Assemblea Nazionale della Margherita del 20 maggiodi Antonio Rusconi Ho partecipato con interesse alla recente Assemblea Nazionale della Margherita e sento il dovere, per la responsabilità di rappresentanza del territorio della Provincia di Lecco e della Lombardia, di spiegare i motivi per cui ho condiviso il documento presentato da Francesco Rutelli e di avanzare la disponibilità a un dibattito e a un confronto serio, costruttivo, capace di far crescere il progetto della Margherita e di tutto il centro-sinistra. Anzitutto una premessa: venerdì 20 maggio su una serie di scelte politiche si è votato come si fa e come è norma in tutti i partiti democratici, che non accettano l’idea di subordinare il dibattito politico alla voce solitaria di un padre-padrone. E’ comprensibile che nel centro-destra si viva con tanto stupore quanto avviene nell’ambito di un partito democratico del centro-sinistra: chi non ha vissuto la democrazia interna a un partito difficilmente riuscirà a capacitarsi del fatto che, altrove, le idee si discutono, si confrontano. Non si può poi dimenticare che il documento finale è stato approvato dai tre quarti dei componenti l’Assemblea Federale, al Nord come al Sud, provenienti dalla componente popolare come dalla tradizione liberale, molti dei quali conosciuti come “convinti ulivisti”. Mi sembra dunque opportuno affermare che un partito, il nostro partito, ha un futuro se tutti quelli che lo compongono accettano il principio maggioritario della democrazia interna. Un altro chiarimento è doveroso: in nessuno degli interventi all’Assemblea si è messa in discussione l’appartenenza della Margherita al centro-sinistra, la sua caratteristica dinamica di forza trainante dell’Ulivo. Nessuno, a Lecco come a Roma, in questo contesto storico-politico, nutre sogni neocentristi: una fase storica si è definitivamente chiusa, non esistono condizioni effettive per un rilancio in questa direzione. Affermo questo, orgoglioso di essere stato segretario provinciale della Democrazia Cristiana, ma pure di essere stato tra i primi e gli unici nell’ormai lontana primavera del 1995 ad aver costruito alle provinciali attorno all’asse Ppi – Ds un’alleanza e un progetto politico vittorioso del Centro-Sinistra. La sfida, dunque, ancora oggi, è la capacità politica progettuale di una coalizione di Governo, perché Berlusconi ha dimostrato in questi quattro anni che, con oltre cento deputati in più, si possono risolvere i problemi personali del Presidente del Consiglio, ma non i problemi complessivi del Paese. Non per nulla, la relazione di Rutelli si concludeva ponendo la questione del voto e della scelta su tre questioni fondamentali:
L’anno prossimo, perciò, ci presenteremo (sì” all’Unione) col simbolo dell’Unione al maggioritario, che sarà sulla scheda per il Senato e per la conquista dei ¾ dei seggi della Camera. Ci presenteremo, invece, con il nostro simbolo (“sì” alla Margherita) “soltanto” per concorrere a vincere il restante quarto dei posti di Montecitorio: dov’è lo scandalo? D’altra parte l’Assemblea Federale ha avuto come premessa il documento redatto e approvato all’unanimità dalla Direzione Nazionale del 26 aprile sull’analisi del voto, dove, dati e numeri alla mano, si constatava che nelle regioni dove si presentava la lista “Uniti nell’Ulivo” i risultati erano stati buoni, rispetto ai precedenti delle europee e delle politiche, in quelli (in Piemonte come in Sicilia) dove i partiti si presentavano separati, migliori. Vorrei fosse chiaro che non si vuole confondere lo strumento (la tecnica elettorale) con il fine (il progetto politico dell’Ulivo e del Centro-Sinistra in genere). E’ così “folle”, dati elettorali alla mano, se lo scopo prioritario è vincere e governare alle politiche del 2006, l’analisi che Giovanni Sartori svolge sul Corriere del 24 maggio dal significativo titolo: “Le unioni che non pagano”: “L’altra faccia della medaglia è che lo smottamento del voto berlusconiano è in atto, che al centro i voti in palio e in possibile uscita sono al minimissimo un 10%, e che questi voti li intercetta meglio una Margherita votabile a sé che non una Margherita annegata nel mare reso rossiccio da Bertinotti. Al momento quasi tutti bacchettano Rutelli. Ma Prodi se l’è chiamata. Da sempre “bulleggia” la Margherita e ora il suo smisurato orgoglio ferito trasforma una tempesta in un bicchiere d’acqua (torno a ricordare che stiamo parlando solo del 12,5% del voto complessivo) in uno tsunami. Lo strappo di Rutelli è suicida se viene preso male e lo si dichiara tale. Ma altrimenti può essere utile”. Una critica che invece ci deve tutti coinvolgere per le diverse responsabilità che ci competono è il fatto del motivo per cui in questi mesi non abbiamo lavorato abbastanza per costruire la Federazione, ai livelli locali come a quelli nazionali, per la straordinaria opportunità di costruire una forza trainante per il Governo del Centro-Sinistra, capace sui grandi temi dell’economia, della politica estera, dell’istruzione, di guidare la coalizione. Questa è una scommessa forte programmatica che non ammette ulteriori rinvii che, però, con altrettanta lealtà, non può essere confusa con la prospettiva di costruire un partito riformista di stampo socialdemocratico. Occorre dare atto a D’Alema di aver affrontato al Congresso dei Ds questo discorso con coerenza: “Non può essere impedito che ci si confronti tra chi pensa che in Europa certi steccati resteranno in piedi e chi invece pensa che anche in Europa possa nascere, certo intorno al socialismo europeo, uno schieramento progressista più ampio in grado di incorporare nuove culture”. Sì, appunto, l’Europa: alle recenti elezioni europee noi abbiamo fortemente creduto alla lista dell’”Ulivo”, con l’impegno di tutti i candidati, se eletti, di costituire un gruppo unico che richiamasse la novità dell’esperienza italiana. Ebbene, noi abbiamo lasciato, anche con sofferenza, causa la deriva conservatrice, la casa del Partito Popolare Europeo, costituendo e fondando il Partito Democratico Europeo, ma gli eletti dei Ds, molti dei quali eletti anche coi nostri voti, sono rimasti nel partito socialdemocratico. Chi ha tradito in quell’occasione, lo spirito ulivista? Mi si perdoni una “battuta”: se guardo alla mia esperienza personale politica, se ho accettato, a malincuore, di non “morire” democristiano, non è stato per diventare socialista. Se c’è qualcuno nella Margherita che pensa invece che la strada giusta sia questa, lo affermi con chiarezza e si confronti su questa linea all’interno del partito. Per questo personalmente non ho gradito le intimazioni a sciogliersi, che da parte di qualcuno aveva il sapore di un’annessione e, come conseguenza, ha fatto scattare l’appello all’identità della Margherita. D’altra parte, come avremmo potuto ad esempio affrontare il tema attuale dei referendum, dove all’interno della Margherita abbiamo lasciato libertà di espressione, per rispetto delle diverse storie e culture, mentre altri partiti, a livello locale e nazionale, aderivano al fronte del sì, come segreteria? In poche parole, i processi in politica come nella storia si guidano e non si forzano e non si impongono. Infatti in un contenitore di struttura socialdemocratica che fine farebbero la tradizione cattolico-democratica e laica-liberale? E non va taciuto come anche all’interno dei Democratici di Sinistra, una forzatura affrettata porrebbe gravi problemi e rischi di scissione. Basterebbe leggere il titolo di “Aprile”: “France’, facce sogna’...” per rendersi conto delle difficoltà interne anche alla Sinistra. E’ chiaro il partito rappresenta comunque uno strumento in un determinato contesto storico e, dunque, non escludo cambiamenti in prospettiva anche per il nostro partito, ma solo un nuovo inizio può trasformare i se e i dubbi in sì e convinzioni, in un percorso nuovo dove tutte le culture abbiano piena cittadinanza e dignità. Questo non può e non deve essere un percorso breve, perché significa rinunciare a modi di pensare consolidati. Per questo la valorizzazione della “Fed” è il primo serio passo per credere nei fatti nell’Ulivo. Ognuno di noi si porta una storia, fatta di simpatie e di antipatie, di amicizie e di inimicizie, di lotte vissute con questi contro quelli. Ognuno si porta dentro delle convinzioni maturate nel corso degli anni, delle appartenenze. Io non posso chiedere di rinunciare a queste appartenenze che sono cresciute fino ad essere parte della identità di ciascuno. Posso, però, e devo chiedere di rimettere in gioco tutto questo, di confrontarlo con un’ipotesi nuova, un metodo nuovo di lavoro politico, disposti a cambiare in questo processo le proprie idee e le proprie valutazioni. Posso e devo chiedere la disponibilità ad imparare dall’esperienza che stiamo conducendo insieme. E’ solo così che si costruisce un’appartenenza nuova, in cui si rielabora e diventa nuovo il meglio anche del passato. E infine un appello a tutti gli amici della Margherita di Lecco, a chi ci guarda con interesse, a chi vuol confrontarsi: l’invito è quello di mantenere nervi saldi e non cedere all’emotività. Non si tratta di scegliere tra Rutelli e Prodi: Prodi è il leader scelto da tutta la coalizione e l’uomo di governo capace di far uscire l’Italia da questa infinita crisi. Non dimentichiamo, infine, che la Margherita che abbiamo costruito insieme raccolse nel 2001 più consensi del previsto, perché intercettò il voto di tanti che erano chiaramente per il Centro-Sinistra ma non di cultura marxista. Era una domanda di politica che richiedeva la capacità di un’offerta, di una proposta politica. Come insegna Machiavelli, la questione fondamentale è come mantenere con la virtù quel principato conquistato con la fortuna. E’ un impegno che riguarda tutti noi, per dare al Paese un Governo stabile e forte.
25 maggio 2005 Sullo stesso argomento:
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