L'incompetenza al poteredi Antonello Soro La parabola declinante del governo Berlusconi corre lungo il doppio binario finanziaria - devolution. E in questi giorni accade che in Senato le due questioni si intreccino pericolosamente, mettendo a nudo il vero carattere, la vera fisionomia della maggioranza. Il governo finge di non vedere il progressivo deterioramento del suo orizzonte: i parametri dell'economia che evidenziano un cedimento dei fondamentali, i conti pubblici in sofferenza manifesta, i consumi delle famiglie pesantemente contratti, segnali di tensione sociale sempre più frequenti. In questo quadro la finanziaria di Tremonti fotografa la disfatta. Un coacervo di artifici contabili e di normette inconcludenti denunciano il tentativo non riuscito di risalire la china della credibilità perduta. Le critiche alla manovra sono state severissime e trasversali, come mai era accaduto prima: dalla Confindustria, ai sindacati, alle autonomie locali e della scuola. E ancora una volta le toppe che Tra- monti ha cercato di mettere non hanno fatto altro che rendere più evidente il buco. Il fatto è che il grande sogno si è infranto contro la realtà, la grande suggestione del Presidente che fa diventare tutti gli italiani più ricchi si è frantumato contro la fredda oggettività dei numeri. Dati che smentiscono il governo ogni giorno. E' il progetto politico della maggioranza, dunque, che si è logorato in pochi mesi, fino a risultare irriconoscibile. E d'altra parte è evidente come l'agenda delle priorità parlamentari sia ineludibilmente dissociata rispetto alle priorità del Paese. Da una parte il sistema industriale italiano vive una crisi senza precedenti dall'altra il Parlamento è inchiodato a votare la legge salva condotto per l'on. Previti; da una parte intere regioni sono in ginocchio per le cosiddette calamità naturali, dall'altra si ripropone la politica dei condoni... e così via. In questo modo si modifica il profilo del governo Berlusconi. Era nato su una ambizione: mettere in campo il massimo di discontinuità possibile non solo rispetto ai governi del centrosinistra, ma soprattutto rispetto alla cultura politica costituzionale che, sul piano sociale, potremmo definire usando alcune parole chiave: coesione, equità, concertazione. Questo disegno è stato presentato agli elettori nella sua versione più affascinante: quella che prometteva una "liberazione" da vecchi lacci, una interpretazione più dinamica della modernità, una superiore capacità di far competere il "sistema Italia" all'interno del mercato globale. Un profilo di destra e una regola sola: il più forte vince. Un messaggio inebriante per una società incoraggiata alla frammentazione, scomposta in segmenti isolati dalle appartenenze tradizionali. Il berlusconismo ha cavalcato le pulsioni darwiniane, l'idea che l'individualità è la forza vincente, che il bene comune coincide con il successo personale. Il modello del "capo" che si era costruito da solo è divenuto il miraggio inseguito da milioni di italiani che si sono illusi di poter diventare tanti piccoli Berlusconi. Ma il sogno si è spezzato. E quella "solitudine competitiva" è diventata "debolezza collettiva". Gli italiani sono e si sentono più soli. Sono più soli, ad esempio, gli anziani ai quali, con una mano si è data un'elemosina sulle pensioni (e nemmeno a tutti quelli cui era stato promesso) e con l'altra si è tolto, poiché la pressione fiscale non cala e l'inflazione ha eroso una quota rilevante del potere d'acquisto degli stipendi. E sono più sole le famiglie, i giovani, le donne. Più soli e più poveri. E così il turboliberista ministro dell'economia, fulminato sulla via di Damasco, qualche giorno fa ha annunciato che serve una svolta, un new deal, una conversione neo Keynesiana: una sorta di resa ideologica, segno di una sconfitta bruciante e definitiva. Ora arriva a scadenza un'altra cambiale: la devolution. Si tratta di un tassello decisivo del disegno politico della maggioranza, poiché senza questo dazio pagato a Bossi, Berlusconi non avrebbe potuto vincere le elezioni. In questo anno e mezzo la devolution è rimasta nell'ombra. Un po' perché esorcizzata all'interno della stessa maggioranza da coloro che ne avvertivano (e ne avvertono) la portata dirompente. Un po' perché gli alleati probabilmente si illudevano che le comodità del potere avrebbero ammansito e ammorbidito le orde di Pontida. Se la finanziaria e - più in generale - la politica economica del governo rompe il blocco sociale di riferimento, la devolution annuncia la rottura dell'ordinamento istituzionale, fino a mettere in dubbio il patto di unità nazionale sancito dalla Costituzione. Insomma, Tremonti sta all'economia come Bossi sta alle istituzioni: la "strana coppia" marcia assieme. Non a caso anche la devolution si fonda sulla stessa rozza e semplice regola: vince il più forte. E poiché la riforma punta ad incidere sul terreno fondamentale dei diritti di cittadinanza - scuola, sanità, sicurezza - induce una situazione di gravissima sperequazione tra le regioni più ricche e quelle più povere e rende diseguali i cittadini. La coppia Bossi Tremonti non rappresenta l'anomalia ma piuttosto la regola. Il disfacimento del vertice Rai, lo scambio di insulti tra Gasparri e Formigoni con conseguenti querele, le "performances" dei ministri Castelli e Moratti... sono brutte pagine di una pessima storia. L'avventura del presidente operaio e del presidente imprenditore non è più la storia di un governo della destra (categoria della politica che non ci appartiene ma merita il rispetto degli avversari) ma soltanto la parodia di un governo di incompetenti spaventosamente privi di senso dello Stato. Non è dovuto neppure il rispetto. | ||||||||||||
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