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Riflessioni sull'elezione del nuovo Presidente della Repubblica
Di Emanuela Baio Dossi
Il portone del palazzo di piazza Montecitorio si è vestito di un colore nuovo
oggi, nonostante il restauro in corso, un portone così non può non mettere in
soggezione: è lo stesso portone che ha visto passare i Grandi della storia
repubblicana, che si è affollato di gente quando l'Italia è diventata una
Repubblica ed ha sentito i primi rintocchi del campanone, prima che questo, con
voce festosa, annunciasse a tutta la nazione, l'inizio della democrazia.
È la prima volta che sono una "grande elettrice", nonostante il mio secondo
mandato in Parlamento; è la prima volta che ho oltrepassato quel portone, con la
consapevolezza e la speranza che le mie responsabilità mi dettavano.
Era l'8 maggio 2006: il primo giorno di convocazione per l'elezione del
Presidente della Repubblica. La frenesia dei colleghi, il vociare dell'aula, e
la mancata compostezza di alcuno, attenuavano la sacralità del momento, e il via
vai dei commessi scandiva i tempi morti. La tensione, tuttavia era altissima. Il
giorno seguente, infatti, tra la seconda e la terza chiama, la responsabilità di
ciò che stava accadendo, le speranze di raggiungere un accordo su un candidato
che fosse condiviso, mi hanno rapito completamente. Tensione, stanchezza,
consapevolezza di non riuscire alla terza elezione ad eleggere il presidente
hanno dimostrato la loro dimensione umana, al punto da mostrare la mia fragilità
fisica ed essere ricoverata nell'infermeria del Parlamento. Nonostante fosse
stata ultimata la chiama dei senatori ho potuto riporre la mia scheda nell'urna,
perché il mio dovere, in quel momento, non ammetteva deroghe.
Il 10 maggio, è stato decisivo. Con un piccolo gruppo di colleghi ci siamo
ritrovati alle 8 del mattino per coordinare i lavori. Il sentimento che
aleggiava tra di noi era di fiducia.
Nell'aula il brusio aveva lasciato posto ad un austero silenzio, le votazioni si
susseguivano veloci, la compostezza di noi grandi elettori, lasciava presagire
che un risultato, in quella convocazione, si sarebbe raggiunto. Ma quale?
Il Presidente Bertinotti ha cominciato lo spoglio con rapidità, ed io avevo il
compito di seguire le votazioni per il mio gruppo. In un sacrale silenzio
annotavamo le schede bianche e i voti a favore di Napolitano: ogni dieci voti un
obiettivo era raggiunto, e così l'iniziale silenzio piano piano trasformava la
speranza in certezza.Quando il nome "Giorgio Napolitano" è stato annunciato per
la 508ma volta un applauso, condiviso anche da parte dell'opposizione, è
risuonato nell'aula, quel silenzio sembrava scomparso, i visi più rilassati e i
Presidenti Bertinotti e Marini ci hanno lasciato il tempo di esprimere il nostro
apprezzamento, la gioia, ma soprattutto la felicità per aver dato al Paese un
rappresentante importante.
Ripreso lo spoglio, dopo la tempistica tecnica per il controllo delle schede,
finalmente la proclamazione: erano le 13:15 e l'Italia aveva un nuovo
Presidente: Giorgio Napolitano che ha ottenuto 543 consensi. Gli applausi
copiosi, non hanno lasciato spazio a commenti, mi sentivo orgogliosa. Orgogliosa
di essere italiana, orgogliosa di rappresentare la mia terra in quello spaccato
d'aula, in quello spaccato di storia; orgogliosa di aver condiviso una
responsabilità così grande, ma capace di emozionare e di far accapponare la
pelle. È stato bello vedere il sorriso sul volto di tanti colleghi, ognuno con
un bagaglio culturale, politico e sociale diverso. Così come l'approvazione da
parte di quei parlamentari, che da sempre sono testimoni autentici del mondo
cattolico, in entrambi gli schieramenti, mi ha fatto capire che il nuovo
rappresentante dell'Italia è quello giusto. Spero, quindi, che il voto a Giorgio
Napolitano possa aver rappresentato anche quella parte di elettorato, così forte
nella mia terra, la Brianza, che, nelle ultime elezioni, ha preferito il
centrodestra.
Al nuovo Presidente abbiamo consegnato attraverso i consensi, prima degli
applausi, le tante aspettative degli italiani, il dovere di fedeltà alla
Costituzione, la stessa che tra poco sarà oggetto di referendum, al fine di
evitare le storpiature introdotte dalla recente legge di riforma.
Al Presidente abbiamo consegnato la nostra storia, i simboli, il tricolore,
certi che la Sua interpretazione sarà imparziale, certi che il nostro Presidente
sarà umano, capace di leggere oltre le righe di una spaccatura civile, palesata
nelle ultime elezioni. Un compito importante.
Giorgio Napolitano, la sua elezione, la sua storia segnano, però, un altro
traguardo per l'Italia. Se è vero che il Presidente della Repubblica, nel
momento in cui viene eletto non dovrebbe più avere storia, né partito, è pur
vero che per la prima volta l'Italia elegge un uomo che è stato, a partire dal
dopoguerra, uno dei massimi esponenti del partito comunista. Un uomo
integerrimo, rappresentante di un comunismo occidentale, quindi ben lontano
dagli estremismi di cui questo partito si fregiava in altri stati. Fino ad oggi,
tuttavia, il Paese aveva scelto di non affidare un compito così importante a
tali esponenti. Questa elezione ci permette di guardare avanti e di superare in
modo pacifico e positivo la storia del passato. Proprio gli uomini che hanno
costruito quel pezzo di storia e le basi solide della democrazia italiana, hanno
segnato, giustamente per quel tempo, una profonda divisione tra comunisti e
democristiani. Dal 1946 sono passati 60 anni, e quei due partiti con le loro
storie e culture non cisono più. 60 anni di tante piccole e grandi decisioni, di
contraddizioni e di risorse, ma oggi l'Italia ha bisogno di fare un passo
avanti, di superare quella profonda divisione culturale. Tutti sanno che c'è
bisogno di qualcosa di nuovo, ma non tutti vi si ritrovano
Chi, come me, viene dall'esperienza democristiana e da una profonda presenza nel
cattolicesimo democratico, ha fatto tale scelta sapendo che non era semplice, ma
il Paese ne ha bisogno per guardare avanti, per arricchire il nostro patrimonio
civile.
Affidiamo al nuovo Presidente queste speranze e l'inizio di un nuovo modo di
costruire la pace, superando i conflitti partitici e regalando al palcoscenico
internazionale un attore di grande tempra, capace di far divenire monologhi in
dialoghi, capace di far confrontare in modo costruttivo le tante culture del
nostro Paese, quelle solide del passato, quelle fragili del presente, tutte
necessarie per il pluralismo democratico, capace di essere il Presidente di
tutti.
12 maggio 2006
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