Democrazia è libertà - La Margherita - Per l'Ulivo La Margherita - Provincia di Lecco cerca nel sito
home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link

PD

BIG TALK 2 – Riapriamo il futuro - Relazione di apertura di Francesco Rutelli

Sabato 26 novembre 2005

Buongiorno, grazie. Benvenuti. Stiamo, forse, un po’ stretti ma ne vale la pena. Mi pare che ci aspettino 2 giornate di lavori interessanti, densi, spero anche stimolanti per tutti voi, utili per il centrosinistra, per il nostro Paese.

Darò il benvenuto via, via, ad alcuni degli ospiti particolari che sono in questa sala. Molti di essi parleranno, interverranno nelle discussioni che si terranno subito dopo la mia introduzione, che non sarà una relazione sistematica. Sarà una introduzione che non può né comprendere, né anticipare tutti i temi che svolgeremo in queste due giornate, per una scelta ovvia: di non appesantire l’avvio di un confronto che avrà molte voci, molte idee e molte proposte, e vogliamo che sia il più possibile incisivo.

Chiudiamo con questo secondo big talk un 2005 denso di contenuti, e anche di contenuti originali. È iniziato a fine gennaio a Torino con il primo big talk; proseguito con un seminario a Frascati il 27/28 maggio “Italia 2016, missione possibile”; poi la festa della Margherita a Porto Santo Stefano, intitolata “Talenti d’Italia”.

Affronteremo in queste due giornate i temi della conoscenza e della ricerca; della concorrenza e la qualità nella tv del futuro; della nuova dimensione del Paese che unisca nord e sud; di come migliorare il sistema pubblico, rendendolo più vicino ed efficiente; di impresa, energia e lavoro; di famiglia e welfare; di sicurezza, legalità, vivibilità; di territori, città, Made in Italy.

Avremo molto da ascoltare, spero anche molto da apprendere. Il senso di quello che facciamo si riassume in questa parola: “Talenti”.

Noi abbiamo scelto di declinare il concetto dei talenti del nostro Paese, piuttosto che quello del declino del nostro Paese. È una scelta che abbiamo posto al centro della riflessione dell’iniziativa della Margherita da tempo. Vogliamo ragionare sui bisogni e i traguardi dell’Italia come dovrà essere tra 10 anni, passando per un nuovo ciclo di governo del centrosinistra.

Abbiamo alle spalle due tappe difficilissime e positive, persino drammatiche nelle scelte: l’Italia ha realizzato un grande Patto nel ’92 per fermare l’inflazione, e poi nel ’97 un grande Patto per entrare in Europa.

Il nostro obiettivo che ci accomuna nel centrosinistra deve essere di realizzare un Patto di legislatura 2006-2011, per la crescita, per ritornare allo sviluppo, un patto che sia condiviso da tutte le parti sociali dopo 5 anni di crescita zero.

Un’Italia che non cresce, non può che andare indietro. Un’Italia che ha un debito pubblico del 106% rispetto al Pil, che torna anch’esso a salire, che ha un deficit che sta tornando fuori controllo verso il 5% che si trova con l’azzeramento dell’avanzo primario, l’Italia con questa destra al potere è andata indietro.

Il governo ha buttato via 5 anni, lo ricorderete, ha cominciato irresponsabilmente con il braccio di ferro, inutile e controproducente, sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori – oggi sembra preistoria politica. Pensiamo a quanto questo governo abbia buttato via le opportunità e scelto di fare in questi anni le cose sbagliate, senza affrontare i nodi strutturali dell’economia italiana. Quei nodi li conosciamo, sono stati analizzati e sviscerati, ormai sono condivisi. Non abbiamo bisogno delle analisi della stampa internazionale, per quanto autorevole e critica ad un tempo, per leggere quelle che sono le difficoltà nelle condizioni competitive del nostro paese.

In cinque anni l’unico concetto che il Presidente del Consiglio ha messo in campo per far fronte a questi squilibri, a queste ragioni di crisi e di difficoltà, lo ricordiamo tutti, è stato il cosiddetto “taglio delle tasse”.

L’unico concetto, tutto sommato, di politica economica che è stato maneggiato in questi anni e associato a delle riproposizioni costanti, generiche e sempre meno incisive di un ottimismo vago, di un ottimismo di maniera e privo di sostanza sulla possibilità per l’Italia di andare avanti.

Noi sappiamo che nella storia recente i governi di destra hanno scelto di caratterizzarsi fondamentalmente per l’obiettivo di tagliare le spese e tagliare le tasse, polemizzando con i governi “di sinistra” accusati di una linea tax and spend.

Bene: noi abbiamo avuto 5 anni alle nostre spalle nei quali la pressione fiscale è rimasta invariata e la spesa pubblica è salita di quasi 2 punti e mezzo. Quindi, non una ricetta economica, ma l’annuncio, una sorta di evocazione, questa dei tagli pur costosi all’Irpef, che sono stati del tutto ininfluenti per rafforzare il potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie; al massimo, sono riusciti a limitare il crollo del potere d’acquisto dei ceti medio-bassi. Allo stesso tempo si sono aggiunte – lo sappiamo – non meno tasse, ma più tasse, specialmente locali, talché la pressione fiscale è rimasta uguale nel nostro Paese dopo questi 5 anni, ed è rimasta stabile per le molte misure una tantum che sono state messe in campo. Sappiamo che, una volta esaurite queste misure, i conti pubblici sono lasciati al disastro, con l’aggravarsi, diciamo anche questo con grande determinazione, di una evasione fiscale che l’Istat stima in 200 miliardi di euro, 400 mila miliardi di lire all’anno.

Questo è il bilancio del centrodestra, e di fronte a questo bilancio noi vogliamo parlare di fiducia, vogliamo parlare di talenti, vogliamo avanzare risposte positive; proprio perché ci vogliamo contrapporre ad una impostazione del governo che è andato sempre cercando alibi esterni.

Lo specialista di questa attività è stato sia il Tremonti 1 che il Tremonti 2. Prima si trattava del buco di bilancio, fantastico, ereditato dal centrosinistra; poi delle conseguenze dell’11 settembre; poi della crisi portata dall’euro; poi della minaccia che viene dalla Cina. A un certo punto, per accreditare le ragioni della crisi economica, Tremonti se l’è presa anche con lo Tsunami. Debbo dire che non può funzionare in nessun Paese al mondo che si cerchino per 5 anni degli alibi esterni per non rispondere alle ragioni di crisi interne che sono profonde, che naturalmente affondano le loro radici prima dell’arrivo di questo governo, che esigono risposte altrettanto profonde e assolutamente strategiche. Se oggi gli italiani hanno deciso di voltare pagina è perché hanno deciso di voltare le spalle all’illusionismo che ha fatto fallimento; alle promesse che non si sono realizzate; agli alibi che sono stati messi costantemente in campo. In una parola, al fallimento di questa destra al potere.

È il momento di cambiare pagina, io sono certo, e tutti abbiamo fiducia che dall’aprile del prossimo anno sarà il centrosinistra con la guida di Romano Prodi a governare l’Italia.

Vedete, c’è anche un’Italia che diviene più povera e che vorrei richiamare all’inizio di una relazione che sarà centrata, in positivo, sulle possibili strade da percorrere per cambiare corso al futuro del nostro Paese.

Oggi in Italia c’è un pezzo del Paese povero; una famiglia su quattro nel Mezzogiorno è sotto la soglia di povertà. Permettetemi di ricordarlo in una giornata in cui si tiene un’iniziativa alla quale vorrei esprimere un gesto, un segno di attenzione e di amicizia. Un’iniziativa antica avviata in America, che si tiene oggi negli esercizi pubblici e nei centri commerciali, promossa dal Banco Alimentare. Attraverso di essa si chiede agli italiani di ricordarsi che c’è una parte di questa nostra società che ogni giorno è costretta ad entrare nelle mense della Caritas per sfamarsi. Si tratta, in molti casi, di persone che vengono dal ceto medio, che vengono da attività ed impieghi più che dignitosi fino a pochi anni fa e che si trovano progressivamente tagliate fuori dalla società italiana. Fatemi esprimere una convinzione che lo scopo della politica per noi resta quello di risolvere i problemi del popolo: portare avanti l’Italia, dare dinamismo al Paese per dare più opportunità a tutti. Noi non vogliamo un paese in cui si allungano le file alle mense della Caritas. Ne una politica che lascia decine di migliaia di persone, italiani o stranieri che siano, ogni giorno, nelle condizioni di chiedere assistenza. Per noi la politica significa rispondere in nome di questi valori fondamentali, dare concretamente una prospettiva di crescita al nostro Paese, perché il fattore umano deve abitare nella politica, deve innervare la politica, deve ritrovarsi nelle ragioni proprie e alte della politica.

Del resto, questo governo le riforme strutturali non le fa. Questi non sono stati anni, diversamente dalle tesi di Tremonti, di una crisi generale. Sono stati anni di una crescita economica a livello globale che da tanto tempo non si verificava; una crescita sopra il 4%, una crescita fatta certo dalla Cina, dall’India, dalla stessa Russia, dagli Stati Uniti, da diversi paesi europei alcuni dei quali, come il Regno Unito, hanno saputo conciliare maggiore competitività con una certa spinta al riequilibrio delle condizioni sociali.

L’Italia è andata indietro, anche perché questo governo le riforme le fa a futura memoria. La vergogna della decisione dell’altro ieri, del consiglio dei ministri che approva una riforma, quella del TFR, che deve dare il via al secondo pilastro previdenziale per farla partire nel 2008: una riforma a futura memoria. Come la riforma delle pensioni, che deve pure partire dal 2008, toccherà al nuovo governo farsi carico dello “scalone”, cioè dell’ingiustizia delle posizioni di chi va in pensione tra fine 2007 e inizio del 2008. A futura memoria sono le misure per Lisbona e per l’innovazione, che si finanziano con dei soldi che non ci sono, con delle cartolarizzazioni che non daranno frutto nel corso del 2006.

A futura memoria sembra anche la riforma del risparmio, che è agonizzante in questa infinita diatriba. A quanto pare, il Presidente del Consiglio vuole rinviare questa decisione, perché sarebbero state introdotte delle norme un pochino più severe sul falso in bilancio. Abbiamo già visto questo film.

Ma, vedete, se questa base di riflessione tra di noi è condivisa, al Paese occorre un Patto per 5 anni, per rimettere l’Italia in grado di crescere. Quindi, bisogna centrare tutto nei prossimi 5 anni sulla crescita, come abbiamo centrato gli obiettivi ‘92 per fermare l’inflazione e ’97 per entrare in Europa.

Questa legislatura, se sarà guidata dal centrosinistra può e deve essere la legislatura del ritorno allo sviluppo. E le misure e le politiche e le scelte vanno incentrate sullo sviluppo. Per farlo c’è bisogno di dare subito, nei primi 100 giorni del nuovo governo, il segno del cambiamento.
Ed è per questo che io vorrei cominciare a tratteggiare gli indirizzi per tornare a crescere, per i primi 100 giorni. Sapete che sono indirizzi che noi portiamo qui nella riflessione della Margherita, Democrazia e Libertà, un partito importante per il centrosinistra che concorrerà in modo determinante con la lista Unitaria dell’Ulivo alla Camera , col proprio simbolo al Senato, assicura a tutte le altre forze del centrosinistra per guidare la rinascita del nostro Paese. Queste proposte che emergeranno oggi e domani le porteremo al tavolo unitario. Ci sarà tra una settimana una conferenza analoga dei Democratici di Sinistra a Firenze: approfitto per salutare e dare il benvenuto a Piero Fassino che ringrazio per la sua presenza qui, e – caro Piero – l’applauso che ti accoglie è il segno di una collaborazione su cui puntiamo. Basata su autonomia e unità. Su valori, obiettivi, traguardi che ci accomunano.

Per questo lavoro che è stato già seminato, innaffiato, curato in modo ricco e complesso, voglio ringraziare in particolare Tiziano Treu che ha coordinato il lavoro di tanti, e con lui tutti coloro che hanno lavorato in questi mesi. Il frutto di questo impegno verrà versato, verrà portato ad un approdo comune, perché a metà gennaio sarà approvato il programma di tutti, il programma del centrosinistra.
Dalle idee, dai contributi di oggi e di domani, da quegli degli altri partiti scaturirà una piattaforma su cui – lo dico chiaro – intendiamo governare per cinque anni. Perché si va al voto per governare con questo premier e con questa maggioranza per cinque anni di stabilità, nell’interesse del Paese.

Le linee che io voglio tratteggiare in questa mia introduzione sono sei. Le indicherò per sommi capi, e sono: più concorrenza; più efficienza e meno sprechi e duplicazioni nel settore pubblico; più innovazione; meno tasse sul lavoro; più welfare familiare e generazionale; nuove politiche per le città.

Svilupperò questi filoni, che affioreranno in tutti i gruppi che inizieranno a riunirsi subito, al termine della mia introduzione.
Concorrenza, liberalizzazioni. Queste sono riforme a costo zero, certamente capaci di mettere in moto l’economia, di creare condizioni più competitive, di dare opportunità a più giovani.

Oggi l’Italia è maligna con i giovani, in particolare nelle professioni che hanno barriere insormontabili d’accesso, così come nella diffusione crescente di forme di lavoro discontinuo e precario che alimentano insicurezza. Per noi l’Italia che deve tornare a crescere è l’Italia dei giovani. L’Italia del centrosinistra dei prossimi cinque anni deve dare a loro risposte concrete.
Parliamo di questo, parlando di liberalizzazioni e di maggiore concorrenza.
L’Antitrust ha preso posizioni giuste; pensiamo alla riduzione delle tariffe minime, alla possibilità per i professionisti di operare in forme di società, di competere anche utilizzando la pubblicità, pensiamo di dare agli Ordini una funzione di valorizzazione dell’etica professionale e di aggiornamento.

Ci vuole più concorrenza nei servizi. La direttiva in discussione al Parlamento Europeo va approvata, con le modifiche che saranno apportate a gennaio, anche per l’impegno dei parlamentari del centrosinistra e dell’Ulivo nell’Assemblea di Bruxelles.

Io dico che ci vuole più concorrenza nel settore delle assicurazioni e dei servizi bancari, che accollano ai cittadini e alle imprese costi fuori dagli standard europei. E ci vuole più concorrenza nel mercato elettrico, più concorrenza nel mercato delle costruzioni distorto troppo spesso dall’intervento di società miste con azionariato pubblico. Liberalizzare di più i servizi locali, con più coraggio, con più decisione. Queste sono misure – inclusa la riduzione delle strozzature nella rete distributiva – fondamentali. In molti casi a costo zero, capaci di liberare energie, di liberare ricchezza, di liberare benessere. E fondamentalmente capaci di mettere il consumatore al centro.

Il senso della nostra strategia è proprio di fare il consumatore, il cittadino-consumatore al centro come vero protagonista, e vorrei dire padrone, delle politiche pubbliche; e dunque della politica per mettere in campo più concorrenza e più liberalizzazioni nel nostro Paese.
Secondo tema: semplificare il settore pubblico. Abbiamo detto che è cresciuta vertiginosamente la spesa corrente negli ultimi anni, che c’è poco controllo perché, allo stesso tempo cresce la spesa corrente e si tagliano scandalosamente le risorse fondamentali, come il Fondo sociale. Sapete che vuol dire per l’Italia che va indietro la mancata restituzione di 500 milioni già spesi dagli enti locali per il fondo sociale del 2005? Che cosa vuol dire il taglio di altri 500 milioni nel 2006? A proposito della famiglia, a proposito degli anziani, a proposito delle condizioni di più grave crisi, delle disabilità? Vedo qui tanti sindaci del Mezzogiorno, sindaci di piccole e grandi Città, amministratori del centrosinistra di ogni parte d’Italia.

Sanno bene questo che cosa significa. Ero a Bologna l’altro ieri: significa nel Comune di Bologna chiudere tre progetti per centri di specifico intervento per le persone disabili, cancellati perché i soldi non ci sono, perché i conti non tornano, perché i trasferimenti vengono elusi e liquidati.

La responsabilità pubblica in questo quadro ci deve portare ad un cambiamento profondo, rispetto alla duplicazione e moltiplicazione di enti. Questo dibattito si è aperto, ma lo dobbiamo sviluppare come forza di governo. Enti, agenzie, società: c’è una proliferazione nel sistema statale, regionale e locale che non va bene.

Sviluppo Italia crea decine di società che hanno spesso le stesse missioni che hanno agenzie di sviluppo locale o regionale, oppure promosse dalle Camere di commercio. Se dobbiamo tagliare il costo delle burocrazie improduttive, dobbiamo innanzitutto mettere mano ad una situazione oggi non più sostenibile, guardando alla proliferazione di funzioni.

Il decentramento porta ad attribuire alle Province o ai Comuni certe funzioni che prima svolgevano le Regioni, ma si debbono chiudere gli uffici che operano su quelle stesse missioni nelle Regioni! Non debbono continuare ad andare avanti, le decisioni si debbono finalmente coordinare e rendere operative.

Ci sono oramai decine di enti superflui nel nostro Paese. Io credo che il nostro futuro Governo debba avviare una cabina di regia tra Stato, Regioni, Enti locali per guidare la semplificazione del Paese, sia per semplificare le procedure burocratico-amministrative, e allo stesso tempo per sopprimere enti superflui o enti inutili, che in molti casi rischiano di diventare dannosi, e danno questa chiara percezione di inefficienza e ritardi delle amministrazioni pubbliche.

È una grande sfida. Se vinceremo le elezioni il centrosinistra guiderà il Governo centrale, la grande parte delle Regioni, la grande parte delle Province e dei Comuni. Dobbiamo coordinare il lavoro, non far lavorare ciascuno per suo conto, in modo che il Paese funzioni meglio, dobbiamo dare un messaggio di semplificazione, di efficienza, di trasparenza. Se prima ponevo al centro il consumatore, qui dico: al centro il cittadino. Riportiamo fiducia verso il sistema istituzionale, attraverso una maggiore semplicità ed efficacia dell’agire pubblico.

Terzo, l’innovazione. Sappiamo che la nostra spesa nel settore innovazione/ricerca è quasi la metà della media europea. Dobbiamo recuperare. Ma non è solo questione di soldi, dobbiamo stimolare l’innovazione a partire dalla cultura, dalla scuola; poi dall’impresa; Come dicevo, con l’organizzazione dei servizi pubblici. Dobbiamo mettere al centro della ricerca i risultati tecnologici da fornire al sistema produttivo; dobbiamo stimolare nei giovani l’interesse per gli studi scientifici: abbiamo troppe lauree umanistiche in Italia e poche lauree scientifiche. Non dobbiamo neanche avere paura di far crescere la formazione tecnico-professionale nei percorsi scolastici.

L’Italia ha bisogno di dare risposte che si connettano con il mondo del lavoro, in grado di dimostrare la forza di un Paese che sa far coincidere domanda di lavoro che cambia e offerta che si aggiorna attraverso la formazione.

Abbiamo molto da scegliere per quanto riguarda gli investimenti pubblici. Sceglieremo. Che siano le biotecnologie, le nanotecnologie, l’avionica e lo spazio.

L’Italia deve selezionare, per un ciclo medio di programmazione della ricerca, alcuni dei grandi assi di sviluppo corrispondenti alle attese, alle capacità e alle risposte che dobbiamo dare il nostro Paese.

L’innovazione deve essere un processo diffuso, capace di attraversare tutta l’azione del governo. Ci vuole una figura politica nel governo, mister o miss Lisbona, che abbia a cuore, e abbia il mandato preciso di mandare avanti le politiche e le iniziative per l’innovazione.

E permettetemi di ricordare che queste due giornate di Milano, in realtà, sono iniziate a Lamezia Terme, una settimana fa. In Calabria per una manifestazione molto forte e molto bella, ricca di contenuti, sul Mezzogiorno che non può più aspettare. L’innovazione va fatta in Italia anche attraverso l’istituzione di una fiscalità di vantaggio, che porti ad insediare nel sud innanzitutto imprese imprese innovative. La ripresa del nostro Paese ha bisogno, lo dico a Milano oggi con tutta la forza e la determinazione che ci dovrà animare nella prossima legislatura, deve iniziare dal Mezzogiorno, da una nuova politica per il Mezzogiorno. So che sono qua nella nostra sala quei ragazzi che tanti di voi hanno visto sui giornali. I ragazzi che dopo l’omicidio a Locri di Francesco Fortugno hanno srotolato uno striscione, che non era solo uno striscione di rabbia, in cui c’era scritto «e adesso ammazzateci tutti». Hanno fatto vedere i loro volti. C’era una margherita, su quello striscione. Ma era un messaggio di speranza. Noi vogliamo ripartire da qui. Questi ragazzi sono in questa sala, io vorrei che si alzassero in piedi, perché si dia loro il tributo che meritano, che è il tributo che va alla memoria di Francesco Fortugno, al loro impegno al loro coraggio, alla loro voglia di cambiare l’Italia a partire dalle sue parti più difficili. Vi ringraziamo.

Grazie, ragazzi.

Punto quattro, il lavoro. Meno tasse sul lavoro. Sul lavoro in Italia pesano oneri di diversa entità, più bassi per il lavoro autonomo, 18%, più alti per il lavoro dipendente, 33%, insostenibili, insopportabili. È un’anomalia italiana. Vogliamo che gli oneri sul lavoro dipendente siano progressivamente armonizzati, vogliamo che questo si integri con i cambiamenti che dovremo fare alla legislazione, significa togliere dalla legge 30 alcune figure, che hanno semplicemente perpetuato ciò che non andava bene dei CO CO CO, chiamando in un altro modo una funzione identica: contratti a progetto, staff leasing, job on call e altre figure. Si tratta di associare alla flessibilità necessaria le risposte sociali di tutela, indispensabili, per la previdenza, per gli ammortizzatori sociali, per la formazione.

La proposta di legge che hanno presentato insieme Treu, Amato, Damiano, già all’inizio di questa legislatura siamo pronti ad approvarla nel corso della prossima: la Carta dei diritti.

In principio, noi pensiamo che non si debbano avere in Italia più tasse sul lavoro che sulle rendite finanziarie. E’ un concetto che mi pare assolutamente ovvio e fondamentale. Ci vuole una graduale, razionale armonizzazione, non assolutamente tale da indurre preoccupazioni o allarmi infondati. Pensiamo che si debba partire, e qui sto parlando delle misure di avvio dei 100 giorni della legislatura, con un taglio al cuneo fiscale, alle “tasse sul lavoro” di 3 punti percentuali, da portare in carico naturalmente alla fiscalità generale. Direi: 2 punti ai lavoratori, per aumentare la presa della busta paga e la difesa del potere d’acquisto; un punto per le imprese sulla base di criteri più selettivi.

Naturalmente, si tratta di risposte che hanno una chiarissima funzione alternativa rispetto alla politica del governo del centrodestra. Fatemelo rivendicare. La Margherita da 2 anni punta, di fronte alla retorica del governo sul taglio delle tasse, al taglio delle tasse sul lavoro. Con questa argomentazione fondamentale: di sostenere il potere d’acquisto di chi lavora, di sostenere la competitività delle imprese.

Questa priorità è stata accolta nel programma del governo, è stata messa come un punto prioritario da Prodi in tutti gli indirizzi che sono stati da lui portati nel Paese. E’ un indirizzo di grande qualità, di grande rilevanza.

Quinto punto: un welfare familiare e generazionale. Investire nei bambini e nella famiglia, sostenere la responsabilità dei genitori, favorire l’autonomia delle giovani generazioni, conciliare la vita familiare con il lavoro significa mettere insieme – ne parlammo a Torino, 10 mesi fa – il tema del declino demografico con la necessità di far crescere il tasso di occupazione nel nostro Paese.

Siamo l’unico Paese al mondo che ha contemporaneamente un basso tasso di occupazione femminile e un basso tasso di natalità; di solito, o c’è l’uno o c’è l’altro. Cioè, o si registrano più donne che mettono al mondo dei figli e lavorano di meno, oppure più donne che lavorano e come tali sono meno incoraggiate alla maternità.

L’Italia è l’unico Paese che ha sia un basso tasso nelle nascite sia un basso tasso nella partecipazione femminile al lavoro. Io so che noi possiamo discutere a lungo sui modelli sociali europei. Non intendo aprire qui il dibattito. Ho citato alcuni spunti importanti nel Regno Unito. Sappiamo che non possiamo paragonare con la nostra situazione i 4 paesi scandinavi, che hanno circa un terzo, tutti insieme, della popolazione italiana. Sappiamo che le politiche di welfare sono politiche nazionali, che poggiano anche sul costume e la percezione culturale e sociale, oltre che sulle leggi, le riforme, le regolazioni nazionali; però non c’è dubbio che abbiamo da imparare dal sistema scandinavo anche per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile.

Nei 4 paesi scandinavi c’è leggermente più disoccupazione maschile che non femminile. In Italia è quasi doppia quella femminile. Ma nel Nord Europa questo non ha comportato una riduzione del tasso di natalità: al contrario, ci sono stati investimenti che hanno portato, con una politica di 10-15 anni, a far crescere di nuovo le nascite.

È evidente che non possiamo dire sì a tutti più e promettere più di tutto per tutti. È chiaro che nei prossimi anni, se noi metteremo l’accento sulla politica familiare e generazionale, significherà impegnarci per stabilizzare la spesa previdenziale: non possiamo certamente promettere più soldi per tutti i capitoli delle politiche sociali. È evidente che delle scelte bisogna farle, e noi le faremo – naturalmente – puntando sull’insieme della politica della famiglia, oggi assai integrata. Sappiamo che tra i drammi della società italiana ci sono quei nonni che destinano una parte della propria pensione perché i propri nipoti possano studiare, perché privi di sostegno per la loro formazione.

Quindi, l’integrazione delle politiche della famiglia deve aiutare l’emergere delle condizioni di crescita per le giovani generazioni. Venitemi piuttosto a dire se in questo Paese è una politica seria, quella del governo, di dare 1.000 euro una tantum! Chi farà mai un figlio perché con quella cifra si può comperare un anno e mezzo di pannolini!

Il problema riguarda invece investimenti di fondo. Allora ecco che noi, le nostre proposte che saranno illustrate un baby bond, un fondo che accompagni, unificando tutte le attuale correnti previsioni correnti di spesa, e che accompagni la persona, accompagni dalla nascita al momento dell’autosufficienza, al momento dell’entrare in una vita autonoma i bambini di domani. Rafforzare i servizi per la prima infanzia, fare delle scelte molto precise riguardanti la casa, ma ancora prima aumentare il numero degli asili nido.

Bene, noi in Italia abbiamo soltanto 3.200 asili nido. Siamo straordinariamente sotto la media richiesta dal piano di Lisbona.

Io penso che se vogliamo rendere seria questa politica dobbiamo prendere l’impegno nella prossima legislatura di fare nascere, in collaborazione con le regioni e i comuni, 1.500 nuovi asili nido in ogni parte d’Italia, per strutturare una politica di sostegno alla famiglia, per strutturare nel territorio una politica legata alle esigenze delle persone e della famiglia.

Parlavo della casa. Sappiamo bene che il problema della casa esplode nel nostro Paese. Sappiamo che noi abbiamo soltanto il 5% di case sociali, rispetto al 15% medio europeo. Non è così che potrà cambiare in 5 anni questa tendenza. Sappiamo che ci siamo un po’ cullati nel vedere la crescita della proprietà immobiliare, che è comunque un fatto importante.

Il fatto che gli italiani oggi siano per l’81% proprietari di casa è veramente un fatto importante, erano il 60 % e poco più fino a qualche anno fa. Ma noi abbiamo due tipi di problemi che insorgono qui. Il primo, quel 19% restante rischia di formare quella permanent underclass, quella sottoclasse permanente di cui parlava lo studioso delle città Peter Hall. Ovvero la lista dei nuovi poveri, di coloro che non potranno accedere né a un mercato di case da comperare, né a un mercato di case da prendere in affitto, facendo emergere nelle periferie e complessivamente nella società italiana un’area di disagio profondissima e grave. Ma anche quell’81% che la casa ce l’ha non è formato da situazioni immobili: piuttosto, da famiglie che hanno bisogno di trovare un alloggio per una persona anziana che deve essere seguita da una badante, in cui ci sono ragazzi che hanno il diritto di andare a vivere da soli e di formare delle nuove famiglie, mentre il mercato oggi glielo impedisce.

Ecco perché noi dobbiamo mettere in campo una politica di sostegno per l’affitto e di alloggi per gli studenti, e di garanzie sui mutui per la casa per le giovani coppie, che altrimenti non avranno una possibilità di accedere al mercato edilizio, soprattutto se hanno un lavoro interinale, un lavoro precario: le banche non gli daranno questa opportunità. Ed esisterà un crescente problema di domanda di alloggi per gli immigrati: lavorano, hanno precisi doveri, noi abbiamo il preciso dovere di integrarli senza sbatterli in ghetti di periferia o lasciarli sotto i ponti.

Penso che un’altra proposta che si può mettere in campo è quella di introdurre un’unica tassazione, un’imposta secca del 10% sull’affitto delle case. Può sembrare poco, ma guardate che può far uscire dal nero, dalla evasione un notevole patrimonio incoraggiando coloro che non vogliano mettere la casa sul mercato dell’affitto, perché graverebbe troppo su famiglie di reddito medio. Questa secondo me è una formula da studiare seriamente: una cedolare secca, un 10% di tassazione che deve valere per tutti e può aiutare a rimettere sul mercato centinaia di migliaia di alloggi e quindi smuovere una situazione che l’offerta pubblica da sola non potrà risolvere: per quanto noi potremo rifare nuovi piani di edilizia residenziale pubblica, di nuova

edilizia agevolata, di cooperative, non saremo mai in grado di fronteggiare adeguatamente una situazione così complessa.

Sesto punto ed ultimo: le città. Ne parlo, non solo perché io ho fatto un’esperienza di 7 anni di sindaco della prima città italiana. Ma perché le città oggi, senza che dobbiamo attendere gli sviluppi drammatici delle periferie francesi (del tutto particolari ma prevedibili, ed anzi previste, e non governate) sono destinate ad essere il fulcro dei problemi del XXI secolo. Debbono per noi essere il luogo delle soluzioni, il motore dello sviluppo.

Avete visto quello che è accaduto in Cina, che ci lascia sgomenti. L’altro ieri si è aperto un grande punto interrogativo, un grande incubo, in questa città, questa città di Herbin, di 4 milioni quasi di abitanti. Una città chiusa per la fuoriuscita da una fabbrica petrolifera di 100 tonnellate di benzene. Il fiume colpito e già inquinatissimo, lungo 1850 Km, è un fiume sul cui bacino gravitano 62 milioni di cinesi.

Talvolta noi immaginiamo che le città davanti a noi siano e debbano essere solo megalopoli della sofferenza, dell’ingiustizia, dell’abbrutimento. Sappiamo che nel XXI secolo centinaia di milioni di persone si sposteranno in Africa, in Asia - in Cina in particolare - e ancora in America Latina, si sposteranno nelle città.

Il problema delle città da noi è molto diverso. Noi non crediamo, come quel poeta inglese del ‘600 Abraham Cowless, che “Dio fece il primo giardino e Caino la prima città”. No: le città, fatemi un po’ scherzare rispetto a certe immagini di pubblicità televisive idilliche, che mostravano le greggi tornare nelle piazze storiche o le mucche a pascolare, o i Navigli di Milano tornare navigabili. Il problema non è di far ritornare bucoliche le nostre città, il problema è di conciliare tecnologia ed ecologia: rendere le città più moderne e più vivibili ad un tempo.

È una delle sfide più straordinarie, più belle che possiamo mettere in campo. Io credo che il centrosinistra abbia tutti i numeri con i suoi amministratori per farlo, anche perché la competizione globale passerà molto per i sistemi urbani. In Italia le grandi città non crescono più di popolazione. Vi ricordate le previsioni che si facevano negli anni sessanta? Nasceranno le conurbazioni, si fonderanno Milano e Torino, si fonderanno Roma e Napoli. Vi ricordate? Erano previsioni che non si sono mai realizzate. Le città hanno avuto una dimensione di sviluppo molto diversa; anzi, si sono ristrette per numero di popolazione e sono diventate sistemi metropolitani complessi in cui il problema numero uno è la mobilità. I trasporti, che debbono essere trasporti integrati: nessuno di noi può pensare di risolvere questo problema con la mobilità individuale. Pensate che a Roma sono state immatricolate 15 mila automobili in più ogni anno negli ultimi dieci anni.

È evidente che lo si risolve con il ferro, con politiche di trasporto pubblico efficiente.

Questo governo in 5 anni ha solo saputo tagliare le risorse per il trasporto pubblico locale, tagliare i fondi per il trasporto pubblico che oggi è invecchiato ancora di più con un parco autobus, con treni che vediamo in che condizioni siano. Ecco un’altra delle grandi priorità del centrosinistra. Un grande investimento sui treni, per i pendolari, per migliorare il problema della mobilità nelle aree metropolitane, sin dall’avvio alla legislatura. Questo significa conciliare ambiente e modernità, guidare la trasformazione urbana.

E naturalmente la trasformazione delle città è basata sul trinomio impresa, università/ricerca, amministrazione, che lavorino insieme. E anche su una buona architettura. Non abbiamo paura di dire che le nostre città debbono tornare a essere belle. C’è una giusta sintesi del sociologo catalano Manuel Castells: “C’è bisogno di opere architettoniche significative, che riportino in primo piano l’accezione culturale dello spazio come forma di vita”.

Le nostre città sono luoghi che debbono tornare ad essere nobilitati anche attraverso la qualità architettonica, la qualità del disegno urbano.
Insomma, città come motori dello sviluppo, anziché della crisi e del declino. Città come luoghi della coesione sociale anziché dell’infinito tracciamento di confini, della frammentazione di cui parla Bauman.

Ma alziamo lo sguardo dall’Italia alla scala globale. L’Italia non è influente, l’Italia economicamente non conta, mentre si sposta via dall’Europa l’asse propulsivo dello sviluppo globale.

Possiamo pensare di affrontare in una chiave soltanto italiana questa sfida? Possiamo pensare di accettare che la crisi dell’Europa diventi permanente?

È evidente che l’interesse italiano è sempre stato in Europa e la risposta della crescita italiana è fatta di queste risposte, di queste scelte, di un impulso di innovazione e di socialità che vogliamo dare alla nuova Italia guidata dal centrosinistra. Ma non lo possiamo fare stando stretti nei nostri confini.

L’Europa di oggi rischia di essere come l’Italia di 150 anni fa, come gli antichi Stati mentre si affermavano le grandi nazioni. Noi abbiamo affrontato il processo di integrazione nazionale, anche perché era di quello che avevamo bisogno, ed oggi abbiamo bisogno dell’integrazione Europea.

So che questo tema può suonare persino un po’ eccentrico e persino un tema del passato. Ricordo che nella prima riunione del Big talk dissi una cosa un pochino forte: l’Europa oggi fatica perché si occupa troppo dell’innovazione di processo (le riforme istituzionali, l’Euro, l’Unione, l’economia monetaria, l’allargamento, la Costituzione) e poco dell’innovazione di prodotto.

Cosa dovremmo fare piuttosto, chiesi ad alta voce. Politica estera, politica economica, le risposte da dare in un mondo che cambia... Beh, in 10 mesi le cose sono cambiate, ma in peggio: si è fermato tutto; si è arenato il processo innovativo ed il prodotto è ben lontano dall’essere presentabile.

Ma ci rendiamo conto di che cosa comportino lo stop al trattato costituzionale, la paura dell’allargamento, il ridimensionamento della strategia di Lisbona ferma, l’assenza di una politica economica anche nell’area dell’Euro, sino alla crisi di questi giorni del bilancio comunitario, che si associa al probabile fallimento del WTO ad Hong Kong?

Ecco: un governo di centrosinistra, guidato da Prodi, può avere una funzione storica in Europa. Perché l’Europa è in crisi, anche perché è in crisi la Francia che rimarrà probabilmente ferma fino alle elezioni presidenziali del 2007. Perché la Germania, storico motore economico e di integrazione politica dell’Europa, ha un governo di grande coalizione che non sappiamo se porterà a politiche incisive per la crescita e per risolvere i nodi che ho adesso tratteggiato.

Perché il Regno Unito non ci crede: è impressionante che Blair nei suoi due interventi, - pur essendo stato il primo in particolare molto importante - al Parlamento europeo, non abbia neanche una volta citato la Costituzione europea.

Un Regno Unito che va da solo in Iraq e contribuisce in modo decisivo alla divisione del continente secondo lo schema Rumsfield della “nuova” e della “vecchia” Europa.

La Francia che approva una modifica alla Costituzione rivolta alla Turchia ma non solo, in base alla quale qualunque nuovo allargamento dell’Europa dovrà essere sottoposto ad un referendum nazionale. Non era mai successo in cinquant’anni che la Francia, o qualunque paese singolo, condizionasse il disegno europeo, che è sempre andato avanti con un processo carsico per frenate ed accelerazioni, condizionandolo alle proprie pur legittime preoccupazioni nazionali in modo unilaterale.

La Germania che chiede un seggio permanente per sé al Consiglio di sicurezza; contro l’Italia, ma contro la prospettiva di un seggio europeo, alla quale noi crediamo e per la cui prospettiva noi lavoriamo.

La stessa Spagna di Zapatero, che mi pare si voglia muovere molto più secondo proprie strategie politiche nazionali, che per un vero rafforzamento della integrazione europea, come si è visto nella modalità di fuoriuscita unilaterale dall’Iraq, o magari nella forniture militari al regime di Chavez.

Bene, noi oggi dobbiamo dire con grande forza quanto importante siano l’Europa ed il ritorno al disegno di integrazione europea.
“Europa seconda patria” come diceva il programma dell’Ulivo nel 2001. Europa seconda patria, Europa come orizzonte indispensabile per lo sviluppo.

Si approvi allora almeno la prima parte del trattato dell’Unione europea. Bisogna dare vita al ministro degli esteri europeo; stabilizzare il Presidente oltre l’ormai insostenibile rotazione semestrale.

Io proporrò che il centrosinistra, se sarà al governo nel 2007, anno in cui l’Italia avrà il suo rappresentante nel consiglio di sicurezza dell’ONU chieda di partecipare ai lavori anche al rappresentante di turno dell’Unione europea e al rappresentante della politica estera e di sicurezza comune.

Dobbiamo andare avanti con l’Euro-gruppo, dobbiamo andare avanti con la direttiva dei servizi; dobbiamo procedere con l’allargamento, è anche un interesse italiano quello sui Balcani e la Croazia in particolare.

Ma dobbiamo realizzare cooperazioni rafforzate sulla difesa, sull’immigrazione, sull’energia; così può ripartire l’Europa: sui grandi dossier che interessano il popolo europeo.

Quel disinteresse che ha portato alla bocciatura del referendum, in Olanda e in Francia, deve essere rovesciato con nuove politiche che parlino dei temi concreti, che restituiscano all’Europa, con una nuova leadership, la sua funzione nel mondo.

E agli europei la coscienza di partecipare non ad un processo di emarginazione dal mondo, ma ad un processo in cui si conta perché si ha un progetto.

E allora, per questo l’Italia di centrosinistra può essere un paese di cerniera. Guidata da Prodi, per l’esperienza che ha, e con una collocazione molto particolare nel rapporto con le altre nazioni. Possiamo mettere in campo una scossa e una svolta anche nelle politiche europee.

Sta per concludersi, direi fisiologicamente, il ciclo berlusconiano. È iniziato 12 anni fa. Dico fisiologicamente perché in tutto il mondo nessun ciclo politico può durare oltre un certo tempo.

Io non dò per vinte le elezioni, ma voglio fare un ragionamento conclusivo su ciò che resta di questi anni, in particolare dei sei anni di governo della destra.

Ho tracciato prima in sintesi un bilancio economico-sociale. Gli italiani sanno bene come stanno le cose. Pare che adesso la nuova campagna di comunicazione del presidente del consiglio sia: abbiamo realizzato tutti gli obiettivi promessi. Io penso che se davvero fosse così, noi non dovremmo neanche farla, la campagna elettorale. Perché quella del Polo parlerebbe da sola. Chiedetelo agli italiani se si sentono di stare meglio oggi rispetto a cinque anni fa!

Voglio fare una riflessione, proprio qui a Milano, che non ha nulla a che fare con il moralismo. In questa città, che ha una delle più consistenti dotazioni di etica del lavoro e dell’impresa. Io dico che noi dobbiamo ricostruire nei prossimi 5 anni le basi etiche della formazione del benessere del Paese. Lo voglio dire a Milano, associando a questa riflessione la speranza che dopo la vittoria dell’amico Penati, presidente della Provincia, noi possiamo salutare tra 6 mesi la riconquista, con l’amico Ferrante, del Comune di Milano. A lui rivolgo l’augurio, l’incoraggiamento fraterno della Margherita, e di tutto il centrosinistra, per ridare a questa città l’entusiasmo, la competenza, l’ascolto degli ultimi, e la capacità di guardare allo sviluppo che questa città merita per l’interesse dell’Italia.

Parlavo dell’etica pubblica. Fatemi concludere su questo tema. Abbiamo un presidente del consiglio che va ad incontrare la Guardia di Finanza e giustifica l’evasione fiscale e l’Italia che lavora in nero.

Non voglio neanche mettere in rilievo qui la raffica delle leggi ad personam. Ma voglio ricordare quello che disse il presidente del consiglio al Washington Post: “sono provvedimenti legittimi, le leggi ad personam. Ma se anche così non fosse, si tratta di 3 o 4 leggi, su 400 varate da questo Parlamento”.

Allora, è compito della classe dirigente ristabilire le condizioni di un’etica del mercato e di un’etica pubblica. Le regole per competere, che sono anche condizioni per la crescita. Noi vogliamo un Paese più liberale, più garantista. Vogliamo più concorrenza, più garanzie della concorrenza, attraverso autorità indipendenti dalla politica e dal governo. Vogliamo il cittadino al centro, il consumatore che guida. Vogliamo un mercato che funziona con regole certe.

Sono espressioni ovvie? Può sembrare di sì, ma non sono tanto ovvie, nell’Italia del novembre 2005. Noi vogliamo che tornino ad essere il fondamento di una ben regolata vita economica, indispensabile per la convivenza civile.

Per noi, parlare nuovamente di etica, porre cioè i problemi di come debbano funzionare le istituzioni e i poteri pubblici non è moralismo, non è retorica, non è piagnisteo. E’ parlare di nuovo in Italia di etica della responsabilità, e responsabilità significa capacità di rispondere.

Legalmente, in un Paese come il nostro, c’è un signore che ha guadagnato alcune centinaia di milioni di euro, senza pagare un centesimo di tasse su una speculazione a breve nell’ambito di una delle scalate bancarie.

Quando siamo intervenuti su questo, non era moralismo da parte nostra, né la arrogante pretesa di darci un ruolo che non ci spetta di difesa del cosiddetto salotto buono dell’economia italiana.

La finanza è una cosa seria e credo, meglio, che dovrebbe esserlo sempre di più, poiché è complementare alle politiche industriali, è decisiva per lo sviluppo.

Ma chi vuole passare dal ruolo di raider speculativo (un ruolo legittimo) a quello di leader nazionale dell’impresa, ha il dovere di presentare al mercato e ai risparmiatori le sue strategie industriali. Se vuole impadronirsi di banche, di gruppi editoriali, di altri grandi gruppi industriali, non basta che dimostri velocità ed abilità nelle compravendite.

E io penso che anche il governatore della Banca d’Italia avesse il dovere non solo di non farsi baciare metaforicamente dal dottor Fiorani, ma di controllare e verificare se i conti della banca guidata dal dottor Fiorani erano davvero a posto, e se autorizzavano scalate speculative e spericolate. Il cui peso, ricordiamolo sempre, alla fine cade sui risparmiatori (come per la Parmalat) e sulla credibilità del sistema tutto intero.
Ecco che cosa vuol dire per noi “ritorno ad un’etica pubblica”. Con le istituzioni che fanno il loro mestiere, con chi regola che regola, con chi governa che governa, con chi intraprende che intraprende. Con regole che valgono uguali per tutti.

Questi sono i temi sui quali noi sfidiamo la destra e su cui vogliamo portare una solida cultura di innovazione nel centrosinistra.

Sappiamo che non è per domani il Partito democratico, ma nascerà quando si uniranno finalmente le culture democratico-liberale, le declinazioni della piena cittadinanza sociale, della uguaglianza nell’accesso alle opportunità proprie del cattolicesimo popolare (questo, in Italia, è stato rappresentato per molti anni dalla migliore tradizione della Democrazia Cristiana) e delle culture del riformismo socialdemocratico (un’esperienza che in Italia oggi è rappresentata da molte forze ma, innanzitutto, dai Democratici di sinistra).

Si uniranno per far nascere qualcosa di nuovo. Un partito nazionale. Come dice Ermete Realacci, un partito patriottico. Anche perché nasce per dare al Paese missioni nuove. Alcuni dei tratti distintivi di questo nuovo inizio ho cercato di farli affiorare, spero, in queste mie considerazioni.

Si sono affacciati nel lavoro di Democrazia e Libertà la Margherita. Animano l’impegno di chi opera per fare crescere questo nostro partito. Che sta crescendo e che, allo stesso tempo, non vuole rimanere chiuso nel proprio recinto e vuole fare crescere e vincere il centrosinistra. E, dentro al centrosinistra, quell’area riformista che si troverà alla Camera dei deputati, ancora un volta, sotto il simbolo dell’Ulivo.

Questo è il nostro profondo motivo di esistere e di scommetterci. Di scommettere noi stessi, di scommettere sui talenti del nostro Paese. Ed è per questo che vorrei concludere citando una bella immagine di Thomas Stearns Eliot, dal primo Coro della Rocca che dice: «In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi. Vi sono mani e macchine e argilla per nuovi mattoni e calce per nuova cascina. Dove i mattoni sono caduti, costruiremo con pietra nuova. Dove le travi sono marcite costruiremo con nuovo legname. Dove parole non sono pronunciate costruiremo con nuovo linguaggio. C’è un lavoro comune, una chiesa per tutti» – questo non lo ha suggerito il Cardinale Ruini, lo condivido, ma è farina del sacco di Eliot…- Ricomincio: «C’è un lavoro comune, una chiesa per tutti e un impegno per ciascuno. Ognuno al suo lavoro».

Buon lavoro!

Scarica "Big Talk 2 - Riapriamo il futuro"


home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link contatti sommario

note tecniche

Accessi dal 12 agosto 2002: