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PD

Relazione al Congresso Nazionale della Margherita

On. Antonio Rusconi

Cari Amici,

condivido pienamente la relazione di Francesco Rutelli e per questo motivo ho votato la deliberazione che stabilisce i passaggi che porteranno alla Costituente prima e successivamente alla nascita del Partito Democratico, ma non accetto, sulla linea degli interventi di Castagnetti, De Mita, Morgando e Duilio, la divisione semplicistica tra coloro che corrono entusiasti verso il Partito Democratico, mentre coloro che sollevano problemi hanno lo sguardo rivolto al passato.

Mi sembra importante, uscendo dalla scenografia virtuale di questo Congresso, ricordare l’aforisma di Oscar Wilde “Fatevi domande, le risposte le sanno dare tutti”, consapevole di una responsabilità di non essere un leader nazionale, ma di dover confrontarsi sul proprio territorio con un disorientamento della periferia, a cui si deve rispondere non tanto con gli accordi degli organigrammi ma con un di più di motivazione e progetti.
Quale può essere infatti la novità non di un nuovo partito, ma di un partito nuovo, che susciti entusiasmo, passione, pathos, che dia l’idea di un evento, che fa storia, che risponda a un distacco sempre più progressivo tra politica e cittadini, tra eletti e elettori?

Forse non abbiamo tutti bisogno di un progetto per il futuro rispetto all’impolitica del tempo presente, alla convenienza dei sondaggi, lungo un percorso faticoso ma costruttivo dove i processi si guidano e non si impongono?

E’ evidente che in un partito così i contenuti sono un aspetto importante, e allora dobbiamo fare un po’ di autocritica perché non si è discusso in questi mesi dei punti fondamentali proposti dai “saggi”, perché non vi è ancora chiarezza su alcuni settori di cui mi occupo quotidianamente come responsabile scuola della Margherita, sul tema della libertà educativa e sul rapporto tra obbligo all’istruzione e formazione professionale.
Per questo concordo quando si parla di ineludibilità del passaggio, perché il fallimento del Partito Democratico sarebbe il fallimento di un riformismo forte nel Centro-Sinistra, ma una ineludibilità dovuta al coraggio di una scelta, di una intrapresa, a uno slancio vitale per la costruzione di un partito aperto, oppure al senso di una rassegnazione o peggio di ignavia o irresponsabilità? Dunque, uno dei primi aspetti fondamentali è se e come nasce un “partito area” dove si riconosce anche in forma organizzata piena cittadinanza a tutte le culture e pertanto anche alla tradizione popolare.

La costruzione quindi di una casa realmente nuova porta al superamento delle culture politiche del ‘900 e proprio delle Internazionali come sistema della politica mondiale. Da questo concetto non può non derivare, in coerenza con quanto annunciato da Rutelli nella sua relazione, un’impossibilità da parte del nuovo Partito Democratico a far parte del Partito Socialista Europeo, per la quale basterebbe una chiara approvazione con una limpida mozione congressuale.

Cari amici, rappresento una piccola, laboriosa Provincia della Lombardia, quella di Lecco, e auspico un partito federato e federale, con ampia autonomia ai livelli locali, aperto a tutti i volenterosi che vorranno portare il loro contributo.

Penso che sia stato importante affrontare da parte di Rutelli l’idea di parlare e dare risposte concrete al popolo delle partite Iva, riscoprendo una “questione del Nord” fondamentale per il rilancio economico e non solo del Paese: non si può pensare di governare a lungo, perdendo nella parte più ricca e produttiva del Paese.

Si è parlato molto in questo Congresso della laicità della politica che non è laicismo: il Partito Democratico non potrà sfuggire ai grandi temi della modernità e della scienza. Non credo a un partito dove i valori sono un dato individuale o un partito dove la laicità significhi indifferenza sui valori.

Assistiamo, peraltro, proprio in questi mesi a un paradosso della distinzione assai chiara e netta tra religione e fede, di un uso machiavellico e spregiudicato della religione cattolica da parte di politici che dichiarano a parole e nei fatti di non credere, con un’esibizione ipocrita di un vocabolario di valori che forse rappresenta uno dei frutti peggiori dell’attuale secolarizzazione.

E in conclusione: guardiamo al futuro, parliamo alle nuove generazioni, ai giovani, personalmente mi appassiona poco la sfida sulle gerarchie del supposto “Pantheon”, mi interessa molto di più il problema di restituire entusiasmo e dignità al percorso di tanti amici che ci hanno seguito in questi quindici anni, che non hanno mai chiesto un posto, una candidatura, ma la credibilità e la coerenza di una politica alta.

Sì, forse oggi nella politica post-moderna, la militanza non è tutto, ma guai a banalizzare il ruolo della militanza: non uno di meno, deve essere il nostro impegno, non perdere nessuno, ma convincere tanti amici a essere protagonisti, attori, nella costruzione del nuovo soggetto politico.

Non ho l’età per la nostalgia, ma penso ai ruoli dei coordinatori provinciali e dei Sindaci: non sono in gioco le singole carriere, ma la volontà di costruire un partito veramente nuovo dal basso, dove i valori e la cultura popolari non vengono lasciati alle singole coscienze. D’altra parte, ai troppi che in questi giorni ci ricordano che dobbiamo fare presto, subito, perché la lista unitaria alla Camera aveva raccolto il 3% di consensi in più che la somma delle liste al Senato, ricordo l’ammonimento di De Gasperi che ribadiva che la differenza tra un politico e uno statista è la capacità di scegliere tra un provvedimento per le prossime elezioni e non per le prossime generazioni.

Questa è la responsabilità che ci accomuna tutti oggi, il coraggio di un’impresa che non ha paura però di rispondere alle molte domande ancora aperte.

on. Antonio Rusconi

22 aprile 2007


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