Guinness dei primati. La finanziaria si avvia ai 30 miliardi, come quella di Prodi Tremonti ci costa quanto l'ingresso nell'Euro - di Enrico LettaLa Finanziaria di Berlusconi si avvia ad insidiare le posizioni di vertice della speciale classifica delle "grandi Finanziarie" della storia italiana. Irraggiungibile quella di Amato del '93 con i suoi 90 mila miliardi, una manovra senza precedenti per un paese con un piede già nel baratro del dissesto economico e che cominciò proprio con quell'operazione la lunga rincorsa al conseguimento degli obiettivi allora appena fissati a Maastricht. Meno irraggiungibili appaiono invece i livelli dell'altra grande Finanziaria, quella con cui, a cavallo tra il '96 e il '97, il governo Prodi fece fare al paese il passo decisivo per l'ingresso nell'euro. 62mila miliardi servirono allora per il più importante successo della storia italiana recente. Questa Finanziaria già oggi vale 20 miliardi di euro, ai quali vanno però addizionati gli annunciati 4 miliardi del decreto fiscale, approvato pudicamente pochi giorni prima della presentazione della manovra, ma parte integrante della stessa. A tutto questo Berlusconi ha, tre giorni fa, aggiunto la certezza concreta di una manovra correttiva in primavera. Parliamo di "certezza" perché il .beriusconiano annuncio "è forse improbabile che ci sia bisogno di una manovra correttiva" suona alle orecchie realistiche di chi ormai si è abituato al linguaggio del primo ministro come l'apertura de! dibattito sull'entità della manovra di primavera. Basteranno altri 4 miliardi di euro? O le stime sovradimensionate delle entrate del condono obbligheranno ad un intervento di aggiustamento dei conti pubblici ancora superiore? Si noti, per inciso, che questa discussione sulla correzione primaverile avviene prima ancora che la Finanziaria abbia affrontato il primo voto dell'aula di Montecitorio. E' molto probabile - a questo punto, anzi, quasi sicuro - che la manovra economica superi, nel suo complesso, i 30 miliardi di euro. Come la Finanziaria di Prodi dell'ingresso nell'euro, non lontana da quella di Amato del '93. Quelle sono state le manovre che hanno cambiato, senza voler abbondare in retorica, la storia recente dell'Italia. Valeva la pena farle. Ma questa? Che senso ha una F nanziaria così ampia senza che essa possa lasciare traccia nella dimensione istituzionale ed economica del paese, se non, probabilmente, in un nuovo e preoccupante aumento del deficit e, soprattutto, del debito sul Pil? Il dato più preoccupante è proprio quello della missione. Qual è, infatti, l'obiettivo che il governo vuole perseguire e trasmettere? Le missioni dell'uscita dal dissesto dei conti pubblici nel '92-'93 e del raggiungimento dell'euro nel '96-'97 erano chiare e percepibili, motivavano un intervento di natura finanziaria così rilevante. Se la missione di Berlusconi e Tremonti è quella della diminuzione delle tasse, il contemporaneo taglio dei trasferimenti agli enti locali la annullerà. Se la missione, invece, è quella della difesa del sistema produttivo dalla crisi internazionale, l'intervento penalizzante per le imprese medie e medio-grandi contenuto nel decreto fiscale otterranno l'obiettivo opposto. Se la missione, infine, è quella dello sviluppo, l'assenza di qualunque I intervento positivo in campo della ricerca e dell'innovazione chiude qualunque sguardo sul futuro. Non è un caso che pari al livello dell'entità della manovra non sia stata l'ambizione della missione, bensì la quantità di critiche ricevute. Esse hanno accomunato tutte le parti sociali: D'Amato e Fazio, Bilé e Venturi, gli artigiani e i rettori delle Università, l'opposizione ed anche la maggioranza. Tanto che non è più chiaro chi sia il padre della Finanziaria. Le stesse poche cose positive che vi sono dentro non fanno intravvedere alcuna missione: sembrano piuttosto il modo per riannodare - pagando qualche prezzo, - legami sfilacciati di piccole alleanze con le quali provare a guadagnare ancora un po' di respiro. E dire che questa è la Finanziaria più importante dell'intera legislatura, perché traccia le linee guida di un governo che non ha alibi e deve dimostrare di cosa è capace ai tanti italiani che lo hanno voluto e vogliono perciò vederlo governare pienamente. Noi non vogliamo ribaltoni, governi istituzionali, govemissimi. Vogliamo una matura democrazia dell'alternanza in cui le legislature non si interrompono in anticipo. Ma anche chi la pensa così non può non vedere tra le righe e i conti di una simile Finanziaria un capolinea che dal 2006 si avvicina sempre di più. Novembre 2002 | ||||||||||||
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