Democrazia è libertà - La Margherita - Per l'Ulivo La Margherita - Provincia di Lecco cerca nel sito
home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link

PD

La guerra? Una follia

di Pierluigi Castagnetti

Merita accurata analisi il discorso con cui il presidente del Consiglio, il 25 settembre scorso, ha illustrato in Parlamento la posizione del governo italiano sul probabile (ma dovremmo dire, ad ogni giorno che passa, sempre, più certo) intervento statunitense in Iraq. Quel discorso ha rappresentato, come poche altre volte era accaduto di registrare, la vera misura del cambiamento politico avvenuto in Italia con l'avvento al potere della destra. Ha segnato, in almeno tre punti, una indiscutibile soluzione di continuità con la tradizione di politica estera consolidatasi negli ultimi cinquant'anni:

  • la rimozione dell'orizzonte europeo
  • la rilettura dell'alt. 11 della Costituzione per segnalarne il suo superamento
  • il passaggio nelle relazioni con gli Stati Uniti da un rapporto di leale e amichevole alleanza ad uno di acritica subalternità. 

Occorre partire da questa constatazione "oggettiva" per capire la condizione politica in cui per la prima volta si verrà a trovare l'opposizione se questa linea del governo non muterà.

Il centrosinistra, proprio in base agli assunti di quel discorso, sarà obbligato a dissociarsi e nessuno potrà, per questo, accusarlo di interrompere una linea di tradizionale cooperazione e unità sulle grandi scelte di politica estera del paese, dovendo e volendo esso, al contrario, cercare di conservare per quanto possibile il nucleo essenziale della tradizionale politica internazionale dell'Italia. Insomma, sarebbe il governo se dovesse confermare la scelta illustrata dal presidente del Consiglio e non il centrosinistra a impedire un'intesa, come si dice, bypartisan. 

Berlusconi ha parlato alle Camere lo stesso giorno in cui un grande giornale nazionale pubblicava un articolo di Henry Kissinger in cui l'autorevole ex segretario di Stato Usa chiedeva all'Europa di comprendere le ragioni del presidente Bush ma, nel contempo, sollecitava Bush ad ascoltare il pensiero dei governi dell'Europa. Evidentemente si riferiva a quei governi che non rinunciavano a pensare e a esprimere una propria posizione. 

Abdicare all'individuazione di "un proprio pensiero" su una scelta così drammatica e rischiosa quale l'intervento militare "preventivo" in Iraq per far posto a un pregiudiziale e acritico accordo con gli Stati Uniti, qualunque cosa essi decidano, è, insieme, un fatto nuovo nella storia della nostra Repubblica e grave. E' un comportamento che segnala la rinuncia al dovere di ascoltare e rappresentare la volontà del paese che si esprime attraverso la voce del suo Parlamento.

Il Parlamento, mai coinvolto neppure in sede informale o riservata, è stato posto di fronte a un atteggiamento, a una decisione con la quale si può solo consentire o dissentire. Il governo ci ha abituati ad atteggiamenti simili sui provvedimenti in materia giudiziaria o finanziaria, ma che ciò avvenga su scelte potenzialmente gravide di conseguenze imprevedibili per il futuro del paese e dell'Europa, è di una gravita qualitativamente superiore e oggettivamente senza precedenti. La scelta di questa guerra insensata sta dividendo i governi dell'Europa, le opinioni pubbliche del mondo intero e lo stesso Congresso Usa. L'intervento di Al Gore contro questo «saltare da una operazione incompiuta a un'altra» è pur sempre l'intervento di un uomo che rappresenta il cinquanta per cento dell'elettorato americano, senza dire del dibattito aperto all'interno della stessa Amministrazione di Washington o delle opinioni di ex presidenti ed ex segretari di Stato. Ovunque si dibatte prima di decidere, in Italia si è deciso senza dibattere, in ogni caso prima di dibattere.

E si è deciso in quel modo. Ted Kennedy pur condividendo il giudizio duro su Saddam Hussein, ha osservato: «Come possiamo (in caso di guerra all'Iraq, ora) ignorare i pericoli per i nostri ragazzi in divisa, il nostro alleato Israele, la stabilità regionale, la comunità internazionale, la vittoria contro il terrorismo? C'è chiaramente una minaccia dall'Iraq, ma l'amministrazione non ha dimostrato in modo convincente che siamo di fronte a una minaccia imminente per la nostra sicurezza nazionale e che un attacco americano unilaterale e preventivo, quindi una guerra immediata, sia necessario». 

Allora è giusto chiedersi, anche per comprendere le ragioni di una ineludibile dissociazione dell'opposizione dalla linea del governo se sarà confermata in questi termini, perché mai in ogni parte del mondo la scelta dell'attacco militare è messa in discussione mentre in Italia no, non lo si dovrebbe fare. La guerra preventiva è una follia. Una follia non solo perché rompe i principi della Legalità internazionale praticati nel mondo dai tempi di Westfalia (1648) ma perché questa rottura apre la strada ad altre illegalità di egual tipo o di tipo diverso come al limite lo stesso terrorismo: quando non c'è più regola, ognuno si fa la propria. 

Perché non dirlo chiaramente? Soprattutto da parte di un paese, come l'Italia, la cui Costituzione all'art. 11 esclude in modo categorico, come ha giustamente ricordato il presidente Scalfaro intervenendo al Senato, una simile eventualità.

Ma anche a voler prescindere, e in questo caso non è possibile, dal nostro "sapiente" dettato costituzionale, e a non voler escludere in linea di ipotesi la possibilità di un intervento preventivo, occorrerebbe, come ha sottolineato Barbara Spinelli (La Stampa, 29 settembre 2002), verificare l'esistenza di alcune imprescindibili condizioni quali: 

  • lo sfidante deve fornire prova più che sicura sull'imminenza dell'attacco
  • non dovrebbe agire in modo unilaterale ma nel contesto di un ampia coalizione
  • deve avere un idea precisa delle possibilità concrete di ricostruzione del paese colpito (nation building)
  • deve assicurarsi che la guerra preventiva, per come viene congegnata, non possa essere imitata da altri aggressori, piccoli o grandi. 

A ciò se ne possono aggiungere altre due: 

  • lo sfidante deve essere sicuro dell'impraticabilità di altre strade, cioè dell'impraticabilità della via politica 
  • non può muoversi se non all'interno di un'azione definita liberamente, senza condizioni e ricatti di alcun genere, dalle Nazioni Unite.

Come si vede stiamo discutendo di politica e non di "pregiudizi". Rivendichiamo il diritto, dunque, di dire responsabilmente no a questa guerra per ragioni politiche. Non certo per "antiamericanismo": Al Gore ha difeso con passione la dignità del suo amore per l'America che si esprime con il rifiuto di questa guerra. 

Diciamo no per ragioni politiche e non perché spinti da un "pregiudizio" pacifista. A questo proposito vale sottolineare come sia invalso nel dibattito italiano degli ultimi tempi l'uso di questo aggettivo con una con- notazione spregiativa. Noi non la pensiamo cosi. Noi pensiamo che sia un brutto segno questa deriva. Noi sappiamo che volere la pace, volerla a tutti i costi, è un fatto straordinariamente positivo e, per i cristiani, è qualcosa di più, è una "beatitudine" tra le più difficili e più irrinunciabili. Ma, per noi, essere "facitori di pace" è, soprattutto, un modo di essere "facitori di politica". E, per questo, rivendichiamo l'assoluta politicità della nostra posizione. E non consentiamo a nessuno di qualificare il nostro atteggiamento come politicamente irresponsabile.

Ottobre 2002


Altri interventi sulla guerra in Iraq

L'articolo 11 della costituzione

home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link contatti sommario

note tecniche

Accessi dal 12 agosto 2002: