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Quale Europa vogliamo?

di Antonio Rusconi

Alla vigilia della più grande espansione della sua ancor giovane storia, non si può isolare la questione europea da un contesto storico caratterizzato da mutamenti culturali, economici e politici che incidono su un mondo sempre più globale, evitare il confronto con chi auspica (sono fra questi "sognatori" …) un'Europa non solo economica e chiederci dunque quale Europa vogliamo, quale identità e prospettive politiche comuni può aver un'Unione Europea che si allarghi a Russia e Turchia.

Affermava infatti in modo convinto Enrico Letta in un suo recente saggio che "oggi esiste uno scarto fra domanda e offerta di Europa. La gente chiede sicurezza, garanzie sociali, controllo dei flussi migratori, chiede più sviluppo e più benessere. Temi che solo l'Unione Europea, insieme agli Stati nazionali, può gestire in modo efficace. Il dibattito in corso nella Convenzione e fra i Paesi Europei deve concentrasi sull'obiettivo di rendere più forti ed efficaci le istituzioni europee; diversamente l'allargamento rischia di produrre l'implosione dell'Unione."

Per questo è comunque fondamentale, anche se non ancora determinante, il fatto che l'idea di una Costituzione europea sia stata accolta da tutti i componenti e quindi procede l'idea e la possibilità di una federazione di Stati - nazione.

Infatti, proprio negli ultimi mesi drammatici nei quali la voce di Caino è tornata a tuonare con le mani grondanti di sangue innocente, la guerra ha sollevato la questione di una politica estera europea e di sicurezza, evidenziando la fragilità e l'incapacità dell'Europa di una posizione e di una voce univoca e decisiva.

Se dunque il futuro dell'Europa pone anzitutto la premessa che gli interessi comunitari e delle sorti future dell'umanità sono al di sopra dei pur legittimi interessi nazionali, proprio il drammatico bisogno di pace pone il dilemma fondamentale dei rapporti tra i fini e i confini dell'Europa che sono due aspetti che esigono risposte urgenti: come conciliare infatti il bisogno di condivisione di valori comuni, di una politica estera che richiami le origini e l'equilibrio della nascita della Comunità europea e parlare senza alcun rilievo critico e problematico dell'allargamento a Turchia e Russia, senza porsi il problema di un ruolo fondamentale dell'Unione Europea sulla questione mediorientale.

Chi sposa infatti questa ipotesi, apparentemente progressista, pensa all'Europa solo ed esclusivamente come un grande spazio economico, nel quale i singoli Stati riconoscono e trattano direttamente con la leadership americana, indifferente ad una forte coesione culturale e politica.

Questo è infatti il dilemma oggi in discussione su un diverso futuro dell'Europa: come si può pensare di affidare alla Turchia il dialogo sulla questione palestinese o quali prospettive di pace può avere la comunità internazionale o quale ruolo di sovranità può riprendere una rinnovata ONU se l'Europa rinuncia a una propria leadership in politica estera a favore di una continua subalternità alla strategia americana?
Rispetto a questa scelta, risulta tutt'altro che chiara la posizione del Governo Italiano, non solo perché parte della maggioranza per voce del Ministro Bossi continua a definire l'Europa "forcolandia", ma soprattutto perché nella crisi internazionale che ha portato alla guerra all'Iraq e a Saddam Hussein, il Presidente Berlusconi ha preferito un servile vassallaggio alle ragioni di Bush, quasi con un'adesione personale e non politica, piuttosto che ricercare con i sei paesi storici fondatori dell'Unione una posizione europea che rafforzasse il primato dell'ONU e tutte le possibili strategie per una pace effettiva.
Si ripropone dunque la questione fondamentale: quale Europa vogliamo?

In un brillante saggio, "Che cos'è una nazione", all'indomani del primo disastroso scontro franco-tedesco dell'epoca moderna, dopo la vittoria prussiana, lo storico francese Renan affermava che "la nazione come l'individuo, è il punto di arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione. ….Si ama in proporzione al sacrifici fatti, ai mali sofferti assieme: si ama la casa che si è costruita e che si lascia in eredità - Dicevo poco fa: "aver sofferto insieme": sì, la sofferenza comune unisce più della gioia. In fatto di ricordi nazionali, i lutti valgono più dei trionfi, poiché impongono doveri ed uno sforzo comune. La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento e dai sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme".

Cercherei di riprendere queste parole per capire quale può essere il sogno, la missione, la necessità di rilancio che attende oggi l'Europa, la necessità di riscoprire le radici che portarono De Gasperi, Adenauer e Schuman a costruire sulle ceneri del secondo conflitto mondiale le fondamenta per una pace effettiva e duratura.

C'è una riflessione a questo proposito che non possiamo eludere, soprattutto come parlamentari della Margherita ed è la crisi dei partiti storici democratico-cristiani, la trasformazione del partito popolare europeo in un grande contenitore conservatore, nel quale gli euroscettici (Forza Italia in primis) sono ormai in maggioranza.

Eppure proprio la scommessa di realizzare il sogno di De Gasperi, impone l'ambizione e l'aspirazione di un'Europa con valori condivisi capace di sviluppare politiche di pace e di cooperazione con tutti i popoli, capace di affrontare il nodo strategico della ridistribuzione di risorse nell'80% dei paesi più poveri del mondo.

Non di solo €uro può vivere l'Europa, si deve credere anche e soprattutto nella federazione di un'Europa politica.


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