Assemblea Federale - Relazione di aperturadi Francesco Rutelli (testo non corretto) Care amiche cari amici, ci incontriamo innanzitutto per valutare i risultati di un imponente ciclo elettorale che nell’arco di un mese e mezzo ha profondamente cambiato la politica italiana. E per decidere insieme come proseguire il cammino del nostro partito: cambiare la strategia, oppure confermarla, e rafforzarla, come io vi proporrò. I risultati elettorali sono stati complessivamente eccellenti. Vi richiamo all’analisi che ho svolto davanti alla Direzione il 26 aprile, che è stata approvata unanimemente, e ai suoi contenuti. Le elezioni successive aggiungono importanti conferme. Vince l’Unione, attorno ai Presidenti e ai sindaci in 12 su 14 delle Regioni, finora in 8 su 9 province; in 13 su 15 comuni capoluogo. Nella grande maggioranza dei comuni interessati dal voto. Nelle 9 regioni in cui si presenta ottiene successo la lista dell’Ulivo. Nelle 5 regioni in cui è presente, ha un importante successo la lista della Margherita. In particolare, un elemento spicca dalla lettura dei dati. Dalla frammentazione delle liste, nei comuni e nelle province con liste civiche, liste regionali, liste personali un fenomeno diverso da territorio a territorio, e grande nella sua entità) la Margherita coglie una significativa controtendenza. Partito giovanissimo, partito “leggero”, il cui elettorato è certamente meno fidelizzato, la Margherita dimostra una capacità di raccolta di consensi che ci pone non solo ai livelli, da quasi tutti ritenuti irripetibili, nelle politiche del 2001, ma mostra una solidità rispetto ai maggiori partiti italiani che appena un anno fa appariva impossibile. Non mi riferisco al Trentino, dove la Margherita originaria conferma grazie ai propri meriti consensi vicini ad un 30% dei voti. Suggerisco l’analisi del voto della Sardegna e della Sicilia: nelle province sarde c’è un buon successo dei DS e una crescita della Margherita che ci porta a superare Forza Italia. In Sicilia, nei comuni dove si è votato, siamo il primo partito della regione. Si dirà: il voto è influenzato dalla performance straordinaria, quasi il 27% dei voti, delle tre liste volute da Enzo Bianco, cui voglio qui riaffermare il ringraziamento e l’apprezzamento per la battaglia generosa, di qualità che ha condotto in una frontiera di cui tutti conosciamo l’estrema difficoltà, e cui è mancato un apporto elettorale apprezzabile da tutte le forze della sinistra. Ma, aggiungo, seppure si togliesse al risultato, siciliano per un mero esercizio contabile, la lista capeggiata da Bianco, la Margherita resterebbe il primo partito della Sicilia. E se levassimo addirittura la città di Catania dal confronto degli altri piccoli e medi comuni in cui si è votato, ugualmente nel risultato finale le liste della Margherita continuano a superare i risultati di quelle di Forza Italia. Cosa voglio dire con queste brevi considerazioni? Che le profezie di quanti fuori di qui avevano preconizzato appena un anno fa il “declino inesorabile” della Margherita sono fallite. E sono fallite soprattutto le analisi alla base di quelle profezie. Partiamo da un dato obiettivo: il 14,5 % dei voti raccolti quattro anni fa. Da quei consensi sono certamente venuti meno i voti dell’Udeur, almeno l’1,5%. E’ una quota importante – secondo gli analisti, circa 3 punti – di voti tradizionalmente di sinistra conquistati dal candidato premier Rutelli nel fuoco della battaglia contro Berlusconi. Bene: se oggi noi siamo ritornati nei sondaggi a quei livelli del 2001, se nei voti popolari abbiamo buoni risultati in molte parti del paese – differenziati, in base alla qualità del radicamento e dell’offerta elettorale del nostro partito – è perché abbiamo conquistato molti voti nuovi. Sono voti “di centro”? Provenienti da elettori delusi dal centro destra? Da elettori giovani? Da “astensionisti intermittenti”? Da elettori già di centrosinistra e di sinistra che si riconoscono ora nella Margherita? La mia risposta è: SI. Tutti questi elementi si congiungono, con pesi diversi, confermando la bontà della nostra intuizione strategica che concorre alla credibilità di governo, allo slancio innovativo, all’equilibrio politico del centrosinistra italiano; alla fisionomia di un Ulivo trainante in quanto configura un progetto nuovo e ambizioso, e non il ritorno di formule già fallite nel passato. E c’è una cosa che oggi mi piacerebbe ascoltare. Diceva un grandissimo critico dell’arte, Ernst Gombrich, “non possiamo mai veramente sapere se abbiamo ragione, anche se qualche volta sappiamo di esserci sbagliati”. Troppi hanno denunciato nei mesi scorsi una “linea politica della Margherita” diversa e distante dalle ragioni originarie, che ci avrebbe allontanato dagli elettori. E’ saggio che ammettano di essersi sbagliati e riconoscano, almeno per quanto è avvenuto fin qui, che gli elettori ci hanno dato fiducia. E’ raro, del resto, in politica, che venga messa in crisi una politica che perde, per la tendenza delle classi dirigenti ad autotutelarsi. Ma è davvero rarissimo che venga messa in crisi una politica che vince. Ma qual è dunque la politica che vince? Non è la Margherita il fine del nostro progetto. La Margherita è uno strumento. Si è dimostrato prezioso. E’ delicato. Ed è solido nelle sue convinzioni – proprio perché non è “usa e getta” – più di quanto taluni immaginassero. E fatemi aprire qui una parentesi, in una relazione tutta politica, necessariamente tutta politica, rivolta agli elettori che sono fuori di qui. Abbiamo il dovere di servirli. Abbiamo il dover di restituire una speranza all’Italia. Non un’illusione, perché dalle illusioni plebiscitarie suscitate da Berlusconi si è concretizzata la più grave crisi economica dal dopoguerra. Una crisi che ha comunque motivi strutturali, e sbaglieremmo ad addebitarli a questa Destra, anche perché alcuni di essi non sono stati curati adeguatamente dagli stessi governi dell’Ulivo. Una crisi che è drammaticamente peggiorata con questo governo in termini di crescita economica, di competitività e capacità di esportare, di innovazione ma ormai anche di tenuta del sistema industriale. Una crisi che può diventare una crisi della coesione del paese, e dunque fattore capace di scatenare divisioni profonde, che possono sfociare in una generalizzata sfiducia. Ecco: discutiamo oggi delle forme della nostra azione politica. Decidiamo passi da intraprendere. Ma ricordiamo che questi sono a loro volta strumenti di una strategia fondamentale per la ripresa economica e sociale che dobbiamo organizzare, trasmettere al paese, rendere via via precisa e convincente. Questa è la priorità per l’Italia. Questa deve essere la priorità dell’Unione, dell’Ulivo, del nostro partito. In che misura è importante al fine di organizzare bene la nostra prospettiva di governo la federazione dell’Ulivo? Molto. Moltissimo. A patto che la Federazione esista. Che agisca. Che siano sciolti nodi oggi irrisolti e che sono piuttosto clamorosamente emersi – e in modo salutare, a mio avviso – ancora negli ultimi giorni. Ricordiamo a noi stessi con che impegno, con che patto di lealtà e condivisione noi abbiamo votato e varato la Federazione dell’Ulivo. Lo ricordo con il concetto che usai al momento della nostra deliberazione. La Federazione è un cammino, un processo di collaborazione e crescente integrazione tra le forze di ispirazione democratico-riformista del nostro paese. Non è un piano “inclinato”, dicemmo. Né in salita, ovvero un cammino destinato a fermarsi. Né in discesa, un cammino a precipizio. Se io fermassi il cammino, tradirei il mandato ricevuto. Se lo affrettassi verso approdi ignoti e sbagliati, tradirei – e con me tutto il gruppo dirigente – quel mandato. Cos’è una Federazione? Un foedus, un patto. Un patto tra soggetti che, appunto, condividono un cammino e gli obiettivi strategici che ho richiamato, e che sono l’oggetto delle delibere, delle decisioni che abbiamo assunto Quali sono i nodi irrisolti che sono emersi piuttosto clamorosamente? Forse, avevamo sbagliato nel non pretendere chiarezza da chi ci accompagna su ambiguità che avevamo scelto di accantonare per amore del progetto dell’Ulivo e nella convinzione che, appunto, il cammino comune le avrebbe metabolizzate. Penso al cosiddetto “partito riformista”. E’ tempo che questo argomento venga messo sul tavolo in modo sincero ed esplicito, e infine tolto di mezzo. C’è un ampia letteratura di dichiarazioni, discorsi e persino delibere – penso allo SDI – che si richiamano a questo proposito politico. Il tema è riemerso in un modo per me imbarazzante in un recente convegno della Fondazione Italiani Europei, indetto per confrontarci su un “programma riformista” e risoltosi invece a sostegno di questo ipotetico “partito riformista”. Ma che vuol dire “partito riformista”? Ha detto l’amico Boselli nello scorso gennaio: “se l’idea di un grande partito riformista dovesse venir meno ci troveremmo di fronte a una novità a mio avviso grave, sulla quale ci dovrebbe essere una riflessione profonda non solo di Prodi ma di tutti noi”. Sempre Boselli, il 12 febbraio ha detto: “Noi pensiamo che un rapporto sempre più stretto e intenso con i DS debba portare ad una convergenza verso l’obiettivo comune del partito riformista. È su questo stesso terreno che noi vogliamo sviluppare un rapporto anche con la Margherita diretta da Francesco Rutelli”. Nel convegno citato prima, dello scorso 3 maggio, Fassino ha detto: “la riforma dei soggetti politici richiede un di più di volontà politica dei soggetti stessi, che si riformano solo se lo decidono. Non è un problema di tecnica o di tattica elettorale. Se percepiamo che la politica riformista abbia bisogno di un grande soggetto che la esprima, occorre la volontà politica per realizzarlo. (…) Io credo che dobbiamo fare un salto in termini di assetto, e questo salto passa per le scelte dei soggetti politici”. È un’accelerazione evidente, non discussa, non concordata, che è sfociata nell’intervista di ieri in cui Fassino – contraddicendo quanto a me e a noi ha più volte detto – ha dichiarato testualmente: “la Federazione è una cooperazione rafforzata. Consente a chi vuole realizzare processi unitari più avanzati, di poterlo fare, anche quando alcuni decidono di aspettare”. Ma, ritorno alla domanda: cosa sarebbe questo partito riformista? Cito ancora Bersani (3 maggio): “il partito unico non è un destino inevitabile, piuttosto un’opportunità da cui l’Italia trarrebbe vantaggio”. D’Alema, nel suo importante discorso al congresso dei DS, ha spiegato bene ai suoi compagni di partito cosa pensa. “Non è all’ordine del giorno il partito unico, i partiti non nascono a tavolino. Non è oggetto di una decisione congressuale anche se a nessuno può essere impedito di sperare che l’abitudine a lavorare e a decidere insieme possano nel tempo fare crescere in Italia una grande forza riformatrice di governo socialista, laica, cattolica, ambientalista, quale l’Italia non ha mai avuto. Non può essere impedito che ci si confronti tra chi pensi che in Europa e in Italia certi steccati resteranno in piedi e chi invece pensa che anche in Europa possa nascere, certo intorno al socialismo europeo, uno schieramento progressista più ampio in grado di incorporare nuove culture. Questa idea di una contaminazione e non solo di un’alleanza è nel nostro dna comune, non è una trovata di questi ultimi mesi. Sarà il tempo a decidere e, come si diceva una volta, chi ha più filo da tessere, tesserà”. Altrettanto chiaro, sempre nel congresso dei DS, il capogruppo Angius: “vogliamo unire le forze del riformismo italiano. Un progetto che ha valore e significato altissimi se ha come scopo ultimo, come obiettivo finale, la nascita di un grande partito democratico che sia nel campo del socialismo europeo, la casa dei riformisti”. Perdonatemi la lunghezza e il numero della citazioni testuali. Ma oggi la chiarezza del nostro dibattito lo esige. E’ evidente che questi argomenti non richiamano solo l’ormai insostenibile ambiguità di chi parla della federazione come “soggetto politico”, intendendo in realtà la precipitazione verso un partito, ma due temi fondamentali: quello del profilo europeo e internazionale dell’Ulivo e quello della persistenza nella sinistra italiana di una “cultura dell’egemonia”, e dei progetti ad essa oggi connessi. Quanto all’Europa, voglio ricordare i notevoli progressi compiuti del nostro partito – inizialmente isolato – nel costruire un sistema di collegamenti ed alleanze, con il Partito Democratico Europeo e nel gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali, che ci vede raccogliere oggi quasi trenta eurodeputati, partecipare al terzo, forte gruppo del P.E. e soprattutto tentare di affermare la più coerente politica europeista (il nostro è il solo gruppo che ha votato al 99% per il Trattato costituzionale) anche grazie alla coraggiosa battaglia di François Bayrou e dei colleghi dell’UDF in Francia; e il cui equilibrio viene spostandosi progressivamente verso il centrosinistra, se vi includiamo anche i successi dei liberaldemocratici inglesi. Sappiamo che il gruppo dell’Ulivo al Parlamento Europeo è stato immediatamente bocciato e che ci è stata proposta una incorporazione – neanche tanto amichevole e accogliente – nel gruppo socialista. C’è qui qualcuno che pensa che noi possiamo aderire alle ipotesi del partito riformista con approdo nel socialismo europeo? Se c’è, si faccia avanti e lo proponga apertamente. Venendo alla seconda questione di fondo, quella della “cultura dell’egemonia”, permettetemi di leggervi quello che appena ieri un raffinato e ascoltato dirigente dei DS, Alfredo Reichlin, ha scritto sull’Unità per motivare le ragioni di una “riorganizzazione delle forze attive del Paese”. Scrive : “è necessario mettere in campo una soggettività politica e culturale forte (…). Parlo di un nuovo pensiero riformista e di una sinistra che ritrova egemonia nell’incontro con altre forze, ma su un terreno che è quello della ricollocazione dell’Italia in una Europa attore globale. (…) Non voglio dare la colpa a nessuno e rispetto il confronto interno alla Margherita, e anche ai DS. Ma c’è bisogno di una forza nuova e di un nuovo pensiero politico”. Mi fermo qui con le citazioni. Ma voglio dire con grande chiarezza e fermezza che chi pensa di “buscar el Levante por el Ponente” – per riprendere la celebre espressione attribuita a Cristoforo Colombo – rischia di tornare a farci e farci tornare al vecchio, altro che approdare al nuovo. Noi lavoriamo per costruire unità su basi nuove e con radici solide. Non ci candidiamo per esercitare un’egemonia. Non siamo e non saremo disposti a subire nessuna egemonia. De resto, cosa altro deve essere la federazione dell’Ulivo, se non il luogo dell’unità per la qualità del progetto di governo? Il luogo dell’unità complessiva è la coalizione, cioè l’Unione dei partiti di centrosinistra guidata da Romano Prodi. E questo è anche nella percezione degli elettori: la gente che ci ferma per strada, ci chiede unità, ovvero di essere tutti insieme, coesi e possibilmente coerenti, per battere Berlusconi. Il compito della Federazione è, dicevo, la qualità politica della nostra proposta. E cosa abbiamo fatto dal 26 febbraio, giorno in cui è nata la federazione dell’Ulivo? Francamente quasi nulla. Quel che è apparso, che si trattasse delle consultazioni al Quirinale o dei pronunciamenti sulla politica estera, o della “Fabbrica del Programma”, è stato piuttosto che la Federazione dovesse fare dei passi indietro pur di garantire che non si incrinasse la più larga unità dell’Unione. Può essere una scelta di prudenza. Possiamo anche discuterla, se qualcuno la propone esplicitamente. Ma non si può contemporaneamente spargere retorica ulivista e praticare la paralisi ulivista. Eppure, noi abbiamo scelto dei terreni precisi ed ambiziosi per praticare e sperimentare la cooperazione delle forze democratico-riformiste. Non c’è stata riunione degli organismi della Federazione in cui io non abbia proposto e riproposto di rendere visibile l’iniziativa comune come Ulivo. Aprendo qui una nuova e breve parentesi di merito, credo che non debba sfuggire proprio il dovere di iniziativa che abbiamo sulla questione europea, che tra dieci giorni sarà sottoposta ad una prova dirompente con il referendum francese, potenzialmente capace di arrestare il processo di integrazione che abbiamo conosciuto in questi 50 anni, e che interpella tuttavia la sostanza del disegno europeista, non solo il Trattato Costituzionale, poiché l’Europa è in difficoltà per la bassa crescita economica e per il suo nanismo nella politica globale. il dovere di iniziativa sui temi della affermazione della democrazia nel mondo, mentre fermenti inaspettati si diffondono dal Medio Oriente all’Asia e si confrontano una pratica forte – quella dell’Amministrazione Bush – e una teoria forte che purtroppo si manifesta troppo debole nei risultati visibili, quella del modello della democrazia europea. Ma tocca a noi, ai democratici, condurre la battaglia per la crescita della democrazia e dello stato di diritto, assai più che ai neoconservatori di Bush! Forse non c’è bisogno sopra ogni cosa della costruzione di un pensiero forte – necessariamente plurale nei suoi apporti, quanto complesse sono le nostre società – capace di misurarsi con le sfide globali? O pensiamo che poiché è impressionante la nostra distanza dal berlusconismo, non ci sia differenza tra la nostra analisi e quelle di Bertinotti o Diliberto? Il problema non è distinguerci dalle forze radicali del centro sinistra. Il tema è: guidare il centrosinistra attraverso una elaborazione, un dialogo, una proposta che scaturisca dal lavoro comune delle forze della Federazione dell’Ulivo. Lo stesso vale per il modello istituzionale. Anche qui abbiamo affidato all’Ulivo i compiti di sistema più ambiziosi, proprio per definire una strategia comune: possiamo pensare di governare l’Italia nei prossimi cinque anni senza ripensarne l’organizzazione, l’equilibrio, la funzionalità, la capacità di risposta ai problemi attraverso i compiti che daremo alle istituzioni centrali, al Parlamento, alle regioni, ai sistemi territoriali, ai corpi intermedi della società? E’ tempo dunque di far funzionare per bene la Federazione. E avanzeremo precise proposte in questa direzione nella riunione convocata da Prodi nella prossima settimana. Anche in questo senso, saranno utili le indicazioni ed i suggerimenti che scaturiranno dal nostro dibattito. In queste ultime giornate, ha subito una drastica accelerazione la discussione sulla modalità di presentazione nella quota proporzionale, quella che assegnerà il 25% dei seggi nelle prossime elezioni politiche. E’ una scelta importante, anche se la scelta principale, la scelta dell’unità, è già presa con la decisione di presentarci nella parte maggioritaria sotto il simbolo dell’Unione. Oggi e domani siamo chiamati a discutere, e domattina a decidere. Ho maturato una convinzione. Ve la propongo; la argomento. La parte proporzionale del voto politico è un altro voto rispetto al voto coalizionale per il governo. Su quella scheda abbiamo presentato l’Ulivo nel ’96 e nel 2001. Stavolta no, poiché in particolare Rifondazione – ed è giusto così – ha chiesto un nuovo simbolo per la coalizione nuova. Nella seconda scheda, gli elettori troveranno i simboli dei partiti. Nel 2001, ci fu un enorme spostamento di voti tra la scheda maggioritaria e quella proporzionale. Per l’esattezza, Polo + Lega raccolsero un milione e mezzo di voti in più nel proporzionale. L’Ulivo (+ Rif. Com.) oltre un milione e duecentomila voti in meno. Io credo che questo fenomeno sia destinato a ripetersi, forse con grandi cambiamenti se non ribaltamenti, anche a causa di quel fenomeno che fu previsto dieci mesi fa – e che alcuni contestarono, mentre nel frattempo è esploso effettivamente – definito “lo scongelamento” di ampi settori di elettorato, innanzitutto di Forza Italia. L’esperienza inequivocabile delle ultime elezioni regionali indica che liste distinte dei partiti che formano la Federazione dell’Ulivo possono raccogliere più voti che non la Lista “Uniti nell’Ulivo”. Nelle 9 regioni con liste unitarie l’Ulivo ha raccolto 640.000 voti proporzionali in meno rispetto alle Europee di un anno fa, e 1.930.000 voti in meno rispetto alle politiche del 2001. i partiti dell’Ulivo (DS, Margherita, SDI) hanno invece raccolto con i simboli distinti 425.000 voti in più rispetto alla lista unitaria delle Europee dello scorso anno (soprattutto nel Sud), e 11.000 voti in meno rispetto alle Politiche. Questo argomento sarebbe già sufficiente per decidere, poiché noi dobbiamo mettere in campo le scelte elettorali in grado di farci conquistare il massimo numero possibile di seggi così da assicurare solidità e stabilità all’auspicata maggioranza di governo. E’ totalmente artificiale l’argomento di una coincidenza tra messaggio unitario del centrosinistra e presentazione distinta; e ancor più quello che fa coincidere le prospettive della Federazione e la presentazione di una lista di “Uniti nell’Ulivo”, quasi che, assurdamente, da questo dipendesse il destino della cooperazione tra le nostre forze riformiste e democratiche. Senza tornare sulle questioni politiche sollevate prima e che rimandano alle troppe strategie non esplicitate da troppi fautori della Lista unica che ci considerano strumento del partito unico, è evidente che partiti che non sono uniti nel Parlamento Europeo e che sono federati a livello di Consigli regionali, debbono fare ancora molto cammino unitario prima di fondersi nel Parlamento della Repubblica. Siamo pronti a farli, quei passi, negli anni a venire. Ma ribadisco: nessuno sminuisca la necessità elettorale prioritaria, di intercettare una parte probabilmente decisiva di voti in uscita dal centrodestra con le liste distinte, meglio che con la lista Uniti nell’Ulivo, oltretutto in un panorama delle liste proporzionali in cui spiccano, tra le altre, due liste con insegna “partito comunista”. Vorrei ora pronunciare alcune opinioni sui nostri obiettivi strategici. Intanto, sgombrando il campo da due questioni maliziose e mal poste. La prima: è forse la Margherita intenzionata a diventare un partito “neocentrista”? La risposta è secca: NO. Non solo perché siamo un partito di centrosinistra, in cui si sono incontrati tre partiti e altre forze della politica democratica e della società italiana. In cui fin dall’inizio convivono, nel progetto che abbiamo definito ulivista, in un partito che si considera ed è “Motore dell’Ulivo”, forze anche moderate, così dando la Margherita un contributo di aggregazione e semplificazione assai raro nella storia politica italiana. Una politica fatta pressoché sempre di scissioni; e tanto più di separazioni quando si sono tentate aggregazioni forzate, o artificiali, o immature. Ma anche perché il nostro seguito elettorale è composito, tipicamente di centrosinistra. Anche il più moderato dei nostri elettori si riconosce in un partito che ha un dirigente della storia di Ermete Realacci. E anche quegli elettori che vengono da una tradizione di sinistra, o dai più attivi settori del volontariato sociale, si riconoscono nell’impasto originale e nella capacità progettuale di una forza in cui agiscono positivamente Lamberto Dini e Antonio Maccanico. E’ la qualità della Margherita, “partito precursore” di nuove aggregazioni. Seconda questione da togliere di mezzo: il partito si appresterebbe a “imbarcare” transfughi che abbandonano la nave berlusconiana che affonda? NO. Abbiamo accolto, secondo quanto prevede il nostro Statuto, alcune stimate personalità che da tempo avevano motivatamente deciso di lasciare il centrodestra. A livello locale, i nostri amministratori definiscono – così come i nostri colleghi dei DS, dello SDI, dei Repubblicani Europei – alleanze di segno prevalentemente civico sempre più ampie, secondo le loro responsabilità. Noi non abbiamo alcuna intenzione, e alcun interesse, nel promuovere un assalto al possibile “carro del vincitore” da parte di personaggi screditati, né da titolari di seggi non titolari di consensi, né da trasformisti dell’ultima ora. Care amiche ed amici, come ho cercato di spiegare che l’unità del centrosinistra è un bene intoccabile, e che unificazioni forzate sarebbero un male intollerabile, vorrei concludere mettendo a fuoco quella prospettiva che io ho personalmente nel cuore, e che non rappresenta oggi né il mandato che ho ricevuto da voi né, magari, la posizione della maggioranza tra noi. Io penso che l’approdo più importante posto al termine del nostro cammino, quello in cui potrà un giorno sciogliersi DL-La Margherita, è la nascita in Italia, in base ad un autentico “nuovo inizio”, di un “Partito Democratico”. Sappiamo che non è per oggi. Che non è per domattina. Sappiamo che una confluenza oggi non darebbe il frutto sperato. Come in ogni processo vitale, il tempo, e la maturazione sono altrettanto indispensabili delle idee. Quel ragazzo un giorno sarà un campione nella corsa, ma se lo mandiamo in pista oggi, magari imbottito di farmaci, non avremo né un campione né un uomo. È vero tuttavia che lo strumento del nostro partito dev’essere e sentirsi pronto a quei traguardi, dev’essere il mezzo che prepara un fine più ampio, “il seme che contiene l’albero”, come diceva con semplici parole Gandhi. Quindi, una tensione ambiziosa e visionaria, il non rannicchiarci su noi stessi, debbono essere impegni che ci accomunano, e che io volentieri raccolgo dalla sollecitazione di chi ci vuol spingere ad accelerare il disegno ulivista. Ma, ripeto, solo un nuovo inizio può trasformare i SE in SI. E solo una Margherita forte culturalmente, elettoralmente, politicamente, può contribuire – mai da sola, mai presuntuosamente! – a una trasformazione non tattica e non effimera del campo democratico e progressista italiano. Per questo rivolgo un invito a tutti voi. Terminiamo le discussioni distruttive. Tutti accettino le decisioni che democraticamente prenderemo domani. Non si può costruire strappando. La politica è innanzitutto progetto culturale; poi, realizzazione di convenienza, poi, verifica del consenso; poi, governo dei problemi, scelta delle soluzioni. Vedete: questa Margherita ha dato prova di grande senso di responsabilità e spirito unitario. Se solo penso a quel che è accaduto con il referendum che 50 milioni di italiani voteranno tra meno di un mese! Pensate – solo sul piano del metodo, poiché nel merito va riconosciuto a tutti il diritto-dovere di esprimersi politicamente con libertà, come indica il programma dell’Ulivo, in materia di bioetica – pensate cosa sarebbe capitato nei rapporti politici in seno alla Federazione se referendum di pari momento – e divisività – politico-culturale fossero stati promossi da noi! Se penso, ancora, alla vicenda delle “primarie”. Questa Assemblea Federale ha votato solennemente e consapevolmente, il 18 ottobre scorso, a favore dell’indizione di primarie per la scelta e il rafforzamento del candidato premier del centrosinistra. Cosa sarebbe accaduto se fossimo stati invece noi a metterci di traverso, sino a farle velocissimamente annullare? Bando, dunque, a polemiche e recriminazioni. Ma si dimostri che nella Federazione non c’è qualcuno più uguale degli altri. Noi sentiamo tutta la responsabilità di concorrere al cammino unitario. Ma non è un cammino unitario quello in cui uno viene strattonato, in cui si ignorano le conseguenze per l’intero centrosinistra di forzature che diventino la regola; e, fatemelo dire, della continuazione di una natura della discussione incentrata per troppa parte sui contenitori, sulle procedure, molto più che sui contenuti: la conquista ideale, il messaggio sociale, il progetto di guida e di cambiamento profondo del paese. L’Italia non ha bisogno di “sognare” secondo lo stile berlusconiano, ma di condividere un’ambizione alta per il proprio futuro e traguardi che si possano toccare con mano. Per questo, avendo molte volte usato, non a caso, la parola ambizione, ricordo che essa va fatta risalire ad una parola latina che si lega al verbo “ambire” (andare intorno, sollecitare) e all’”ambitus”, la campagna elettorale dei romani raccontata da Plauto e (Quinto) Cicerone, ovvero non è una dimensione di aspettative personali, ma risponde alla vocazione stessa e ai compiti della politica. Io vi propongo di confermare la strategia del nostro partito, e di assumere, con il voto di domani, tre decisioni fondamentali:
Il governo che è alla nostra portata. Cui siamo in grado di contribuire ascoltando le ansie dei cittadini, le spinte positive della società, orientandole a un grande, profondo cambiamento. A un’Italia che dopo il fallimento di Berlusconi e della Destra è finalmente in grado di ripartire. Con l’Unione, con la Federazione dell’Ulivo, con la Margherita”. 20 Maggio 2005 Sullo stesso argomento:
| ||||||||||||
|