Iraq: non credo a una guerra inevitabileLa recente decisione di rinnovare la partenza degli Alpini in Afghanistan e le conseguenti lacerazioni all'interno dell' Ulivo, rischiano di mettere in secondo piano la scelta sicuramente più drammatica dell'appoggio italiano alla guerra cosiddetta "preventiva" contro l'Iraq, argomento dove finora il Centro-Sinistra ha dimostrato unità di scelte. Non si riesce proprio a comprendere come il Presidente del Consiglio, Berlusconi, continui a dichiarare che la guerra a Saddam è inevitabile e non appare un approccio utile al Paese e alla pace dare per scontato l'uso della forza, nel momento in cui la comunità internazionale è impegnata in ogni modo nel cercare di dare una soluzione politica alla vicenda irachena. Penso anzitutto che occorra liberarsi da una profonda e strumentale ipocrisia, ovvero che chi è contro la guerra è contro gli Stati Uniti: la dignità e la storia politico-democratica dell'Italia sono tali che Essa non possa rinunciare a esprimere la sua posizione per fare invece posto a un pregiudiziale e acritico accordo con gli USA, qualunque scelta Essi decidano. L'Italia è inserita in Europa, ha dato un contributo fondamentale alla nascita non solo economica dell'Unione Europea e in questo primo orizzonte deve muoversi: Francia e Germania hanno espresso i propri dubbi, talora anche con inaudita fermezza e nessuno si è sognato di pensare che Chirac sia diventato all'improvviso antiamericano. Il problema non è se andare o non andare in guerra. Il problema è evitarla, lavorare in ogni modo per scongiurare un'eventualità che sarebbe, in ogni caso, di natura catastrofica e cogliere tutti gli spazi per fare in modo che questa guerra non vi sia. Inoltre, sulla posizione del Governo italiano, vi è un dato di metodo che diventa merito nella sostanza e nella gravità del fatto: il Presidente Berlusconi è corso negli Stati Uniti a dimostrare e dichiarare il proprio sostegno alla scelta statunitense della "guerra comunque" senza alcun precedente dibattito o confronto parlamentare, quasi a riaffermare il concetto della democrazia parlamentare quasi di un fastidio, o almeno, di una perdita di tempo. Non è in dubbio che Saddam sia un dittatore anti democratico e il suo regime responsabile di gravissime violazioni dei diritti dell'uomo e sembra da fonti serie stia sviluppando programmi di riarmo chimico, atomico e batteriologico. Al momento però non esiste nessuna prova certa del suo coinvolgimento nelle attività di Al Qaeda, come dimostra anche il dossier presentato il 24 settembre alla Camera dei Comuni dal premier britannico Tony Blair. L'attacco contro l'Iraq del 17 gennaio 1991 ebbe luogo dopo una gravissima violazione del diritto internazionale come l'invasione di uno stato sovrano (il Kuwait ) su mandato delle Nazioni Unite, il cui Consiglio di Sicurezza approvò all'unanimità nove risoluzioni a riguardo. L'attacco contro l'Afghanistan del 7 ottobre 2001 è stato compiuto invocando l'art.51 della Carta delle Nazioni Unite e l' Italia continua a partecipare alla missione internazionale in base all'articolo 5 del Trattato di Washington ( Nato ) che si richiama esplicitamente alla Carta dell'Onu. Allo stato attuale dei fatti pertanto permangono forti dubbi sulla effettiva consistenza della base giuridica per motivare un intervento armato contro l'Iraq, senza ignorare che l'articolo 11 della Costituzione italiana ammette la guerra solo ed esclusivamente in caso di difesa da una aggressione. Il Parlamento della Repubblica è chiamato ad essere anzitutto fedele a una Costituzione nella quale il concetto di "guerra preventiva" è assolutamente escluso e noi abbiamo una Costituzione esigente che chiama la nazione a ripudiare la guerra. Preoccupa oltretutto l'atteggiamento di sufficienza del Presidente Berlusconi che nel dibattito parlamentare ritiene questa prescrizione costituzionale "invecchiata", senza riflettere proprio sulla pericolosità degli attuali mezzi di distruzione. Questa rilettura disinvolta dell'articolo 11 della Costituzione rischia di segnare il passaggio nelle relazioni con gli Stati Uniti da un rapporto di leale e amichevole alleanza ad uno di acritica subalternità. Abdicare all'individuazione di un "proprio pensiero" su scelte tanto drammatiche è un fatto assolutamente nuovo dopo cinquanta anni di coerenza nella politica estera italiana, da De Gasperi a Moro a Andreotti, dove la ricerca di una strada comune europea era fondamento dell'alleanza atlantica, senza nemmeno verificare la praticabilità di altre strade. Diciamo dunque NO in questo momento alla guerra non per un pregiudizio pacifista ma per fondate ragioni politiche e ci poniamo delle domande e degli interrogativi che dovrebbero far riflettere la maggioranza governativa:
In conclusione si riafferma l'assoluta priorità della lotta al terrorismo, ma invitiamo il nostro Presidente del Consiglio, solitamente così attento ai risultati dei sondaggi a leggersi i risultati pubblicati questa settimana su "Famiglia Cristiana": continuiamo a non comprendere come la parola "pacifista" possa essere usata in questi giorni come valore spregiativo, soprattutto per i cristiani per i quali diventa un impegno assoluto. Quando l'Italia ha abbandonato nell'ultimo anno il cammino europeo come sul protocollo di Kyoto o il tribunale penale internazionale, non ha riscosso grandi successi e rispetto agli Stati Uniti dobbiamo rimanere alleati, ma né sudditi né vassalli. Scriveva pochi giorni fa Alberto Ronchey su "Il Corriere della Sera": "Dinanzi a tante incognite, la guerra può avere conseguenze non controllabili né dalla superpotenza né dall'ONU. Se qualcuno vi dice come andrà proprio a finire - osserva un autorevole analista del Times - certo è un visionario". Antonio Rusconi Ottobre 2002 | ||||||||||||
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