Non rinunciamo al nostro riformismoUn anno dopo la decisione presa, a larga maggioranza, dal nostro Parlamento di contribuire all'azione internazionale contro le basi organizzate del terrorismo in Afghanistan, è nostro dovere rispondere ad alcune precise domande: che risultati ha ottenuto questa missione? L'Italia deve continuare a dare il proprio contributo? Su quali priorità dobbiamo applicarci? Anche il ministro della Difesa ha dichiarato che, accanto ai successi del rovesciamento del regime talebano ed ai duri colpi inflitti alle capacità strategiche di Al Quaeda, molte sono le questioni che restano insoddisfacenti ed irrisolte: resta molto da fare per sradicare le persistenti cellule terroristiche, moltissimo per stabilizzare una realtà di convivenza pacifica e costruire istituzioni dignitose in un paese piagato da una lunghissima storia di violenze tribali, guerre, organizzazione di commerci illeciti, primo tra tutti quello della droga. Nel contesto internazionale vi è da essere più preoccupati, non più ottimisti; la situazione del Medio Oriente si è aggravata e la priorità che la comunità internazionale si era assegnata per risolvere il conflitto israelo-palestinese ha invece lasciato il terreno a ben altre priorità, e sul campo sono rimasti intanto altri morti, a centinaia, ed una prospettiva buia. Nelle relazioni internazionali si registra una pericolosa differenza, che non deve diventare distanza ne divaricazione, tra la prevalente posizione europea e quella statunitense a proposito dell'Iraq. C'è a Washington, chi vuole continuare nella politica di cooperazione tra le nazioni democratiche, ma è forte la spinta di chi coltiva un progetto che è stato definito imperiale e che ha trovato accenti unilateralisti, che noi giudichiamo radicalmente sbagliati, nella definizione di una nuova dottrina strategica; molti interventi - sottolineo quello dell'onorevole Pistelli - hanno fatto emergere la gamma delle analisi e degli indirizzi critici che debbono accompagnare le nostre decisioni. Qual è il compito del Parlamento italiano in una situazione così difficile? Credo che oggi sia di nuovo un giorno in cui sia necessario pronunciare alcuni si ed alcuni no. È stato definitivamente sconfitto il terrorismo? È stato superato il rischio di riorganizzazione di queste forze nella regione dell'Afghanistan? La risposta è no. Possiamo dunque noi interrompere o ridimensionare il nostro impegno assieme alle altre nazioni alleate? La risposta è ancora no. Interrogato dopo le elezioni, il ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, nel dire che l'impegno nell'operazione Enduring Freedom deve proseguire, ha affermato: quando in campagna elettorale ho detto che con Osama Bin Laden non si può trattare e che dobbiamo combattere e vincere, nessuno mi ha applaudito, ma tutti mi hanno guardato come per dire «è amara, ma deve andare così, è una causa giusta». Il Governo tedesco ha confermato, tutta intera, la sua intransigenza verso le ipotesi di guerre preventive in Iraq e verso il corrente orientamento americano, ma ha confermato, tutta intera, l'ampia partecipazione alle iniziative in corso contro il terrorismo in Afghanistan e nei paesi vicini. Lo stesso hanno fatto tutti i governi e le forze di orientamento progressista e riformista occidentali. Noi lo facciamo con convinzione. Sappiamo che è un impegno difficile. Pensiamo che sia doveroso, mentre altre centinaia di soldati italiani si preparano a questa missione rischiosa, che essi sappiano che non vi è solo una metà del paese al loro fianco, così come già sanno le migliala di militari che sono al servizio del mantenimento della pace in tante missioni all'estero. Pensiamo soprattutto che sia giusto - noi che restiamo rispettosi nei confronti dei travagli ed attenti alle critiche di chi non la pensa come noi - anche perché occorre dare voce e forza, nel prosieguo dell'impegno contro il terrorismo internazionale, a quella linea democratica di difesa degli interessi italiani, di stretta integrazione europea, di collaborazione multilaterale che sarebbe sciagurato interrompere o trascurare (su questo punto è forte la nostra critica alle linee di politica estera da poco presentate dal Presidente del Consiglio). Dobbiamo avere i titoli più forti e più seri per far valere le nostre idee nelle decisioni future. Il nostro non sarà un voto comodo per il ministro; sarà un voto esigente, cooperativo ma rigoroso sulle grandi scelte della politica estera. In verità, sappiamo che, anche tra molti di coloro che hanno votato diversamente da noi, è largamente prevalente un orientamento comune. Questa è la prima volta dall'inizio della legislatura in cui prendo la parola dai banchi del mio gruppo senza cercare di rappresentare - questo almeno è sempre stato il mio sforzo - le più ampie sensibilità del campo dell'Ulivo. Il rammarico per questa divisione non cancella, però, la serenità con cui esprimiamo le nostre convinzioni, la stessa che ieri ci aveva permesso di dire: noi tanto crediamo nel disegno unitario dell'Ulivo da essere pronti a confidare il nostro contributo di idee alla coalizione per definire una posizione comune sulla quale essere pronti, anche se fosse alla fine diversa dalla nostra proposta, ad unirci nel voto. Oggi è per noi un giorno critico, ma anche un giorno di serenità e di forza. Lo abbiamo detto un anno fa: senza la sconfitta del terrorismo, non ci potrà essere pace. Quel lavoro è lontano dall'essere concluso e sappiamo che, per una pace stabile, occorre in certi momenti la decisione dell'uso della forza. Tuttavia, occorre anche, in modo duraturo, la tenacia dei costruttori di pace. Nessuno può pensare di arrivare alla sicurezza e alla stabilità attraverso il dominio senza contraddittori. Alla nazione americana, cui confermiamo l'amicizia nell'alleanza, diciamo: fidatevi degli amici che vi dicono anche ciò su cui non sono d'accordo, sono gli amici migliori. Anche per questo motivo la nostra scelta di oggi è, innanzitutto, una scelta europea, fatta insieme a tutti i nostri alleati europei, di un'Europa che si ancora alle Nazioni Unite, rifiuta le dottrine della guerra preventiva e assume a testa alta le proprie responsabilità nella lotta al terrorismo. Qui è il posto dell'Italia. Così con spirito di servizio al paese e ai suoi interessi, con rispetto verso chi dissente da noi, con la convinzione di fare una cosa doverosa e giusta, noi abbiamo espresso il nostro voto a Montecitorio. Francesco Rutelli - dall'intervento in Aula | ||||||||||||
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