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Il «Pacchetto competitività» ai raggi x
Una prima serie di valutazioni «a caldo»
di Enrico Letta
Tardivo, incompleto e farraginoso: potrebbe riassumersi così il giudizio
complessivo sul Piano d’azione per lo sviluppo economico, sociale e
territoriale, il cosiddetto «Pacchetto competitività», approvato lo scorso 11
marzo dal Consiglio dei Ministri. Al di là delle polemiche interne alla
maggioranza e allo stesso esecutivo, permangono gli interrogativi sulla
reperibilità delle risorse da stanziare e soprattutto i dubbi sulla razionalità
e la completezza delle misure proposte.
Dopo oltre sei mesi di annunci e false partenze, di quello che avrebbe dovuto
essere dapprima un maxi emendamento alla Finanziaria, e poi un collegato «per lo
sviluppo», non rimane che un ibrido legislativo. Un doppio provvedimento –
decreto legge più disegno di legge – che rischia di ingolfare il Parlamento tra
la fine di aprile e l’inizio di maggio, trasformando le Camere in un grande
supermercato nel quale negoziare micromisure e soluzioni di compromesso
pericolose. Il tutto con buona pace dell’efficacia dell’operazione in termini di
competitività e sviluppo, a pochi mesi dalla scadenza fissata dall’Unione
europea per la presentazione degli Action plan nazionali, in ottemperanza alle
dieci linee guida indicate dalla Commissione Barroso e note come Lisbona 2.
Non sorprende il carattere propagandistico dell’intero Pacchetto, approvato
in corsa a poche settimane dal voto per le regionali, con la trasformazione del
ddl in una sorta di legge manifesto con scarse possibilità di attuazione in
questa legislatura. L’impressione, ancora una volta, è che dietro ai grandi
titoli e agli slogan reiterati – si pensi alle promesse fatte in tema di energia
o di liberalizzazione delle professioni – ci siano misure generalmente di
impatto assai modesto nella realizzazione concreta.
Anche il percorso che ha portato al varo del provvedimento, il cui testo è
stato sottoposto solo formalmente a un primo vaglio delle parti sociali, è in
linea con l’approccio dell’attuale esecutivo alle scelte di politica economica.
In concreto, infatti, non è mai stata attivata alcuna forma di concertazione tra
l’esecutivo e il sistema produttivo, che pure aveva presentato un insieme
coerente di proposte per lo sviluppo e la competitività del Paese.
Esaminando più nel dettaglio il provvedimento, ad avallare una bocciatura di
metodo contribuisce anche la sua estrema corposità. Un insieme inorganico di
proposte, in 130 pagine, che assomiglia più a una legge finanziaria – priva però
della sua dotazione abituale di risorse – che a un documento mirato e selettivo.
A fronte di ciò, proprio l’assenza di selettività negli interventi
rappresenta il punto più debole e la continuità più evidente con le politiche
aselettive abitualmente applicate da questo governo nei primi tre anni della
legislatura (Tremonti bis, etc.).
Ad ogni modo, anche gli interventi più condivisibili sul piano teorico
finiscono con il fare i conti con le esigenze di cassa della finanza pubblica,
misurandosi con una dotazione finanziaria minima per il prossimo biennio, e solo
di previsione per gli esercizi successivi al 2006. In altri termini, il governo
rimanda alla prossima legislatura la risoluzione di questioni decisive per il
futuro del Paese, confidando evidentemente nella propria buona stella (e nella
riconferma elettorale), più che in una ripresa di qualità dell’economia.
Ciò è evidente, in particolare, per gli interventi a sostegno delle imprese.
A fronte di provvedimenti palesemente insufficienti in materia di Ricerca e
Sviluppo, formazione superiore e professionale, mobilità di capitale e lavoro,
nell’intero Pacchetto le misure potenzialmente vantaggiose per l’ammodernamento
del nostro sistema produttivo, specie in funzione della sua proiezione
internazionale, sono riconducibili alla sola concessione – prevista nel decreto
legge – di un premio per favorire le fusioni per le piccole e medie imprese. Il
credito d’imposta del 30% riguarderà, tuttavia, esclusivamente le spese
sostenute per studi e consulenze connesse all’operazione di concentrazione.
Inoltre, i benefici contemplati nel provvedimento non solo non sono automatici
(è prevista, infatti, la domanda preliminare, da parte delle imprese,
all’Agenzia delle Entrate), ma risultano al momento indefiniti nella valutazione
dei parametri dimensionali rilevanti ai fini dell’incentivo. Infatti, non è
stato ancora emanato il provvedimento che recepisce nell’ordinamento italiano la
Raccomandazione della Commissione europea del 6 maggio 2003, relativa alle
modifiche dei requisiti delle PMI.
Un simile approccio caratterizza, inoltre, i tanto auspicati interventi di
incentivazione all’innovazione digitale nelle imprese. Una priorità condivisa e
da tutti considerata indispensabile per aggiornare il nostro modello di
specializzazione e consentire al sistema Italia di competere con successo nei
settori ad alta intensità tecnologica. Esattamente come è avvenuto con la
riduzione delle aliquote fiscali, però, anche in questo caso il vantaggio per i
presunti soggetti beneficiari del provvedimento si ridurrà a risorse assai
modeste.
Per quanto riguarda le misure in materia di welfare, gli interventi delineati
nel provvedimento non sono altro che una riproposizione delle indicazioni
contenute nel Patto per l’Italia del 2002, di fatto mai applicate concretamente.
E se l’impianto concettuale rimane condivisibile, non v’è dubbio che i fondi
insufficienti, o spalmati negli anni, mineranno l’efficacia operativa del
provvedimento. Il decreto stanzia, ad esempio, le risorse per consentire l’avvio
del trasferimento del Tfr nei fondi pensione. Nel 2005, però, sono solo 20 i
milioni di euro in dotazione, che saliranno a 200 nel 2006, e a 530 a decorrere
dal 2007. A non persuadere, oltre alla progressività che è visibilmente in linea
con il carattere di marketing politico dell’intera operazione, è la ratio stessa
dell’intervento per la partenza della previdenza complementare, per le cui
probabilità di decollo sarebbe stato necessario, invece, un forte abbrivio nella
fase di avvio. Possibile solo attraverso una sostanziosa defiscalizzazione.
Con la stessa esiguità finanziaria dovranno fare i conti anche gli interventi
a sostegno dell’occupazione. Rimandata sine die la riforma organica degli
ammortizzatori sociali: rispetto a quanto indicato nel Patto per l’Italia a
variare, per difetto, sarà presumibilmente l’ammontare delle risorse annuali a
disposizione.
Più concreti sono, piuttosto, la disposizione di un regime transitorio per
l’erogazione dell’indennità ordinaria di disoccupazione (con il relativo aumento
del numero dei beneficiari) e gli interventi per i lavoratori in mobilità a
seguito di programmi finalizzati alla gestione di crisi occupazionali. In
generale, proprio in un settore strategico per la competitività come quello del
lavoro, il governo dimostra comunque di navigare a vista, muovendosi senza una
prospettiva di lungo termine, e con interventi atti solo a tamponare le
emergenze occupazionali dell’ultimo biennio, prima fra tutte quella Alitalia.
Convincono, invece, le agevolazioni fiscali a favore del Terzo Settore. Il
decreto contiene una disposizione che prevede benefici per le erogazioni
liberali alle ONLUS e alle associazioni di promozione sociale di carattere
nazionale, iscritte nell’apposito registro istituito dalla legge n.383/200.
Innovativa , sul fronte della ricerca pubblica, è anche la defiscalizzazione
totale delle liberalità dei privati, ovvero la deducibilità delle donazioni
fatte da soggetti privati a enti di ricerca pubblici, o sottoposti a vigilanza
ministeriale, enti parco, università e fondazioni universitarie. Si tratta, in
generale, di un insieme di misure che restituisce ossigeno al no profit, in
conformità con quel principio del «più dai, meno versi» caldeggiato dalle
rappresentanze di interessi coinvolte, ma anche da esponenti politici e
istituzionali di entrambi gli schieramenti, che da oltre un anno, grazie
soprattutto all’attività dell’Intergruppo parlamentare sulla Sussidiarietà,
lavorano a una visione condivisa e di alto profilo sul futuro del Terzo Settore.
Ugualmente sostenute da una disponibilità bipartisan sono le disposizioni sul
diritto fallimentare. In particolare, si muovono nella direzione giusta quelle
in materia di azione revocatoria e di concordato preventivo, che nella pratica
concorrono a riformare, sul piano giuridico, le azioni a tutela dei creditori,
in linea con quanto auspicato dal centrosinistra ormai da anni. D’altronde, la
durata dei processi in Italia è di 7 anni, a fronte di una media europea di 3
anni e mezzo. Allo stesso modo, il livello medio di soddisfazione del creditori
è nel nostro Paese del 15%, contro un 50% della media europea. Rimane, tuttavia,
il dubbio che una riforma del genere – comunque meno ambiziosa e innovativa di
quanto ipotizzato nel maxi emendamento di fine dicembre – possa attuarsi per
decreto interministeriale, considerando, peraltro, che altri essenziali aspetti
della revisione del diritto fallimentare, come l’introduzione dell’istituto
della composizione giudiziale, sono stati previsti nel ddl, e quindi rinviati
alla prossima legislatura.
Molto deludente appare, invece, il complesso degli interventi studiati per
rilanciare il settore turistico. Da un lato, infatti, sembra quantomeno
singolare prevedere l’«organizzazione e la disciplina» di un ente pubblico con
decreto interministeriale, dall’altro proprio la trasformazione dell’Enit in
un’Agenzia nazionale del Turismo determina il rischio di un conflitto di
interessi permanente con i soggetti privati già attivi nel settore, prefigurando
una forte contrapposizione con le Regioni che non hanno concesso l'accordo. Ma
ancor più deleteria si rivela la moltiplicazione di organismi pubblici a
sostegno del settore: non solo la nuova Agenzia, ma anche l’Osservatorio
nazionale del Turismo, il portale Internet «Scegli Italia», il Comitato tecnico
consultivo e il Comitato nazionale per il Turismo. Il decreto prevede così
l’istituzione di 5 soggetti, di ciascuno dei quali tuttavia non chiarisce il
compito, il ruolo, la composizione, la sede e, soprattutto, le dipendenze
funzionali. C’è da chiedersi che fine abbiano fatto i provvedimenti richiesti a
una sola voce da tutte le rappresentanze di categoria, come il rifinanziamento
della legge 488/1992 per gli incentivi al settore turistico; della legge
135/2001 per i sistemi turistici locali; della legge n. 273/2001 (art. 14) per
l’accelerazione delle procedure per il rilascio dei visti turistici. Allo stesso
modo, spicca l’assenza di una previsione legislativa per il rilancio
dell’industria turistica, che si tratti dell’abbattimento dell’Iva per gli
alberghi, della diminuzione dei canoni per gli stabilimenti balneari demaniali,
o della detrazione degli oneri congressuali e delle spese per approvvigionamenti
di energia (elettricità e gasolio) a favore delle strutture ricettive come
avviene all’estero.
Sugli interventi per lo sviluppo nel Mezzogiorno la strategia del
provvedimento appare in sostanziale continuità con le scelte compiute in questi
tre anni e mezzo. Arriva, infatti, alla fine il processo di svuotamento della
legge 488 e si rimandano all’improbabile iter del disegno di legge i più
concreti e utili interventi sul Bonus Occupazione (eredità dell’ultima
finanziaria del centrosinistra), che, insieme alle altre misure per il
potenziamento delle aree sottoutilizzate, viene, quindi, dirottato sul binario
morto del provvedimento, in attesa peraltro di un parere della Commissione
europea sulla sua legittimità. La stessa riforma del sistema degli incentivi –
anticipata nelle linee d’intervento in un articolo del decreto legge – con
l’abolizione dei finanziamenti a fondo perduto finirà inevitabilmente con il
penalizzare lo sviluppo imprenditoriale nelle regioni meridionali, tanto più che
le dotazioni finanziarie per i contributi in conto capitale sostitutivi (al 50%)
del fondo perduto saranno a carico degli esercizi successivi al 2006.
Rispetto al deficit di infrastrutture materiali e immateriali, ovvero a un
altro dei fattori che limitano notevolmente la competitività del Paese, il
quadro delineato nel testo approvato dal governo presenta più ombre che luci.
Se, infatti, è condivisibile la proposta, presente nel ddl, di una legge
obiettivo per le città, non persuadono i criteri abbozzati in termini di
valutazione preliminare dei progetti, tempistica nella predisposizione dei piani
definitivi da parte del CIPE, mancanza di responsabilizzazione degli enti locali
coinvolti. Poco più che briciole, infine, i 750 milioni recuperati dalla legge
488/1992 e destinati a infrastrutture prioritarie per il Mezzogiorno.
Più in generale, in tema di semplificazione amministrativa, a fronte dei
positivi passi in avanti compiuti, almeno nell’impostazione concettuale, permane
una certa vaghezza nel testo del provvedimento. I tempi per l’operatività delle
norme, ad esempio, saranno prevedibilmente lunghi e il loro potenziale effetto
sulle imprese è al momento indefinito, a causa soprattutto di un ambito di
applicazione eccessivamente circoscritto e confuso. Per conferire maggiore
certezza a questa sezione del Pacchetto, il governo avrebbe piuttosto dovuto
indicare, attraverso un elenco esemplificativo, i casi di semplificazione della
regolamentazione investiti dalla norma.
Questo effetto in chiaroscuro è particolarmente stridente per ciò che attiene
alla delega al governo in materia di semplificazione dei tributi locali,
confluita nel disegno di legge. In teoria, infatti, una parte delle proposte
potrebbe ulteriormente semplificare il quadro complessivo, rendendo più snelle
le procedure amministrative e l’elevato contenzioso pendente presso i Comuni sui
tributi locali. In realtà, però, il governo finisce con lo scaricare il peso
finanziario dei propri provvedimenti sui Comuni, con prevedibili aumenti delle
tariffe dei servizi locali o sulla pressione fiscale locale.
Nessuna svolta neanche sul fronte, fondamentale, delle liberalizzazioni.
Confluisce nel decreto solo una piccola parte del riordino delle professioni,
mentre su pubblicità, società e tariffe il governo ha preferito procrastinare le
scelte in sede di conversione in legge del decreto. Positivo, invece, ancorché
estremamente limitato in termini di vantaggi per i consumatori (pari a 15 euro a
passaggio), il provvedimento che liberalizza i passaggi di proprietà di auto e
moto (vecchie e nuove), privando i notai dell’esclusiva per l’autentica dei
passaggi stessi. Anche in materia di energia, il provvedimento, sprovvisto di
alcuna misura di rilievo, non fa altro che ricalcare la linea fin qui seguita
dall'esecutivo. Si lasciano inalterati i problemi di offerta, che sono poi la
causa vera degli abnormi costi energetici del Paese. Manca, in definitiva, la
consapevolezza della funzione di sviluppo che le reti energetiche posso svolgere
a supporto dell’attività economica. Una sottovalutazione che si riflette sia
nella volontà di spostare dal Ministero delle Attività Produttive a quello per
le Infrastrutture altre competenze in materia di energia, come quelle sui
rigassificatori, sia nell’assenza di un qualunque intervento che incida sulle
tendenze monopolistiche dell'Eni nel campo del gas e aumenti la disponibilità di
offerta di energia elettrica.
Sebbene nelle intenzioni fortemente improntato ai principi dell’agenda di
Lisbona, l’action plan italiano sbarca in Parlamento in una versione poco
ancorata ai principi ispiratori e decisamente più corposa. Ciò che sorprende è,
come detto, soprattutto l’ampia varietà dei provvedimenti, che spaziano dagli
ammortizzatori sociali all’aumento delle accise sulla birra e gli alcolici, fino
alle procedure d’acquisto per auto e moto.
In questa sorta di bazar per il rilancio dell’economia, e in particolare
nella parte che vorrebbe incidere sulla competitività delle imprese, non si
trova però quasi nulla di natura finanziaria. Come a dire che, per il governo,
la finanza per e delle imprese e, in senso più ampio, il legame tra sistema
finanziario e imprese, non possono giocare un ruolo importante per il recupero
della competitività del Paese. Il che non risolve i nostri dubbi, dato che, con
mercati globali e competitivi, la finanza viene comunemente considerata un
fattore centrale di supporto, e quindi di successo, per un sistema
imprenditoriale che deve confrontarsi con scelte di innovazione e di
investimenti sempre più complesse. E le perplessità aumentano se si considera
che, in sede di Parlamento europeo, sta per iniziare il processo di approvazione
della Direttiva sui requisiti patrimoniali delle banche, nota come Basilea 2,
destinata a introdurre nei prossimi anni importanti cambiamenti nel rapporto tra
banche e imprese.
Enrico Letta - 14 marzo 2005
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