della Margherita dopo la lista unica presentata in tutta Italia alle elezioni europee del 2004. Ma parlare di tradimento dell’Ulivo e del centrosinistra è del tutto fuori luogo e mi richiama la pratica della demonizzazione dell’avversario che non appartiene né alla cultura dei cattolici democratici, né a quella laica e liberale. Che non vi fosse nessun automatismo fra federazione e simbolo unitario sulla scheda proporzionale lo dimostra il fatto inequivocabile che tutta la Margherita all’unanimità aveva richiesto e ottenuto da tutti i leader la cosiddetta “moratoria” fino al termine di giugno, poi interrotta per volontà di Prodi su invito perentorio dei DS.
La verità è che sull’Ulivo sono gravati dal 1996 ad oggi troppi equivoci, ora i nodi sono venuti al pettine e vanno sciolti rapidamente.

Quali sono le motivazioni forti per presentarsi col simbolo unico? Sono due. Uniti si vince. Uniti si governa meglio.
Vediamo la prima. E’ vero che l’unità aiuta a vincere nei collegi della Camera e del Senato dove vige il sistema maggioritario e infatti ci presenteremo dovunque insieme dalla Margherita, all’Udeur, ai DS, a Rifondazione. Per la quota proporzionale del 25% della Camera dei Deputati l’analisi dei dati elettorali degli ultimi anni (Giovanni Sartori, Nando Pagnoncelli e molti altri) mettono in evidenza una tendenza diversa dimostrando che si catturano più consensi se i simboli sono diversi. Nelle regionali siamo andati bene con il simbolo dell’Ulivo e ancora meglio con i simboli separati, anche in Piemonte e cioè nell’unica regione del nord che ha deciso così. In questo quadro la Margherita sarebbe meglio in grado di drenare parte dello smottamento possibile del centrodestra. Questa è una opinione che può essere confutata, ma ha un suo fondamento credibile ed è il vero timore di una parte importante della sinistra.
Vediamo la seconda motivazione. Con l’Ulivo unito si governa meglio. E’ una tesi forte che condivido, ma siamo sicuri che per essere uniti nell’azione programmatica e di governo sia indispensabile il simbolo unico sulla scheda proporzionale? Prendiamo in considerazione le elezioni europee. La lista unitaria, che personalmente ho accettato solo per disciplina di partito in quanto erano venute meno alcune condizioni che insieme avevamo posto e discusso, hanno dato un esito modesto sul piano elettorale e fallimentare (è la parola giusta) su quello politico. Margherita e DS, com’era prevedibile malgrado assicurazioni di segno contrario ma campate in aria, hanno aderito a due gruppi diversi, a due partiti diversi e hanno votato diversamente nelle due occasioni più importanti, cioè sul presidente della Commissione europea e sul presidente del Parlamento europeo. L’equivalenza fra simbolo unitario e unità post elettorale è saltata clamorosamente. Questa è la lezione più rilevante che ci proviene dalle europee.
La situazione è nettamente migliore a livello regionale dove ci siamo presentati uniti e i gruppi si stanno quasi ovunque federando, ma anche dove abbiamo presentato i simboli separati. Anzi in tutte queste regioni abbiamo vinto e l’unità nella formazione dei governi regionali si sta rivelando solida e fruttuosa (vedi Piemonte). Una postilla però è necessaria. Per le regionali si sono registrate tante pressioni per presentarci uniti, ma alla fine sono stati i partiti regionali ad avere la parola decisiva e il valore simbolico delle liste è assai inferiore rispetto alle elezioni politiche generali.

Questa volta il simbolo unico anche sulla quota proporzionale che cosa avrebbe rappresentato? Nel contesto dell’Assemblea Nazionale avrebbe significato il sì al partito unico del Presidente, che con un gesto di comando ingiungeva di obbedire (Boselli ed altri) ad un partito che stava elaborando una linea diversa e al quale non aveva mai voluto aderire anche quando gliene era stata offerta la leadership.
Eppure gli atti di “disobbedienza” talvolta sono necessari. Come quando avremmo dovuto rispedire al mittente, e cioè a Prodi stesso, l’ordine tassativo di decidere entro il 25 maggio se accettare o no il simbolo dell’Ulivo. Questo atto ci sarebbe costato commenti velenosi sul riaffiorare della tecnica “democristiana” del rinvio, ma avrebbe potuto essere salutare. Una volta entrati in Assemblea però, come ha giustamente osservato Arturo Parisi che dell’Assemblea è Presidente, era inevitabile andare fino in fondo.
Che cosa vuol dire Partito Unico del Presidente secondo la mia opinione?
E’ un’operazione decisa dall’alto che somma e fonde a freddo i partiti così come sono. Li mette sotto la guida di un capo e poi, nell’eventuale venir meno del capo, li lascia allo sbaraglio, esposti alle spaccature più profonde e definitive perché non c’era stata l’adeguata preparazione politica, culturale, programmatica.
Un partito così è destinato a vivere solo di un “centralismo democratico” che è estraneo alla nostra cultura, dove l’organizzazione ramificata e forte diventa la catena di trasmissione del comando dall’alto al basso. Dove si sta insieme per obbligo e dove, e questa è la parola d’ordine decisiva che sentiamo ripetere in ogni occasione e in ogni salsa, si deve discutere solo ciò che ci unisce, relegando ai margini o ignorando tutto ciò che ci fa dividere.
Eppure il partito è una precisa parzialità del sistema politico, organizzata e disciplinata, che si fonda sulla condivisione profonda dei valori, dei progetti, dei programmi, degli obiettivi di breve ma soprattutto di lunga scadenza. Il partito è una comunità di persone che si rispettano, che accettano la condizione di minoranza su questioni politiche anche importanti in nome delle comuni idealità. E’ questo il tipo di partito al quale mi sento di aderire. Dico no invece al partito unico del Presidente. Prodi dice che non ha mai pensato al “suo” partito, ma nei fatti sta già cercando di realizzarlo con forzature e accelerazioni che, non trovando in tutti gli interlocutori risposte corrispondenti, dovrebbero essere abbandonate.
Capisco le ragioni di Prodi, ma non le condivido. La defenestrazione dal governo del 1998 brucia ancora ed è stata esiziale per il centrosinistra che ha perso nel 2001 soprattutto per questo motivo. Prodi vuole un partito suo, Ministri e Parlamentari suoi, ma i partiti, argomenta giustamente Giuliano Amato (23 maggio) non si inventano, si costruiscono con pazienza e lungimiranza.
Questo lavoro paziente e costante fra Margherita, DS, Socialisti è una delle ragioni sociali del nostro stare insieme nell’Ulivo, che è stata una grande intuizione di Prodi ma che non può vivere soltanto nella mitologia ulivista oppure per coercizione nelle gabbie organizzative. La Federazione può essere davvero l’asse portante riformatore e di governo del centrosinistra e anche, in nuce, il futuro partito democratico. E’ qui che deve spendersi l’iniziativa politica, programmatica e progettuale del leader e dei partiti che alla Federazione credono.

La Margherita avrà sicuramente commesso, come tutti, i suoi errori tattici. Sul piano strategico, lo dico con senso autocritico, ne voglio indicare uno principalmente, quello di non aver messo all’ordine del giorno con chiarezza la costituzione del partito democratico. La conclusione potrà poi essere positiva o negativa, ma questo è un altro discorso che non dipende solo da noi. Io non mi sento di respingere a priori questa prospettiva e trovo oziose e banali le previsioni sul numero degli anni che occorreranno. Sono gli accadimenti della storia anche quelli non previsti e prevedibili che determinano il successo e il fallimento dei grandi progetti. Ma gli ingredienti si conoscono. Sono la continuità, la volontà, la leadership che deve guidare con saggezza, che deve dialogare e convincere, che deve puntare sempre all’unità possibile con lo slancio dell’utopia e insieme con la saggezza del realismo.
La Federazione, che è rimasta immobile per molto tempo, (non confondiamola per favore con la “Fabbrica del programma” di Bologna) ha un compito fondamentale davanti a sé. Parlare agli Italiani dei loro problemi, ridare una speranza, fare i programmi chiarendo che la politica non è riducibile alle dispute di potere, peraltro inevitabili.
La Margherita, tutta intera, deve riconoscere che il bipolarismo in Italia non è frutto soltanto del sistema elettorale ma del libero orientamento dei cittadini. La Federazione dica chiaramente che è prematuro realizzare il bipartitismo e discuta dei contenuti politici, non solo dei contenitori.
Per essere alternativi al berlusconismo occorre mettere in campo una politica nuova, mantenere ferma l’alleanza occidentale senza subalternità e senza tracotanza, essere europeisti che sanno sostenere gli interessi nazionali (non vi è contraddizione), fare politiche pubbliche di coesione sociale e di difesa dei ceti popolari che comprendono largamente i ceti medi di una volta, restituire credibilità alla funzione pubblica dopo le leggi ad personam, recuperare prestigio in Europa e nel mondo. In particolare “occorre una nuova ricostruzione economica, quasi come nel ‘45” (molti relatori importanti al seminario economico della Margherita a Frascati, 27 e 28 maggio).
Guardando al futuro bisogna però allargare lo sguardo oltre l’economia, la politica istituzionale, quella europea ed estera. Nella Federazione, se non nell’Unione, devono trovare posto i problemi della bioetica che avranno una parte sempre più decisiva anche nel campo propriamente politico. Se un partito nel prossimo referendum non dà indicazioni di voto e gli altri della Federazione si impegnano alla morte c’è qualcosa che non va. Se non si fa nulla si rischia in futuro il cortocircuito. Bisogna sapere che “non tutto ciò che la scienza in futuro permetterà potrà essere fatto” (Rita Levi Montalcini già negli anni novanta). Questo è ormai un problema della politica, dei partiti, dei parlamenti, che devono indicare limiti e divieti. Non potremo continuare a dire che è solo una questione di coscienza individuale. Questo significa guardare avanti e non nel retrovisore della storia.

Che cosa fare oggi per uscire dall’impasse e in quale direzione? Molto dipende naturalmente da Prodi, dalla sua capacità di guidare e di mediare non solo con la sinistra, ma anche con il partito che ha concorso a creare. La drammatizzazione delle decisioni della Margherita è stata un errore grave. Doveva essere chiaro fin da subito che la Margherita non avrebbe cambiato la sua posizione sull’utilizzo del proprio simbolo.
Bisogna però ricomporre la frattura, oppure il centrosinistra rischia lacerazioni insanabili. I margini sono stretti. Le due ipotesi fin qui avanzate sono quasi impraticabili. La lista di Prodi con chi ci sta determinerebbe la scissione della Margherita e comprometterebbe la sua stessa leadership. Non è migliore la tesi di presentare liste a macchia di leopardo col simbolo dell’Ulivo in alcune circoscrizioni e simboli separati in altre. Queste sono elezioni politiche generali, non regionali, nelle quali era giusto sostenere l’autonomia territoriale delle scelte.
La strada maestra è una sola. Si confermi e si rafforzi la leadership di Prodi. Si faccia vivere davvero la Federazioni ulivista di cui Prodi è Presidente. Si porti finalmente a termine e si faccia conoscere agli Italiani il programma del centrosinistra. Si preparino bene le liste dell’Unione in tutti i collegi della Camera e del Senato creando coesione e solidarietà. E per la quota proporzionale i partiti della Federazione si richiamino espressamente all’Ulivo.
In questo contesto non ci sono alternative ad un progetto condiviso fra soggetti distinti che concorrono al miglior governo del Paese con una guida riconosciuta ed autorevole. La Federazione, se lavorerà bene, potrà consentire di attuare domani ciò che oggi non è risultato possibile.

31 maggio 2005


Sullo stesso argomento:


home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link contatti sommario

note tecniche

Accessi dal 12 agosto 2002: