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PD

Intervento all'assemblea federale del 27 ottobre 2005

di Dario Franceschini

Per un’altra volta nella nostra storia breve siamo chiamati ad un passaggio difficile. Alle scosse di questi anni si è aggiunta nelle ultime settimane una scossa di assestamento molto forte e non prevista: una nuova legge elettorale. Io ho ascoltato il dibattito fin qua e ho ascoltato la lettura di Parisi, secondo il quale la nuova scelta della Margherita e la prospettiva del Partito Democratico sarebbero nate dalla spinta delle Primarie. Vedete, io credo che le Primarie siano state un fatto importantissimo, enorme, vero, che darà frutti nel tempo ma credo che sia un po’ presuntuoso e un po’ irrealistico pensare di attribuire un ‘unica motivazione a quei 4 milioni e mezzo di persone che si sono messe in fila per votare. Le motivazioni sono sicuramente state tante: contro Berlusconi, la reazione alla legge elettorale, la volontà di rafforzare l’area riformista rispetto a Bertinotti o di rafforzare l’area radicale rispetto a Prodi. Mi pare difficile, onestamente, pensare che quei 4 milioni e mezzo di persone che sono andate a votare avessero come obiettivo condiviso quello di dare un segnale a ds e Margherita per recuperare la lista unitaria… E comunque non mi pare che sia lì la fonte di questa nostra nuova scelta. Il dibattito al nostro interno su che cosa fare si è avviato, come deve fare una classe dirigente di un partito nel vertice nazionale come in periferia, dopo l’approvazione sostanziale di una legge elettorale che cambia radicalmente il sistema politico italiano. Vedete, qui stiamo sottovalutando tutti il fatto che le leggi elettorali se cambiano, cambiano in fretta il sistema politico italiano. Nel 1994, molti qui se lo ricordano perché erano protagonisti anche allora, la nuova legge elettorale fu sottovalutata: si pensava, in modo totalmente sbagliato, che sarebbe uscita dal maggioritario un’Italia in tre pezzi : al nord la Lega, al centro il Pds, al sud la Democrazia Cristiana. In tre mesi invece è nato il bipolarismo italiano, è nata Forza Italia, è finita la Democrazia Cristiana, sono andati al governo esponenti del Movimento sociale. Dunque le leggi elettorali portano come conseguenza dei terremoti, in parte evitabili solo se si introducono tempestivamente degli antidoti politici. Allora la nostra riflessione si è avviata rispetto alla legge elettorale. Una legge che cambierà radicalmente i comportamenti elettorali, perché la gente non riuscirà più a trovare il luogo dove votare la coalizione e sappiamo che per gran parte degli italiani il voto primario era diventato in questi 10 anni proprio il voto alla coalizione, e che cambierà profondamente anche i comportamenti parlamentari, perché la somma del fatto che il mandato che ogni parlamentare avrà ricevuto sarà dal proprio partito e non dalla coalizione, e dell’esistenza certa di una maggioranza risicata (al massimo 24 deputati in più alla Camera) comporterà il rischio di una riapertura del bipolarismo italiano, ancora tropo fragile per reggere senza le garanzie di una legge elettorale che lo mette su binari obbligati. Perché il bipolarismo nel nostro Paese è cresciuto e maturato proprio perché obbligato da una legge elettorale che spingeva lì. Se l’obbligo non c’è più e noi non usiamo le armi della politica, rischiamo di far partire in Italia una nuova transizione, anziché completare questa arrivando in fretta ad essere un Paese normale e moderno. Noi, per questo, abbiamo fatto delle scelte adeguandoci in fretta, come deve fare una classe dirigente, ad una situazione completamente cambiata. La scelta di maggio dell’Assemblea Federale avveniva in un quadro, la legge elettorale attuale, il Mattarellum, in cui c’era (ci siamo affannati a dirlo e a ripeterlo quando venivamo accusati ingiustamente di aver spaccato addirittura il centrosinistra e L’ulivo) assoluta unità nei collegi uninominali, l’aspetto prevalente e direi totalizzante della campagna elettorale poiché era lì lo scontro per vincere o per perdere. Dentro quel quadro c’era la scelta di andare con il nostro simbolo nella scheda proporzionale per il 25% della Camera. Del resto questo è lo spirito del Mattarellum: riconoscere le identità e anche misurare i rapporti di forza nelle coalizioni, ma dentro un quadro di unità. Oggi, con la nuova legge, scompare completamente il luogo del voto unitario alle coalizioni e resta soltanto pericolosamente l’aspetto della concorrenza tra partiti alleati, che se non è guidato finisce per essere prevalente rispetto alla concorrenza con i partiti avversari. Rispetto a questo rischio è nata l’idea di una lista costruita sull’asse tra Ds e Margherita come tappa di un processo verso il Partito Democratico. La risposta necessaria per salvare ciò che abbiamo faticosamente costruito: il bipolarismo. Nessuna contraddizione perciò tra le due scelte. Io trovo divertenti questi tentativi di sottolineare l’elemento di discontinuità e vi voglio dire che credo invece che la risposta che noi abbiamo potuto dare e che stiamo dando oggi, la possiamo dare con forza e autorevolezza proprio perché in maggio abbiamo dimostrato di non essere un partito a sovranità limitata. E quella forza e quella autorevolezza oggi ci mettono in condizione anche di decidere la tappe del nostro futuro. Ho visto oggi qualche preoccupazione tra i nostri quadri, tra di noi che stiamo per assumere una scelta così importante, per l’intervista di Prodi di questa mattina che in qualche modo dice alcune cose sul nostro futuro, sui gruppi unici, sul rapporto col partito socialista in Europa. Io credo che Prodi abbia legittimamente dato, come deve fare uno che è chiamato alla posizione di leader , un contributo importante ed utile al dibattito di questi giorni, ma di una cosa sono assolutamente sicuro e invito tutti da questo punto di vista ad essere tranquilli: il nostro futuro ce lo decidiamo noi negli organi di partito. E decideremo insieme ai nostri alleati che tipo di gruppi parlamentari costruire dopo le elezioni così come ragioneremo con buonsenso sulle appartenenze alle famiglie politiche europee. Non abbiamo messo ultimatum per fermare il processo proposto. Abbiamo posto un problema politico vero: capire che cosa succederà in Europa dopo avere fatto insieme in Italia una scelta politica così forte. E’ un po’ difficile pensare di poter fare quello che anche questa mattina ha detto Fassino (e non solo Fassino) e cioè costruire un disegno così politicamente impegnativo in Italia, non soltanto un simbolo alle elezioni, facendo finta di niente in Europa. E’ evidente che senza ultimatum perentori che porterebbero al fallimento del progetto (perché la politica ha bisogno di una gradualità per tutti, non soltanto per noi) una strada bisogna indicarla. Rispetto a questo (noi non facciamo giochi del cerino) abbiamo posto un ragionamento che va verso il superamento delle esperienze socialdemocratiche. Un tema del resto che non abbiamo messo sul tavolo strumentalmente noi; nei mesi scorsi, oggi un giornale la riporta, la lettera di Amato e di D’Alema, poi l’intervista in cui Veltroni indicava la prospettiva di un luogo internazionale comune per democratici e socialisti guidato da Clinton, sono il segno che dentro il socialismo europeo c’è già questo dibattito che tende al superamento di quella esperienza del 900. Noi lo diciamo in modo costruttivo non per inventare ostacoli ma anzi per superarli, perché sappiamo che la missione vera della Margherita (quella che noi dobbiamo dentro di noi acquisire e recuperare) non è soltanto quella di far vincere le elezioni, certo è prima di tutto quella di far vincere le elezioni, ma è quella di aiutare l’evoluzione della sinistra italiana nella sua interezza, non soltanto i democratici di sinistra, verso una sinistra che diventa di governo e più europea. Dobbiamo usare le armi della tenacia ma anche le armi della pazienza. Io sono ottimista anche rispetto alle difficoltà che troveremo e che potremo trovare anche oggi, perché per la prima volta partiamo non dalle formule o dagli organi, ma dall’obiettivo, dall’orizzonte. Perché per la prima volta scegliamo non la politica degli strappi e delle accelerazioni ma quella della gradualità. Perché per la prima volta sono impegnati direttamente i gruppi dirigenti dei partiti in un disegno voluto e costruito, non subito. Dobbiamo aver paura? E’ un tema questo che in particolare per una parte di noi, quelli che vengono dall’esperienza del cattolicesimo democratico e del Partito Popolare, è riemersa più volte in questi anni. , Dobbiamo aver paura di nuovi passi e di nuove sfide? Io credo proprio di no. Se le culture politiche sono forti e radicate non temono di scomparire perché cambiano i contenitori. Che differenza c’è, potremmo dire provocatoriamente, tra essere nel nostro futuro partiti di una coalizione o correnti organizzate di un partito? Se le culture politiche ci sono, sono radicate e sono presenti e noi siamo protagonisti e portavoce di quelle culture, che paura dovremmo avere? Paura dell’egemonia dei democratici di sinistra? Certo noi conosciamo (e mi verrebbe dire per fortuna che c’è perché aiuta a far vincere il centro sinistra!) la loro organizzazione, il loro radicamento, i loro rapporti sociali ma che paura dovremmo avere? Abbiamo la forza nelle nostre idee, che si sono, diciamo, conservate un’ po’ meglio nel tempo. Abbiamo la consapevolezza di avere una straordinaria qualità della nostra classe dirigente, senza pari nei partiti italiani di oggi. Dobbiamo anzi essere noi a dire ai Ds di non aver paura! Spingerli ad accettare di mettersi in gioco e ad aprirsi, spingerli a non mettersi a difendere gelosamente lo spazio conquistato, l’identità, l’organizzazione; tranquillizzarli, spiegando loro che mettere in discussione il contenitore non vuol dire rinunciare alla propria cultura, alla propria storia. Da questo punto di vista abbiamo un’ po’ di esperienza in più perchè da tempo abbiamo deciso di mescolarci e abbiamo capito nella vita della Margherita che ci si può mescolare senza rinunciare alle proprie storie e all’originalità dei propri valori.

Per la prima volta condividiamo un obiettivo finale, un orizzonte per il quale lavorare nel tempo e condividiamo anche la prima tappa del percorso: la lista unitaria alla Camera, un passo politicamente forte e molto impegnativo per tutti noi, perché e’ la prima volta rispetto a tutti i tentativi degli ultimi anni, che facciamo un primo passo non negando ipocritamente i passi successivi ma inquadrandolo in un disegno che deve andare avanti nel tempo. Finalmente oggi è finito quel dibattito surreale cui abbiamo assistito per troppo tempo in cui c’era chi era sempre oltre, pronto a smontare ciò che era stato appena costruito e c’era chi era sempre indietro, pronto a difendere il contenitore che aveva criticato e non voluto fino a qualche mese prima. C’è la possibilità di una sintesi tra noi. Accantoniamo allora i tentativi un’ po’ mediocri di dimostrare che qualcuno aveva più ragione di altri e invece mettiamo le nostre energie, le nostre ambizioni, anche le nostre diversità a disposizione di un disegno comune di cui ha bisogno non solo il centrosinistra ma tutto il Paese.

L’intervento di Francesco Rutelli all'Assemblea Federale del 27 ottobre 2005

Intervento all'assemblea federale del 27 ottobre 2005 di Dario Franceschini

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