Una Margherita forte e consapevole verso il partito dei democraticiRelazione assemblea regionale - 3 dicembre 2005 - di Pierluigi Mantini
1. Lo straordinario successo delle primarie e la Margherita Sullo straordinario successo delle primarie del 16 ottobre è stato detto e scritto molto. Una grande manifestazione di civiltà politica, un fatto originale per l’Europa, una proposta vincente per rinvigorire la democrazia dei partiti e il bipolarismo, una scelta di massa del candidato premier che legittima una vera leadership, un voto consapevole per l’Ulivo di governo: sono molte le definizioni e le letture possibili, tutte in grado di cogliere aspetti rilevanti. Ma, in breve, è difficile sottacere che il risultato più evidente del voto del 16 ottobre sta nella piena accettazione della proposta politica di Prodi da parte di un numero di elettori di molte volte superiore agli stessi iscritti ai partiti di centrosinistra. E’ stato votato un leader, come è giusto che sia in una democrazia competitiva, e la sua proposta politica, quella di sempre: l’Ulivo. Il voto straordinario del 16 ottobre ha risolto ogni potenziale schizofrenia tra il Prodi “di governo” e il Prodi “politico”: milioni di italiani hanno votato non solo il miglior candidato premier, l’uomo che ha già governato bene in Italia e in Europa, che ha standing internazionale, ma anche il Prodi federatore, l’uomo dell’Ulivo, che con tenacia ripropone il suo progetto politico per l’Italia, l’unico in campo dopo la caduta del Muro di Berlino e la crisi dei partiti della I^ Repubblica. Certo a questo risultato hanno molto contribuito i partiti del centrosinistra che si sono mobilitati: e, in primo luogo tra essi, i D.S. e la Margherita. Se il contributo politico e organizzativo dei D.S. è stato fondamentale non può certo essere sottovalutato il ruolo della Margherita nelle primarie. Tre aspetti meritano di essere evidenziati. In primo luogo, la Margherita ha accettato le primarie con serietà e serenità: ha cioè accettato di rimettere in discussione, dinanzi ad una platea molto più vasta, la scelta compiuta a maggioranza dal partito, il 20 maggio 2005, di distanziarsi dall’Ulivo e dalla proposta di Prodi, presentando liste proprie e rianimando una competizione elettorale con i D.S. dagli esiti incerti e pericolosi. Non è questo il momento di interrogarsi sui fini reconditi, gli omissis, i non detti: non è con la dietrologia che va valutata la scelta responsabile compiuta dalla Margherita in favore delle primarie. Restano invece da evidenziare il valore, il senso di responsabilità, la lealtà politica di quella scelta. Non è un caso che alcuni, in particolare il Coordinatore della Lombardia Bonfanti, si siano opposti con propria coerenza a quella scelta, non condividendola, e avvertendone tutto il significato politico. Di ciò dovremo discutere ancora, proprio in Lombardia, con franchezza e lealtà. Il secondo aspetto che merita di essere evidenziato è l’impegno mediamente profuso dal partito della Margherita nelle primarie. Non è stato così in tutte le regioni. In Lombardia, i militanti si sono dati da fare, le hanno gradite, le strutture si sono in genere mobilitate partecipando al successo. E’ un fatto che non può essere trascurato e deve essere conseguentemente apprezzato. Il terzo elemento che occorre riconoscere è la capacità dell’intero partito, e del suo gruppo dirigente in modo unitario, di cogliere il significato profondo del voto delle primarie, di riconoscere con responsabilità e con prontezza il consenso larghissimo alla proposta di Prodi, avendo il coraggio di rimettere in discussione la scelta fatta e di correggere la linea decisa a maggioranza, accettando il ritorno dell’Ulivo sulla scheda elettorale. L’Ulivo diviene anzi il segno, il simbolo stesso, di una prospettiva politica concreta: quella della costruzione del Partito Democratico in Italia, fondato sulla progressiva integrazione tra D.S. e Margherita, aperta ad altre forze riformatrici. Insieme al simbolo dell’Ulivo alla Camera in tutta Italia c’è l’impegno alla costruzione di un gruppo unico in Parlamento: non più, dunque, “l’Ulivo come un tram”, ove si sale e si scende ma, al contrario, la consapevolezza dell’inizio di un processo realmente innovativo, che sarà graduale e complesso, ma la cui direzione di marcia è ormai tracciata. La Margherita torna ad orientarsi come nel 2001: una Margherita per l’Ulivo, come è scritto nel suo Statuto, correggendo recenti deviazioni e fugando ogni incertezza su una propria collocazione centrista-clericale. E’ un fatto di grande rilievo politico che merita discussione e comprensione in tutto il partito poichè astuzie, tatticismi, opportunismi sarebbero incomprensibili e letali. La relazione del Presidente Rutelli è stata votata all’unanimità dalla Direzione Nazionale del partito e dall’Assemblea Federale presieduta da Arturo Parisi. E’ un fatto di straordinario rilievo che dà forza alla Margherita e al centrosinistra. Certo si potrà dire che la svolta di linea politica è anche figlia del mutamento della legge elettorale in senso proporzionale. E’ vero solo in parte perchè l’esigenza di reagire alla frammentazione nel segno dell’Ulivo non era affatto scontata e ciò avvalora anzi il senso politico della scelta. Se si sceglie di andare da soli per il 25% dei seggi perchè ciò non dovrebbe valere anche per il 100% se non in virtù di un chiaro disegno politico? Naturalmente occorre ora interpretare da protagonisti questa nuova linea politica, a mio avviso, con due precise avvertenze: 1) che la scelta fatta non può comportare la “sindrome dello scioglimento”, il terrore della “fine del partito” perchè ciò che è in discussione è, nel medio periodo, un diverso modo di funzionare delle organizzazioni del partito, più basato sull’integrazione e la cooperazione che non sulla distinzione e sul lavoro “in solitudine”, e perchè per noi il partito è un mezzo mai un fine; 2) che il percorso che abbiamo dinanzi comprende ora l’obiettivo più immediato della integrazione dei gruppi parlamentari e consiliari ai vari livelli, e la promozione di liste dell’Ulivo ove possibile, nelle elezioni locali, anche a Milano, ma nella consapevolezza che il dibattito sarà ancora lungo e denso. 2. Verso il Partito dei Democratici: i nodi da affrontare. Ci sono da affrontare i tre nodi politici indicati nella relazione di Rutelli. 1) La collocazione internazionale del futuro partito democratico: non si tratta di uscire ma di “entrare”, di integrare, e le forme di questo percorso possono essere varie e saranno quelle più opportune. L’alternativa rigida “socialisti o kennediani” non esiste. Come bene ha osservato Parisi lo sviluppo della democrazia americana è parte di un sogno pensato in Europa. Certamente ha ragione Franceschini quando sottolinea che “la prospettiva del partito democratico non può essere dentro il partito socialista” e che, comunque, “non abbiamo posto un ultimatum, abbiamo indicato una strada nuova e non faremo una specie di gioco del cerino” ma un percorso comune. 2) L’autonomia dal collateralismo: è evidente che più si è forti e autorevoli e più si è in grado di resistere alle logiche del passato basate sulla rappresentanza di interessi particolari. La politica non è parte del gioco del mercato o degli interessi organizzati: solo un forte e grande partito democratico, di dimensioni europee, può guardare all’interesse generale senza cadere nelle suggestioni delle “cordate collaterali”. In tal senso va però approfondita la nostra concezione della sussidiarietà orizzontale che non trova espressione soddisfacente nel recente documento bipartisan intitolato “Patto per il Futuro”, presentato al Meeting di Rimini, e in quelli ad esso successivi. Sul tema della sussidiarietà orizzontale e delle ridefinizione del ruolo del “pubblico” e del “privato”mi permetterò ritornare nella seconda parte di questo documento. 3) La questione della laicità in politica e della promozione dei valori morali: la pluralità e il rispetto degli orientamenti culturali e religiosi è un fondamento del futuro partito democratico. Siamo contrari ad ogni “bipolarismo etico” e alla confusione tra laicismo e laicità della politica. La politica, in tempi di risk society, è chiamata a rispondere alle precarietà materiali ma anche, sempre più intensamente, alle precarietà immateriali delle persone, sollecitate dai mutamenti portati dalla globalizzazione (società cosmopolite e pluriconfessionali), dai processi di secolarizzazione (nuovi costumi sociali e familiari) e dai progressi della scienza (questioni scientificamente controverse e bioetica). La destra in Italia ha compreso ciò da tempo: nel 2001 ha vinto le elezioni cavalcando i temi della paura (criminalità, immigrazione, omofobia, dazi ecc.); oggi, con lo slogan dei “teoliberal” (Pera, Adornato, Ferrara, Buttiglione ecc.): “giù le tasse, su i valori”. Il centrosinistra è troppo fermo, un pò pigro e convenzionale e ancora diviso tra guelfi e ghibellini ... Occorre recuperare le moral issues alla politica (nuova cittadinanza, sostegno ai patti civili di solidarietà e no ai matrimoni gay, riforma dell’affidamento condiviso, una moderna e laica disciplina della fecondazione assistita, ecc.) e sviluppare un intenso rapporto tra fede e ragione, su un piano di equiordinazione, non di subordinazione dell’una sull’altra (v. Habermas, Ratzinger in Humanitas, 1/2004). 3. Il dibattito sul Partito Democratico: la dimensione storica, il governo del futuro, la necessità di sviluppare la democrazia. Ma c’è davvero la possibilità di costruire un grande Partito Democratico in Italia? E come? Questo dibattito si è già avviato nei giorni recenti lungo due direttrici: l’una orientata al passato, alle culture politiche di tradizione, l’altra che guarda al futuro, alle scelte necessarie per un buon governo di centrosinistra. Sotto il primo profilo si possono ricordare biografie e diversi materiali utili. Il “prima democratico e poi socialista” Olof Palme, il cristiano socialista e liberale Delors e tanti altri fino a Prodi e fino a noi, a tutti noi che siamo affetti dal benefico virus della contaminazione, dell’incontro, del dialogo post-conciliare e culturale: noi che sappiamo e possiamo dire che “meticcio è bello” se meticcio è il frutto e il risultato dell’integrazione e non la connotazione del fallimento vissuto nelle periferie parigine. Noi che possiamo ricordare che l’impegno di Willy Brandt per l’unità europea si intreccia con l’europeismo di De Gasperi e Monnet, la “nuova frontiera” dei Kennedy contro il razzismo e per i diritti civili con la promozione delle libertà in Sturzo e Lord Beveridge, il valore della Costituzione in Dossetti e Calamandrei con il costituzionalismo di Lincoln e Thomas Jefferson, il New Deal di Rooswelt con il modello di economia sociale in Europa. Una galleria ricca e preziosa, un insieme di materiali diversi, di tradizioni differenti, che tuttavia si prestano a letture e riletture, con occhi sensibili a trarre i molti valori comuni ed anche la ricchezza e l’utilità delle differenze. Sotto il secondo profilo, sull’agenda del futuro, sul governo dei nostri paesi europei e della globalizzazione, la prospettiva sembra assai più comune di quanto non imponga il marketing politico e si basa sulla consapevolezza di passare da un welfare tradizionale ad un welfare dinamico, che unisca diritti e doveri, che consenta di far crescere il mercato e la competitività dei paesi europei senza dimenticare la persona e i suoi diritti fondamentali promuovendo, anzi, la democrazia nel mondo. Sono orizzonti appena tracciati che dovranno essere approfonditi con serenità. Ma è bello, oltre che necessario, avventurarsi lungo nuovi sentieri sapendo di non essere soli. Vi è, io credo, una terza direttrice di riflessione che merita di essere valorizzata ed è quella che riguarda il significato e il significante, si potrebbe dire, della parola “democratici”, senza ulteriori aggettivi. Lo sviluppo della democrazia, globale ed esigente, è di per sè un programma politico, una nuova identità. Se guardiamo al futuro io credo infatti che il nostro orizzonte politico sia segnato da un’esigenza prioritaria: quella di una nuova qualità della democrazia, nella sua essenza, e nella sua dimensione globale. Muovendo da questo ultimo profilo è evidente che la questione della global governance presuppone il superamento del deficit di democrazia che è presente nelle grandi istituzioni internazionali contemporanee. Non è un problema formale ma, come è ovvio, di natura sostanziale che si riflette nelle scelte politiche e tecniche. Ciò vale per l’F.M.I. e per la World Trade Organization ma anche le politiche monetarie della Banca centrale europea sono a volte percepite come prive di “demos”. Vi è un fastidio diffuso nei confronti delle “tecnocrazie” che governano il mondo senza controllo democratico. Naturalmente vi è un problema rilevante di competenza tecnica, che mal si concilia con le forme della democrazia classica. Al punto che Ralf Dahrendorf ritiene che per risolvere questo problema “la soluzione più in linea con i principi della democrazia è di rivolgersi a organismi a organismi tecnici indipendenti” (R. Dahrendorf, Dopo la democrazia, Laterza, 2001, p. 51). E’ una soluzione apparentemente paradossale, che ripropone l’antico tema della democrazia riassunto da Einaudi nello scritto intitolato “Melior pars, maior pars”, ma che deve in effetti essere tenuta in considerazione nei campi di regolazione cd. indipendenti (si pensi alle Autorities italiane) anche se favorire l’indipendenza non vuol dire mettere in ombra le responsabilità pubbliche ( verso i cittadini). Anche in questo caso vi è comunque un problema di maggiore democrazia nelle scelte dei componenti degli organismi e di trasparenza dei processi decisionali. Ma il tema più rilevante è costituito dal deficit di democrazia all’interno degli equilibri internazionali ove prevalgono nettamente i paesi più ricchi sulla maggioranza dei paesi in via di sviluppo. La stessa conformazione dell’ONU, con un Consiglio di Sicurezza figlio della seconda guerra mondiale, è inadeguata ed in via di riforma. La disponibilità manifestata dal nuovo Cancelliere tedesco Angela Merkel di rinunciare alla pretesa di un seggio per la Germania nel Consiglio di Sicurezza in favore di un seggio europeo è un fatto importante che non può rimanere sotto silenzio. Iniziative parziali, in sede internazionale, come la Società delle Democrazie, si propongono di realizzare un’organizzazione mondiale dei soli paesi democratici, allo scopo di meglio affermare la democrazia nel mondo. Il tema dello sviluppo della democrazia nel mondo, da qualunque visuale esaminato, è rilevante e ricco di implicazioni. In sostanza, io credo che si debba convenire con Alexis de Tocqueville che giudicava la democrazia “il fatto più antico, continuo e duraturo della storia”. Ma è solo nel XX secolo che la democrazia di afferma come fatto normale, che si estende sul piano internazionale, che diviene universale, includendo i meno abbienti e le donne. Per le generazioni più giovani dell’Occidente può apparire stupefacente ma in realtà la democrazia è una conquista recente ed ancora precaria. Nel bel saggio dal titolo La democrazia degli altri (Mondadori, 2004) il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ci invita a non considerare l’idea di democrazia come un frutto esclusivo dell’Occidente e ad essere più ottimisti sulla possibilità di “esportare” la democrazia in nazioni che oggi ne sono prive. Scrive Sen che “il sostegno alla causa del pluralismo, della diversità e delle libertà si può ritrovare nella storia di molte società: in India, Cina, Giappone, Corea, Iran, Turchia, nel mondo arabo e in molte regioni dell’Africa. Questa eredità globale è una ragione sufficiente per mettere in dubbio la tesi che la democrazia sia un’idea esclusivamente occidentale”. La democrazia senza libertà non può essere concepita (v. ZakariaFareed, Democrazia senza libertà. In America e nel resto del mondo, trad. it. Rizzoli, 2003) e ciò costituisce una condizione di estremo rilievo per lo sviluppo economico, la sicurezza e la pace. Naturalmente c’è anche chi ha sostenuto che i sistemi non democratici garantiscono uno sviluppo economico più efficiente. Il primo pensiero va oggi alla Cina ove i ritmi del P.I.L. sono assai più sostenuti dei progressi della democrazia. Ma è appunto questa la sfida che i riformatori hanno dinanzi: assumere l’impegno per l’estensione e lo sviluppo della democrazia in tutti i Paesi, per l’affermazione delle libertà dei popoli, dei diritti umani e dei diritti civili, per la gestione multilaterale e democratica delle scelte internazionali in materia di sicurezza, di ambiente, di energia, di commerci. E’ un grande orizzonte in cui declinare l’impegno politico per la democrazia. Ma, come dicevo all’inizio, vi è un altro fronte in cui si sostanzia, in termini nuovi, il ruolo dei democratici: quello che, con un’espressione di Gianfranco Pasquino, possiamo definire il campo della “democrazia esigente”. Come ha scritto di recente Paul Huntington (v. “La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX Secolo” trad. it. Bologna, Il Mulino, 1995, p. 32) “elezioni libere, corrette e aperte a tutti rappresentano l’essenza della democrazia, la condicio sine qua non”. Ma già Tocqueville era solito affermare che non basta il voto a far un popolo libero. Il buon funzionamento della democrazia rappresentativa e parlamentare è essenziale e niente affatto scontato. Dinanzi ai “rischi della plutocrazia e della telecrazia” (così il cardinale Tettamanzi nella Settimana Sociale, Bologna, 2004) e alle trasformazioni costituzionali sollecitate dalla necessità di una diversa articolazione dei poteri nel quadro del bipolarismo e del federalismo, il tema dell’equilibrio democratico dei poteri torna di grande attualità. Ma ciò che deve essere affermato, come postulato della “democrazia esigente”, e che il rito quinquennale del voto elettorale non è sufficiente a dare sostanza al principio di sovranità popolare nè risposte adeguate alle esigenze della democrazia moderna. Occorre sviluppare la “democrazia amministrativa”, ossia la partecipazione dei cittadini ai procedimenti di gestione quotidiana delle scelte pubbliche. Occorre sviluppare la “democrazia dei mercati” ossia la tutela dei consumatori e della trasparenza dei mercati. Occorre affermare la “democrazia informatica” e la tutela della privacy accanto agli impetuosi sviluppi della profezia orwelliana. Ed è senza dubbio necessaria una riflessione più matura sull’opacità democratica che avvolge le istituzioni “del terzo tipo”, le Fondazioni di varia natura, Le Fiere Internazionali, quel mondo di soggetti che rivendicano di essere espressione delle autonomie sociali, nè pubblici nè privati, spesso con poteri e risorse enormi, ma di oscura gestione, sia per le scelte del managment che per gli indirizzi nella gestione. Sono solo alcuni esempi (ma che dire della democrazia nei rapporti di genere o della democrazia nei partiti?), alcune prospettive, di un orizzonte nuovo ed attuale, che caratterizza l’impegno e i programmi dell’azione politica. In questo senso possiamo definirci “neodemocratici” per indicare la necessità storica di consolidare ed estendere i valori e il metodo della democrazia, nelle sue nuove dimensioni. In certo senso il termine “neodemocratici” connota le sfide del futuro meglio di quello di “riformisti”, vistosamente legato alla storia dello scorso secolo di matrice socialista. E dà sostanza, perchè di sostanza si tratta, alla costruzione in Italia di un grande partito democratico, che è la prospettiva a cui guardiamo in molti nel campo del centrosinistra. Scrisse Michele Salvati: “Se i riformisti moderati dei DS e quelli di Margherita non danno vita, insieme e subito, al Partito democratico, allora è meglio che ognuno stia a casa propria e noi saremmo i primi a consigliare ai moderati dei D.S. di rassegnarsi a convivere con i loro radicali. L’operazione politicamente significativa non è quella delle scissioni nelle due cose (...) ma la costruzione immediata del Partito democratico” (Salvati M. Il partito democratico. Alle origini di un’idea politica, Il Mulino, 2003, 31). L’urgenza avvertita, già in queste parole, è frutto di una storia italiana che è giusto datare nell’eclissi della Prima Repubblica, la “svolta” della Bolognina, i referendum per il maggioritario, l’esperienza di Alleanza Democratica, il successo dell’Ulivo, il movimento de “I Democratici”, l’evoluzione politica dei cattolici democratici, fino ai nostri giorni. Il Partito dei Democratici è il nostro orizzonte, il nostro impegno ma anche il nostro programma, la nostra nuova identità. E’ una sfida grande, culturale e politica, che restituisce a riformisti e riformatori una dimensione cool, una forza attrattiva, un linguaggio moderno. 4. Neodemocratici: un programma e un’identità Nella ricerca delle idee-guida del programma dell’Unione del centrosinistra per il governo Prodi del 2006, noi non possiamo sottacere di avere uno speciale rapporto con i temi della democrazia e delle sue evoluzioni. Sul piano interno basta richiamare la felice formula del “cittadino-sovrano” di Roberto Ruffilli. Se si riflette sulle differenze che intercorrono fra il tradizionale principio costituzionale della “sovranità del popolo” e la formula “sovranità del cittadino”, è già possibile cogliere il senso evoluto della nozione di democrazia che noi assumiamo come riferimento identitario. Non solo la “sovranità del popolo”, figlia della rivoluzione francese e foriera delle idee di “classe”, “nazione” e “stato di diritto”, ma la più intensa nozione di “sovranità del cittadino” ossia della persona nella sua più fitta rete di relazioni sociali, di responsabilità, di diritti. Non solo la democrazia parlamentare, che come bene ricorda Amartya Sen è conquista realizzata solo nel XX secolo (con il voto alle donne e l’abolizione del voto per censo) e solo in una parte del mondo, ma una democrazia “più esigente” (democrazia dei mercati, dei beni comuni, democrazia “digitale”, democrazia amministrativa, dei consumatori) e una democrazia globale, nella duplice accezione dell’espansione orizzontale della democrazia (riforme dell’ONU, promozione della global governance, dei diritti umani, lotta al terrorismo e contrasto delle guerre) e dell’espansione verticale (rispetto delle distinzioni tra politica, religione, etica, scienza nelle nuove dimensioni cosmopolite e scientifiche). Noi dunque assumiamo la vexata quaestio delle “promesse non mantenute” della democrazia borghese, soprattutto in materia di uguaglianza e pari opportunità, ma anche in termini di qualità e quantità della democrazia. È in questo nostro orizzonte di democratici anzi, di neodemocratici, per sottolineare il carattere inedito delle questioni culturali e politiche indicate, che si inquadrano i temi dello sviluppo della democrazia governante nel bipolarismo e della costituzione del partito democratico in Italia, evoluzione del progetto politico dell’Ulivo. Ed è in questo stesso orizzonte che si colloca la questione etica che per noi non è certo solo un dibattito estivo: senza una forte etica pubblica non c’è democrazia. Quando assumiamo tutta intera la questione democratica, nelle sue dimensioni evolutive ed inedite, non lo facciamo certo per un’ostinata ricerca di identità da esibire nel marketing politico magari dimenticando che, come sostiene Bauman, siamo nell’età delle “identità liquide”. È che siamo animati dalla consapevolezza delle trasformazioni epocali che ci attraversano e dalla coerenza di un decennio di impegno politico, come ulivisti, che ha consentito una risposta alla crisi di sistema e di governabilità e ha già realizzato significativi progressi nel nostro Paese, almeno in termini di stabilità di governo. E’ che siamo preoccupati dalla democrazia instaurata con le armi in Irak, che è sicuramente contro i diritti delle donne e assai poco condivisa; siamo preoccupati da chi tenta di ridurre la democrazia e la scienza a una questione di fede religiosa e da chi, come Pera, lancia crociate contro i “meticci”. Abbiamo scritto questa nostra concezione e questo nostro impegno anche nel motto del nostro partito “Democrazia è libertà”. Per questo non ci arrendiamo a visioni riduttive, non ci preoccupiamo del mutare delle stagioni. E andiamo avanti con un programma impegnativo da svolgere. 5. Ridefinire il ruolo di pubblico e privato La nostra identità di neodemocratici, nel senso indicato, impone di privilegiare alcuni temi programmatici con particolare attenzione. La democrazia ha i suoi strumenti: occorre coltivarli, farli crescere nel nuovo orizzonte, non abbandonarli in nome del mercato. Mi soffermo su due soli aspetti di una stessa questione che a me pare decisiva per il governo dell’Italia: quella del rapporto pubblico-privato su cui, in specie ed opera del berlusconismo (ma non solo), sono cresciute numerose distorsioni. Vi è un profilo teorico da risistemare, di uso di nozioni e parole. E vi è una questione più propriamente di politica economica e di modello istituzionale che è costituita dall’enorme proliferare di aziende e società in settori di mercato, soprattutto ad opera di regioni ed enti locali. In una trattazione sintetica di un tema così denso di implicazioni è bene chiarire subito l’analisi che intendo sostenere. L’analisi la riassumerei nel modo seguente. Viviamo una fase, in modo particolare in Italia, in cui si chiede al “pubblico” di agire come un “privato” e al “privato” di agire come il “pubblico”. C’è qualcosa che non va in questo schema. Personalmente preferisco ri-assumere il punto di partenza del liberale Giolitti che nel 1903 fece la sua legge sulle municipalizzate nel presupposto che i servizi essenziali dovessero essere pubblici (non si fraintenda: le differenziazioni tra proprietà e gestione risalgono a Proudhon) e tutto il resto debba essere lasciato ai privati e al mercato. Oggi sembra accadere piuttosto il contrario. 6. Più Stato e più mercato La tesi che intendo sostenere è invece che lo slogan ispiratore del programma del centrosinistra debba essere “più Stato e più mercato”.Naturalmente intendo con tale slogan “più politiche pubbliche e più concorrenza”, entrambe sorrette dall’efficienza e dall’etica pubblica. Per attuare questa linea politica nel programma di governo è però necessaria una revisione concettuale dei miti del pensiero liberista, e delle visioni del federalismo e della sussidiarietà orizzontale che confusamente sono state praticate anche nel campo del centrosinistra. 6.1. Liberali ma non liberisti In primo luogo, i postulati del pensiero liberista che hanno sostenuto la prevalenza dell’economia sul diritto e la svalutazione della nozione di pubblica amministrazione e di programmazione esaltando a tutti i livelli la “società del rischio” e il paradigma della “fiducia nei risultati”. Tali tesi, accompagnate da un comprensibile fastidio per gli eccessi di regolazione e da una meno comprensibile antipatia per le pubbliche amministrazioni, hanno colto utilmente alcune trasformazioni della fase fin de siécle ma devono essere oggi sottoposte a critica anche per gli effetti sulle politiche del centrosinistra. Secondo un diffuso ordine concettuale , la globalizzazione, infatti, implicherebbe una sostanziale “americanizzazione” del diritto (del modello di common law) che viene piegato a una logica di tipo privatistico e che si apre a nuovi attori ed interpreti (transnational non governmental organizations ¬ Ngos; transnational corporations ¬ Tnc -; law firms ecc.) e a nuove forme e modalità (lex mercatoria, rinuncia alla sistematicità del diritto e allo stato “legale-razionale”, prevalenza dell’oralità sulla forma scritta, ecc.). Secondo tali tesi il diritto della globalizzazione, attraverso le molteplici ragioni dello scambio nei mercati, si moltiplica in una quantità di diritti “delle possibilità”, basati sullo schema privatistico del contratto. Più che garantire ordine e prevedibilità, esso sembra assecondare un nuovo sistema sociale fondato sul rischio e sull’incertezza. Economisti e sociologi, di varia estrazione, hanno esaltato la fertile vitalità del “rischio” ; nel migliore dei casi il diritto è declassato a “regole del gioco” ed è appena citato tra gli strumenti della “governance”; la rule of law è abbandonata in favore dei processi e delle azioni law marketing (giuridicità ex post del risultato più che ex ante della norma) . Insomma “con la globalizzazione le tradizionali coordinate formali del diritto si allentano e il passaggio giuridico si anima sia di nuovi attori che di inedite modalità di azione. Ciò significa (…) un processo di crescente contaminazione del diritto e di caduta degli steccati che una volta dividevano il giuridico dal nongiuridico.” . In questo contesto ciò che conta non è, secondo l’approccio che possiamo definire law and economics, la “certezza della regola ma la fiducia nei risultati” . Ed è da questa premessa che trasmuta la stessa rilevanza della nozione di contratto (e del principio pacta sunt servanda) in favore del concetto di negoziabilità. I futures e i prodotti derivati nel campo finanziario sono l’esempio più chiaro, sono il mito della nuova era: l’era degli arricchimenti facili, in cui clausole di call e di put fanno guadagnare alla Fiat più di venti anni di produzione di Mirafiori. Il concetto stesso di sinallagma contrattuale e di redistribuzione garantita del rischio muta profondamente nel momento in cui l’oggetto stesso del contratto diventa la negoziazione del rischio. Con riferimento ai prodotti finanziari più diffusi è stato rilevato che “i derivati sono un sistema sofisticato di gestione del rischio, e hanno acquistato importanza appunto in seguito alla moltiplicazione dei rischi e delle potenziali vittime di essi” . Il quotidiano nomadismo dei capitali nel mercato mondiale rende più visibile le “profonde differenze fra la vecchia economia industriale, basata sulla figura dell’imprenditore, che assumeva un rischio “calcolato” e finalizzato alla crescita, e l’economia finanziaria, che è basata su un rischio sociale diffuso e sganciato da un progetto produttivo” . L’accettazione del rischio in ogni campo (nei rapporti di lavoro sotto l’espressione flessibilità) diventa, secondo tale approccio, il paradigma filosofico e sociale della modernità. Se l’obiettivo è l’efficienza dei mercati, e la “fiducia nei risultati” è il motivo che anima le transazioni, è del tutto evidente un mutamento radicale del contesto in cui si collocano le relazioni giuridiche di tipo negoziale che tendono ad abbandonare gli archetipi della responsabilità (pacta sunt servanda, dinamica adempimento/inadempimento, sanzioni, rimedi ecc). Una società orientata al rischio, più irresponsabile, dove i Ricucci e i Fiorani non solo non sono controllati ma sono quasi incontrollabili. Chi scrive non ritiene che il quadro sommariamente tracciato, indubbiamente dominante nella dottrina cd. law and economics (e riscontrabile in alcune delle trasformazioni epocali che caratterizzano il mondo globale) sia di per sé sufficiente a descrivere ed interpretare la modernità e crede ancor meno che essa costituisca una risposta sufficiente per i grandi temi politici del nostro tempo. Il mondo appena descritto è in crisi e bene ha fatto Prodi a richiamare, in più occasioni, la necessità di superare i dogmi del pensiero unico liberista. 6.2. Diritto, stati nazionali, pubbliche amministrazioni, programmazione. Non ci vuol molto per osservare che le grandi questioni attuali (tutela dell’ambiente, della privacy, governo dei grandi mutamenti climatici, delle migrazioni di persone, merci, capitali, accesso alle informazioni, diritto dei marchi e dei brevetti, nuove frontiere della bioetica e della clonazione di esseri viventi, regolazione del commercio e dei mercati internazionali, azioni contro la fame, la guerra, il terrorismo ecc.) necessitano tutte di “più diritto”, e non di “meno diritto”, di più politiche, di una più forte global governance. Il rischio resta vitale, ma alla politica si chiedono più sicurezze. Lo stesso ruolo degli Stati nazionali, così sminuito, riacquista una sua valenza nell’ambito delle organizzazioni sovranazionali, in quanto membro e attore di un’alleanza regionale o di un organismo internazionale, nel cui ambito esprime la propria capacità di codecisione. Nel bene e nel male abbiamo registrato la vitalità degli Stati nazionali nella attuale crisi del riconoscimento del trattato costituzionale europeo. Oggi nella fase di regresso, così come, negli anni passati, in quella di progresso. L’Europa è figlia delle vitali trasformazioni degli Stati nazionali non della loro morte. Troppo sbrigativamente, anche nel campo del centrosinistra, ne è stato stilato il certificato di morte. Nel processo decisionale multiattoriale e intergovernativo gli stati nazionali hanno ancora un loro ruolo. E’ bene non dimenticarlo. E nello stesso contesto si colloca la necessaria rivalutazione del ruolo e della nozione stessa di pubblica amministrazione. Una pubblica amministrazione moderna, efficiente, “amica” (secondo la formula di M.S. Giannini nel noto Rapporto sui problemi dello Stato, 1978), trasparente, aperta alla partecipazione e alla negoziazione, attraversata dai processi di semplificazione, dell’e-government, arricchita dalle tecniche e dalla cultura dell’organizzazione aziendale. Ma pur sempre una pubblica amministrazione autorevole e imparziale, per lo più sottratta allo spoil system, che sia strumento credibile e utile per le politiche pubbliche. L’efficienza democratica delle pubbliche amministrazioni, sorretta dall’etica, deve tornare ad essere un valore centrale per il centrosinistra e nel programma di governo. Per troppo tempo abbiamo trasmesso un’idea solo negativa della pubblica amministrazione come un “fastidio” di cui liberarsi. È un’idea sbagliata, anche nei riguardi dei milioni di dipendenti pubblici, che dobbiamo correggere. E analogamente si potrebbe dire della nozione di “programmazione”: oggi non bastano più le best pratices, occorrono anche i risultati. Basta analizzare i deludenti dati delle programmazioni negoziate degli anni recenti. Occorre orientare e concentrare le risorse attorno ad azioni vincenti: nelle infrastrutture, nel turismo, nei distretti industriali, nella promozione delle “filiere della qualità” e delle eccellenze competitive, nell’interazione tra ricerca, conoscenza e industria. Si è un po’ abusato delle suggestioni della governance, della anarchia delle “programmazioni dal basso”, delle nozioni di mission, di vision, di plurisoggettività degli attori nelle diverse policies. Si sono generate dispersioni di risorse e molte frustrazioni. Non possiamo più permettercelo. Dunque, sul piano concettuale e politico è necessario rivalutare, contrastando mode e tendenze, le nozioni di Stato nazionale, di diritto, di pubbliche amministrazioni, di programmazione (solo per fermarci sulle principali) troppo spesso oggetto di approcci liquidatori nel campo del centrosinistra. 6.3. La correzione del federalismo e il referendum sulla Costituzione Il secondo fattore è la correzione della visione del federalismo che è ora un federalismo un po’ autarchico e prevalentemente competitivo, che determina un incontrollabile aumento dei centri di spesa e dei costi e nuove barriere normative nei mercati. Il processo di revisione, autocritico anche nei confronti della riforma del titolo quinto della Costituzione, è stato avviato dal centrosinistra in occasione dell’esame parlamentare della dissennata riforma costituzionale proposta dal centrodestra. Non mi soffermo sul tema in questa occasione per le molteplici implicazioni: ma occorre una politica di correzione e di assestamento che non è certo in contrasto con il progresso del cd. federalismo fiscale. Occorre coniugare il federalismo con i principi di solidarietà istituzionale e di economicità. Abbiamo dinanzi il difficile impegno del referendum sul dissennato progetto di riforma costituzionale: dobbiamo spiegarlo bene, ma anche con l’assunzione dei temi delle riforme istituzionali che garantiscano, nel rispetto dei valori e dei principi della Costituzione, più democrazia e più efficienza. 6.4. La nostra idea di sussidiarietà orizzontale Il terzo elemento è costituito dalla condivisione, in un vasto campo del centrosinistra, di un’idea errata di “sussidiarietà orizzontale”. Questa nozione il centrosinistra la ha giustamente introdotta nella Costituzione sulla scorta di una radicata convinzione: penso alle tesi della Carta dei Lavoratori di Livorno del 1927, all’Enciclica Quadragesimo Annus, ai trattati europei. È giusto sostenere, come principio attivo ispiratore delle politiche, che lo Stato riconosce e promuove le attività private di utilità sociale ed il welfare pluralism. Ma l’interpretazione che ne è stata data dalla Compagnia delle Opere (per citare il soggetto più importante) e in genere dalla destra, con molte ed estese compiacenze, è stata quella della sistematica erosione delle funzioni pubbliche nei servizi essenziali (scuola, sanità, assistenza, servizi sociali, governo del territorio) in direzione della sostituzione del pubblico con il privato, e non nella direzione dell’integrazione e del condominio di funzioni diverse. Se pensiamo alla sanità in Lombardia o al finanziamento pubblico delle università private romane (ma gli esempi sono innumerevoli) noi possiamo agevolmente dedurre che il motto “liberi di scegliere”, titolo del buon libro di Giorgio Vittadini, si è piuttosto tradotto in un depotenziamento dell’offerta pubblica a vantaggio di quella privata, spesso in una dimensione affaristica, di affidamento diretto dei servizi, incapace di una razionale programmazione dell’offerta complessiva e generatrice di una dispersione di risorse. L’ipervalutazione del ruolo del “privato sociale” ha inoltre alimentato le illusioni demiurgiche del project financing nelle opere pubbliche e l’ipertrofia delle Fondazioni e degli “enti del terzo tipo”: enti in genere a totale o prevalente risorse pubbliche, con finalità di interesse pubblico, ma gestite con un management di oscura provenienza con criteri privatistici e spesso senza controlli. È negli Enti Fiera, nelle Fondazioni bancarie e in decine di consimili istituzioni che si concentrano le maggiori risorse pubbliche. È sufficiente dire che esse sono espressione delle ”autonomie sociali e funzionali”? A me sembrano soggetti, importantissimi, che non rispondono né a regole di mercato (basti pensare agli sforzi profusi per sottrarsi alla nozione europea di “organismi di diritto pubblico” ed evitare le gare) né alle regole della democrazia. Chi ha mai visto una campagna elettorale per la scelta di programmi e persone tra artigiani, imprenditori, commercianti ecc. ossia tra le mitiche autonomie sociali e funzionali? Il tema del Meeting Ciellino di Rimini, con Don Chisciotte alla ricerca di nuove libertà, sembra la metafora di un attacco ai mulini della democrazia e del mercato basato sulla concorrenza. La sussidiarietà orizzontale deve integrarsi in un sistema di valori che non tende a sostituire né la democrazia né il mercato. C’è, nel centrosinistra una realpolitik compromissoria che ha accreditato una comune visione della “sussidiarietà orizzontale”. Non è così. Noi siamo ben distanti da Pera, Formigoni, Vittadini e Cesana. E per noi non vale, sul piano politico ed economico, il motto “ubi fides est libertas”: per noi la “democrazia è libertà”. In questo senso non è condivisibile il documento bipartisan sulla sussidiarietà, scritto in occasione del meeting di Rimini, con il titolo “Patto per il futuro”, che reca le firme di esponenti di Forza Italia e del centrosinistra. In primo luogo per le affermazioni di carattere teorico. Non ci si può accontentare di sostenere che “lo Stato […] deve riconoscere la progettualità della società civile” e che occorre “enfatizzare il concetto di autonomia e di complementarietà tra le strutture pubbliche e private che erogano servizi” e neppure che occorre “ coinvolgere i privati e le loro aggregazioni nei processi decisionali locali”. L’ente pubblico deve garantire programmazione, democrazia amministrativa e par condicio concorsuale, non lo scambio politica-affari. Non è accettabile alcuna equivalenza tra pubblico e privato né alcuna commistione di ruoli o spartizione degli stessi servizi o mercati. Non è neppure accettabile, come dovrebbe essere chiaro dopo l’esperienza della Repubblica di Weimar e dei risorgenti localismi delle “piccole patrie” corporative, che la comunità prevalga sulla società. In secondo luogo, la concezione della sussidiarietà orizzontale praticata nelle esperienze di governo da Forza Italia e da Formigoni non è positiva, ha prodotto guasti sociali e ha ristretto il mercato: è impossibile condividere le premesse teoriche con gli artefici di quelle politiche. Una cosa è assumere il tema comune, altra cosa è condividere la posizione politica con il centro destra. E’ questa la fonte del “terzismo” e del centrismo di cui liberarsi. A proposito del dibattito estivo sul centrismo, rilanciato da Monti, è utile ribadire che siamo per il bipolarismo politico e per il bipolarismo dei programmi: non avrebbe senso il primo senza il secondo. 7. Liberare risorse dal vasto “parastato locale” Abbandono del pensiero liberista (e rivalutazione del ruolo dello Stato nazionale, del diritto, delle pubbliche amministrazioni, della programmazione), sostituzione del federalismo competitivo con un federalismo solidale ed efficiente, sussidiarietà orizzontale ma nel rispetto della democrazia e del mercato: è in questo orizzonte, e solo con queste premesse, che è possibile svolgere la tesi che ci siamo data: restituire al pubblico il ruolo del pubblico e al privato il ruolo del privato, affermare lo slogan “più Stato e più mercato”. Solo se abbiamo il coraggio della discontinuità tracciata in premessa è possibile una grande opera nazionale che consenta di restituire al pubblico le funzioni politiche di programmazione, di indirizzo e di verifica dei risultati della gestione amministrativa e tecnica (svolta da risorse professionali e sottratte allo spoil system) e ai privati e al mercato la gestione delle attività di natura imprenditoriale anche di utilità sociale. Occorre un soggetto pubblico, nazionale e locale, autorevole nella programmazione e perciò capace di partnership: occorre invece smettere con il proliferare delle aziende pubbliche, delle società miste in settori di mercato, con la lottizzazione dei consigli di amministrazione da parte della politica, con la crescita degli enti pubblici solo per alimentare e finanziare il ceto politico. È un aspetto fondamentale della questione etica ma è anche una grande questione politica ed economica: non è così che si persegue il bene comune. Non si tratta solo di enti inutili ma di tanti “piccoli IRI locali”, come sono stati definiti, di una vera a propria “pubblicizzazione del privato”. Vi sono, soprattutto nei sistemi regionali e locali, aziende speciali, società pubbliche, società miste ormai ovunque, dove non dovrebbero esserci. Già nel Rapporto 2004 della Corte dei Conti è stato accertato che l’indebitamento delle Regioni dal 1999 al 2003 è raddoppiato arrivando a quasi 29 miliardi di euro con una gran parte di questa cifra destinata, oltre che alla sanità, al sistema delle “partecipazioni regionali”. Manca una stima completa delle società pubbliche locali (su cui stiamo lavorando). Una delle tendenze più recenti, e sbagliate, è quella della crescita di società pubbliche locali nel settore delle infrastrutture e delle gestioni autostradali (basti citare la Serravalle nella provincia di Milano o la Arcea nel Lazio o ancora l’acquisto del 30% della Sea da parte della Finlombarda di Formigoni). Politiche di destra e di sinistra, tendenze comuni. Ma perché, dopo essere a fatica usciti dall’epoca dello “Stato che fa i panettoni”, dovremmo tornare all’epoca dello “Stato costruttore”? La risposta che si dà, sottovoce, quasi per implicito, è la seguente: lo si fa, in epoca di risorse scarse, per finanziare il federalismo. Ma allora, se così fosse, occorre una chiara discussione sul punto. È corretto che il soggetto pubblico vada alla ricerca del business, del profitto economico? Se la risposta fosse esplicitamente affermativa saremmo già oltre il modello colbertiano (o dovremmo dire “cinese”?), sarebbe logicamente ammissibile l’impegno di capitale pubblico in ogni settore in grado di generare profitto, nella finanza ad esempio, ma anche nell’impresa o nelle sale da gioco. Con che limiti, con quali finalità ed effetti dovremmo procedere lungo questa non dichiarata espansione dell’economia pubblica? Una delle conseguenze più vistose, è evidente, è la contraddizione macroscopica con un approccio politico teso a sviluppare più concorrenza e più efficienza di mercato poiché non si può certo disquisire su barriere protezionistiche (penso alle professioni) o sugli “aiuti di Stato”, vietati dall’Unione europea (seppur ambiguamente), se poi diamo vita ad un sistema in cui il capitale pubblico concorre con il capitale privato di rischio, negli stessi settori, con evidenti privilegi. Ecco la questione, di cui occorre discutere con urgenza. Occorre ridare al “pubblico” ciò che è del pubblico e al “privato” ciò che è del privato. Ed è necessario ridefinire, anche in via concettuale, i rispettivi campi. Bene dunque il modello dell’azienda ove l’ente pubblico svolge, in forma imprenditoriale, un servizio in settori esclusivi; bene le società tecniche e strumentali all’esercizio della funzione pubblica (ad es. alcune S.T.V.); possibile lo sviluppo di alcune holding in settori dei servizi multiutilities (in specie, acqua, rifiuti, energia) se si trasformano in grandi soggetti di mercato. Ma occorre ripensare la presenza pubblica in forma aziendale e societaria in tutti gli altri settori. Un programma di governo all’altezza dei problemi dell’Italia deve sviluppare il principio “più Stato e più mercato”. Deve farlo un governo di centrosinistra, perseguendo un ragionevole equilibrio all’interno della coalizione. Solo liberando il mercato dalla vasta e ingiustificata presenza pubblica e il pubblico dalla esagerata presenza di interessi privati è possibile recuperare le risorse economiche e anche concettuali e morali necessarie per la maggiore competitività ed equità dell’Italia. Mentre l’Unione definisce il programma del futuro governo Prodi e si discute delle provocazioni di Giavazzi e delle liberalizzazioni, a Milano e in Lombardia non possiamo dare l’idea di addormentarci sul “modello Penati”. 8. Verso il Partito dei Democratici in Lombardia. La line politica che abbiamo scelto all’unanimità a livello nazionale può essere forse riassunta in questa espressione: una Margherita forte e consapevole verso il Partito Democratico. Sta a noi, in Lombardia, sviluppare questa linea con coerenza: 1) con la pretesa di una lista dell’Ulivo anche alle elezioni comunali di Milano, a sostegno del Candidato Bruno Ferrante; 2) con il confronto con i DS della Lombardia sul terreno dell’innovazione, anche con seminari e incontri periodici dei gruppi dirigenti Margherita-DS; 3) con una gestione equilibrata e unitaria del partito ad ogni livello. Naturalmente resta aperta la riflessione, che occorre bene approfondire sul piano tecnico oltre che politico, circa l’eventuale opportunità di una Lista dell’Ulivo al Senato in Lombardia. Abbiamo dinanzi una fase politica decisiva e davvero nulla deve essere trascurato. Nel Big Talk a Milano la Margherita ha offerto moderni contributi programmatici per far ripartire l’Italia, con il futuro governo Prodi. Ma sappiamo che la sfida che ci attende è complessa ed è resa più difficile dalla sciagurata legge elettorale voluta dal centrodestra per minare la stabilità del futuro governo. Anche per questo dobbiamo rispondere con fermezza e grande unità, anche dinanzi al bluff del “finto tridente” con cui si cerca di illudere gli italiani (e in particolare il 29% degli indecisi) che è possibile non votare Berlusconi, ma Fini o Casini, come futuro premier. Unità, partecipazione, innovazione sono le tre parole che la Margherita assume come proprie per un successo politico che l’Italia reclama. | ||||||||||||
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