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Il discorso di Francesco Rutelli a conclusione de "I giorni della Margherita"

Questi giorni della Margherita marcano il momento del radicamento, l’inizio della maturazione, dopo la sfida che sembrava impossibile – il passaggio elettorale, quasi in un cerchio di fuoco – e dopo la persino più difficile fase dell’aggregazione: per l’orgoglio, l’intelligenza e la complessità delle identità storiche, e per la qualità e le diversità dei partiti fondatori di DL-Margherita.

Superato il rischio di una crisi di rigetto, questo è il momento di irrobustire e creare. E’ il momento del progetto. E del concreto cantiere.

E’ il momento di condividere le missioni di DL-Margherita. Ho potuto seguire quasi per intero gli incontri di questi giorni. Posso darvi dunque un punto di vista motivato. Noi abbiamo una classe dirigente rappresentativa, di assoluto rilievo e qualità. E abbiamo un livello di diversità culturali al nostro interno che rappresenta la prima condizione del nostro potenziale successo.

Viviamo infatti in una società articolata, frammentata, straordinariamente differenziata nei diversi territori. Abbiamo differenze profonde da città a città, dalla frazione alla regione, che strutturano diversità funzionali, culturali, nei modelli di impresa come in quelli di partecipazione civile e sociale.
Questa realtà non è e non sarà più organizzata con i modelli di partito che abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa, lo sappiamo.

Dunque, solo un impegno creativo instancabile può permettere alla politica di essere il centro dei disegni di trasformazione e di guida, piuttosto che ridursi meramente a un messaggio di propaganda mediatica. A comitati elettorali che si formano di volta in volta. A sistemazioni frammentarie di interessi piccoli.

Le persone considerano sempre meno la politica come luogo dell’interesse generale. Globalizzazione e individualizzazione portano la persona ad aderire ad emozioni, ipotesi di autorealizzazione che non di rado sono fatte della somma di singole sensazioni. Non a progetti organizzati di vita legati anche ad un impegno collettivo e alla ricerca di risposte proprie di un’etica pubblica e di una responsabilità condivisa.

Scrive Zygmunt Bauman che sempre più le comunità “si liquefanno rapidamente” e che la ricerca ansiosa di identità consiste in “una febbrile attività di tracciamento di confini”.

La politica dunque non può e non deve fare prediche a una società che nella sua larga maggioranza fugge l’impegno politico.

Deve capire e deve agire.

Compito della nostra politica è anche aver capito che non si deve pensare di organizzare il tutto della società. Si deve piuttosto far liberare le energie - qui sta anche la nostra scelta federale sia nella forma che nella sostanza - e formulare obiettivi strategici condivisi.

Ovvero: sviluppo delle diversità mentre si lancia a un livello più profondo la difficile sfida della coesione.

Tornano qui validissime le teorie di Giovanni Sartori sul pluralismo come “dialettica del dissentire” e sul consenso: “un processo di sempre mutevoli compromessi e convergenze tra persuasioni divergenti”. Ecco perché sarebbe delittuoso (ed io sarei il primo a non esserne più affatto interessato) se tra noi pensassimo di ridurre la Margherita alla prevalenza di una qualsiasi delle sue componenti culturali – politiche, anziché stabilire il modo in cui si sviluppano le varie culture, dialogano con la società, si radicano nei territori in relazione ai temi concreti, all’amministrare, all’organizzare in modo nuovo i bisogni delle comunità. Certo: solo se riusciamo a fornire all’assieme del popolo italiano idee, riferimenti, progetti, battaglie motivanti di natura generale potremo progressivamente configurare una decisiva identità comune del partito, dell’appartenenza al partito, dell’invito ai cittadini a riconoscersi nel nostro partito. E’ in questo modo che non si disperde nulla dei patrimoni che hanno fondato DL, e li si mette al servizio di una cosa più grande che incontra le persone, che vive nella società e non in un messaggio rarefatto, di vertice, solitario, e tantomeno autoreferenziale o che guardi all’indietro.

Prendiamo per esempio pratico di un comune immaginario, il comune di Bardi.

In quel piccolo centro, noi abbiamo raccolto il 14,5% dei voti nelle elezioni politiche. I pochi esponenti della Margherita di Bardi non conoscono neppure tutti coloro che hanno votato per noi. Nelle amministrative, la Margherita può raccogliere anche di più, se ci sono candidati forti e radicati. O molto di meno, se la guida del partito locale viene assunta da uno che esclude, e che si illude di proiettare il voto di opinione alle politiche dentro una dinamica chiusa e ristretta.

Ecco la sfida: apertura, diversità, progettualità condivisa. E la missione del nostro partito si sa parte di un progetto più vasto cui si concorre e che non si pretende di egemonizzare né di voler rappresentare da soli, ma insieme con gli altri partiti nel più grande momento unitario che è e deve essere l’Ulivo. E’ indispensabile dunque in Italia la Margherita come grande partito che sia ad un tempo limpidamente unitario e portatore di un riformismo rivolto al futuro.

Unitario: significa che noi crediamo nell’Ulivo. Solo l’unità del centrosinistra e la sua vocazione al governo ci faranno tornare maggioranza del popolo italiano.

Riformista: significa che delle varie culture democratiche e progressiste noi vogliamo far avanzare quelle più capaci di intercettare attese della società coerenti con valori umanitari e di libertà e legate a obiettivi economici, sociali, istituzionali che sappiano guidare il nostro tempo e preparare il futuro con più coesione e maggiore coraggio dell’innovazione.

Fatemi esprimere soddisfazione per la riuscita di questi giorni di Orvieto. Qui abbiamo inaugurato un nuovo stile di “festa”, di incontro nazionale di partito. Non abbiamo recintato un prato o uno spiazzo cementato. Abbiamo chiesto ospitalità a una città, una città intera, con le sue vie, il colore delle mura di tufo che si carica e si ammorbidisce con i colori del cielo e l’apparire delle diverse luci del giorno e della notte. Abbiamo passeggiato, ci siamo incontrati, abbiamo assaggiato il cibo, i vini di Orvieto.

Abbiamo parlato con i residenti, che hanno potuto a loro volta ascoltare e interloquire. Li ringrazio, ringrazio il Sindaco, ringrazio i nostri amministratori, ringrazio la Margherita dell’Umbria che si è impegnata. E ringrazio Renzo Lusetti che ci ha dato un buon esempio di come deve essere il nostro partito: fatto di persone che lavorano, producono fatti, risultati. Credo che il giudizio sui dirigenti della Margherita sarà anche in futuro sempre più legato alla capacità di creare, di dare, piuttosto che di segnalarsi per differenze interne.

Dobbiamo consolidare le occasioni di incontro. Per la prossima primavera stiamo pensando ad una breve serie di giornate dedicate all’Europa.

E ai prossimi “Giorni della Margherita” - apriamo un “concorso” tra le città italiane! – perché siano organizzati con la medesima impostazione, ma forse con qualche giorno in più per permettere a più voci di esprimersi, magari in un periodo più vicino alle vacanze estive – un po’ come le Universités d’été della politica francese – così da consentire a dirigenti e amministratori di stare insieme per l’intera durata della manifestazione.

I giorni di Orvieto, dunque. E le opere. Nel senso che i nostri incontri sono stati attualissimi, e vibranti.

A partire dall’11 settembre. Una manifestazione densa, autentica, non retorica, che ha fatto riflettere tutti noi.

Ha riaffermato la linea di vicinanza, ascolto, comprensione, da paesi alleati e da popoli fratelli, rivolta agli Stati Uniti d’America.

Ha indicato la qualità che noi vogliamo attribuire all’alleanza.

C’è un messaggio che può risuonare nei prossimi giorni: o con noi, o contro di noi, in una possibile decisione di far guerra al regime dittatoriale irakeno.

Dobbiamo lavorare perché non sia così. Quando sento un’espressione del genere, il mio primo pensiero è di cercare piuttosto di definire chi siamo noi.

Noi siamo tra coloro che raccolgono con convinzione l’eredità degli statisti italiani che fecero la scelta atlantica. Proprio per questo diciamo ad alta voce e a viso aperto che azioni di guerra preventive non rientrano nell’orizzonte delle scelte possibili per l’Europa e per l’Italia, e che interventi unilaterali non potrebbero che pregiudicare quella grande alleanza per la libertà e contro il terrorismo che è stato il più importante successo del dopo-11 settembre, con l’apporto decisivo degli europei, dei paesi arabi moderati e di decine di nazioni del mondo.

A quei piccoli dottor Stranamore che vedono una guerra lampo contro Saddam come un rilancio dell’economia americana e mondiale voglio ricordare che questo sarebbe indecente, e foriero di disastri. Qualche dollaro in meno, magari, nel prezzo del barile di petrolio, a fronte di una realtà in cui qualunque paese – la Russia, la Cina, l’India, il Pakistan, Israele o un paese islamico – si sentirebbe autorizzato a regolare con “azioni preventive” i suoi conflitti locali, come ha ricordato Lamberto Dini.

La storia recente è piena di previsioni sbagliate che stiamo pagando tutti. Il modo migliore per risanare la crisi dell’economia e dei mercati mi pare piuttosto quello di riequilibrare i fondamentali, di risanare quel che è emerso di marcio nelle stanze dei bottoni di alcuni grandi gruppi capitalistici, di abbattere in senso liberale le barriere protezionistiche, di investire sullo sviluppo sostenibile. Questo deve dire l’Europa all’America. Per questo più che mai occorre dare forza ed efficacia alle Nazioni Unite per disarmare l’Irak dai mezzi accumulati di distruzione di massa. E l’Italia non deve pensare minimamente di dividere l’Europa all’insegna di chi è più amico di Bush.

Ho letto di una proposta francese per escludere dal patto di stabilità europeo gli investimenti nazionali per la difesa. Faccio una riflessione ad alta voce: ma perché allora non prevedere che siano direttamente trasferiti al bilancio europeo - e dunque esclusi dal patto – i finanziamenti e gli investimenti che permettano la nascita immediata della Forza militare di Intervento europeo? Noi siamo pronti a spendere di più per dare forza e credibilità alla politica estera europea, per tagliare con chiarezza la polemica su un’Europa cui si addebita di non volersi prendere adeguate responsabilità per la sicurezza del mondo. Vogliamo e dobbiamo farlo in fedeltà ai nostri ideali. In alleanza leale con gli USA. Non vogliamo che questa debolezza sia invece pretesto per un mondo che si trovi sempre più davanti a decisioni unilaterali.

E veniamo al tema dell’Ulivo.

L’Ulivo è una coalizione. Dobbiamo renderla più efficiente ed efficace, e trasformarla in una federazione. Si è persa l’occasione dal ’96 al 2001; non possiamo permetterci di rinviare tutto al 2006. L’Ulivo che sceglierà tra due anni il suo candidato si costruisce qui ed ora, non va ibernato. E le mobilitazioni di oggi e quelle dei prossimi mesi debbono servire a creare le condizioni per rovesciare il vantaggio del centrodestra, vincere le elezioni amministrative del 2003, poi le Europee del 2004 e le regionali del 2005. Questi sono i passaggi per tornare a governare. Sappiamo bene in cosa consiste il vero problema del centrosinistra: che bisogna ridurne la frammentazione interna, che è dispersiva e fattore di molti danni politici, di immagine, di credibilità. Ma allo stesso tempo che occorre tenere tutti assieme. Ovvero, scongiurare il rischio che anche solo uno dei partiti alleati tolga i propri voti dalla coalizione; fare in sostanza ciò che avviene nel polo di centrodestra, dove convivono posizioni e culture assai più disomogenee che non le nostre.

Il passare del tempo stempera in alcuni la memoria del perché, nelle passate elezioni politiche, due partiti si sono presentati da soli, e dunque contro L’Ulivo. Noi – Piero Fassino, i leader del centrosinistra ed io – tentammo l’accordo con tutti i mezzi disponibili e sino all’ultimo secondo. Nella campagna elettorale abbiamo recuperato milioni di voti che si erano dispersi. Eppure, il male della frammentazione ha tradotto la vittoria striminzita di Berlusconi in una larga maggioranza parlamentare.

Questo non si dovrà più ripetere.

Ho letto che alcuni giorni fa Fausto Bertinotti ha definito L’Ulivo come una prigione. Francamente, io sono convinto che siano pochi gli elettori democratici che preferiranno, nelle prossime elezioni, uscire da questa terribile prigione dell’Ulivo per finire di nuovo nel meraviglioso Paradiso in terra di un secondo Governo Berlusconi!

L’unica via per evitarlo è fatta di pazienza unitaria e determinazione politica.

Qui vengo al giudizio sulla grandissima manifestazione popolare di ieri a Roma.

Significativa per il numero dei partecipanti. Per il tipo di organizzazione, che in parte importante è stata spontanea. Per il clima che ho vissuto personalmente perché sono stato per un’ora e mezzo tra le strette di mano e gli incoraggiamenti di migliaia di persone incontrate in Piazza S. Giovanni.

Io so che questo tipo di manifestazioni da sole non bastano. Che bisogna scongiurare il rischio di un autocompiacimento di alcuni settori di sinistra radicale che spinga l’opposizione a cristallizzarsi in una minoranza permanente. So che ieri quella piazza rappresentava prevalentemente settori di sinistra, anche mondi organizzati nella CGIL, e che tra alcuni promotori vi è appunto una cultura politica minoritaria, che non è la mia.

So che viviamo in una società mobile, le cui forme di aggregazione si compongono e scompongono velocemente; so ad esempio che non pochi tra i manifestanti di ieri votano per la Margherita, ma soprattutto so che non potrebbe esserci errore più grande che dimostrare disprezzo e distanza verso i sentimenti genuini che erano nel cuore di quelle persone e, ancora di più, tra milioni e milioni di italiani che non scendono nelle piazze, ma che la pensano allo stesso modo.

È finita l’epoca in cui ci sono manifestazioni recintate dall’ideologia o dalla autocollocazione politica; è finita da un pezzo l’epoca in cui un leader politico incontra i cittadini solo se si rispetta una determinata liturgia: per me, non è stato un problema essere presente come uno dei molti, esattamente come ho fatto ad esempio alla marcia per la pace Perugia – Assisi, dove pure si sarebbero potute registrare tensioni tra noi che avevamo deciso di votare per l’intervento in Afganistan e non pochi manifestanti; o al corteo della CGIL del marzo a Roma, che pure conteneva una accentuazione critica nei confronti di CISL e UIL.

Era giusto esserci, senza salire sul palco, in questi come in molti altri casi.

E il tempo ha dimostrato che avevamo ragione: nel primo caso, perché siamo stati coerenti e abbiamo rivendicato il diritto di manifestare per la pace e la giustizia proprio perché ci siamo impegnati con responsabilità contro il terrorismo assassino. Nel secondo caso, perché rappresentavamo, anche in un luogo di cui non condividevamo per intero simbologia, accenti, obiettivi, la volontà larghissimamente prevalente nel nostro popolo di difendere i diritti del lavoro e tutelare forze sociali sotto evidente attacco da parte della maggioranza.

Anche ieri abbiamo sottolineato un duplice concetto: noi vinceremo se tutto il nostro popolo, tutto intero, sarà motivato e impegnato; questo avverrà solo se esso riconoscerà nei suoi leader gente capace di guidare, e anche di avere l’umiltà di ascoltare. Personalmente, sono disposto a sedermi all’ultimo banco di una scuola per ascoltare, condividere e capire meglio come rispondere alle esigenze della gente.

Da oggi, la parola torna alla politica, torna alle istituzioni; ma continuerà il dialogo e il confronto con forze vecchie e nuove della società esterne ai partiti. Ed io ripeto ora le parole che ho ascoltato l’altra sera qui ad Orvieto da un grande padre della nostra Repubblica, da un senatore del gruppo della Margherita che si chiama Oscar Luigi Scalfaro. Lui ha detto: se potessi, andrei da tutti quelli che manifestano in piazza S. Giovanni e, uno per uno, gli stringerei la mano, e gli direi grazie.
Penso alla politica e a un uomo come lui, uomo di fede, ma soprattutto – qui tornano bene le parole di Sturzo – uomo libero e forte. Lo vedo davanti alle assemblee di giovani di studenti, pronunciare il discorso che ha fatto qui l’altra sera. Altri farebbero magari sbadigliare e scappare via. Lui ci ha insegnato di nuovo l’onore, l’orgoglio, e il coraggio del costituente che sa essere uomo della battaglia civile presente.

Naturalmente, inizia da oggi una fase in cui dobbiamo accelerare il cammino dell’Ulivo e dimostrare di essere bravi.

Io rivendico come funzione della politica, lo dicevo poco fa, allo stesso tempo la pazienza dell’ascolto e la necessità della sintesi. Vale per il rapporto con e tra i partiti, con e tra le forze associative, girotondi inclusi. I risultati si tireranno alla fine, com’è naturale nella difficile fase di sommovimento e ricostruzione successiva ad una sconfitta che, lo sappiamo, non è certo maturata nella campagna elettorale, ma ha avuto cause radicate nel tempo, in errori gravi, in squilibri controproducenti.

Oggi ho però una nuova speranza: so che per la prima volta sta iniziando a concretizzarsi, proprio a partire dai temi degli abusi in materia di giustizia e libertà pubbliche, la profezia di un grande italiano che qui voglio ricordare e onorare a un anno dalla sua scomparsa: Indro Montanelli.

Il Montanelli che disse occorre il tempo perché gli italiani si vaccinino rispetto alle bugie di Berlusconi. Molti elettori moderati, ed anche non pochi conservatori, si stanno oggi disamorando della destra. Dipenderà da noi se non torneranno a votare per loro; ma da chi dipenderà se non dalla Margherita, se almeno una parte di essi voterà per noi? Vorrà dire che avremo saputo costruire un’alternativa di governo. Questa è la vocazione del nostro partito. Da oggi, questa è la sfida che tutti noi dovremo sapere accogliere e vincere.

E proprio le leggi che io chiamo il “triangolo delle vergogna” sono il terreno più scottante su cui unire il Parlamento, l’indignazione della piazza, il consenso silenzioso di mondi moderati. E’ il triangolo Cirami – Frattini – Gasparri.

Esso avrà conseguenze sulle libertà del nostro paese; sullo spirito pubblico, visto che diffonderà l’idea già non estranea alle nostre vicende italiane che i furbi e i prepotenti finiscono sempre per aver ragione; avrà conseguenze persino sull’economia visto che i mercati finanziari mondiali che proprio in questi mesi cercano regole più severe ed efficaci contro i diversi conflitti di interessi, non potranno che penalizzare un paese che dal falso in bilancio ai condoni, per finire con le tre leggi citate, va esattamente nella direzione opposta.

Diciamo però basta con la demagogia, diciamo la verità. La legge Cirami non è ad personam. Infatti pare che le persone cui è rivolta siano due. Una delle due, l’On. Previti, ha esplicitamente rivendicato sulle pagine del Corriere: si, la legge serve ad evitare un sopruso giudiziario nei miei confronti. E’ un’operazione mirata? Lo dice la stessa persona interessata.

La legge Frattini non è migliorata con le modifiche apportate e trovo surreale che Frattini la vada incensando nel paragone con la decisone del Board del conflitto di interessi della città di New York nei confronti di Bloomberg. Ecco dove può arrivare la manipolazione della verità. Il paragone è ridicolo. Il conflitto di interessi di Berlusconi è paragonabile a quello di un presidente USA che fosse proprietario di Abc, Cbs, Npc e Time (lo ha scritto il Newsweek). Altro che Bloomberg. Il quale, se mai è come se Veltroni fosse proprietario di Radiocor, un’agenzia di informazione specializzata. E ciononostante il Board di New York ha posto a Bloomberg condizioni severe per quel pochissimo di intreccio tra il suo patrimonio e il governo cittadino.

Cosa accadrebbe a Berlusconi, invece, se verrà approvata la Frattini? Niente, come è noto.

Il terso lato del triangolo della vergogna ha la firma di Gasparri, anche se abbiamo appreso che la legge non è stata scritta dagli esperti del suo ministero. Quali saranno, in questo caso gli effetti sulle aziende del Presidente del Consiglio? Molto semplici. Prima c’era un limite massimo di due reti, in virtù del quale – sia pure con ritardo – Rete 4 avrebbe dovuto andare sul satellite. Con la Gasparri il limite non c’è più. Prima c’era un divieto acquisto dei giornali per i proprietari di grandi reti tv, tanto che il Presidente del consiglio aveva affidato il Giornale a suo fratello. Con la Gasparri il divieto non c’è più. L’appello del Presidente Ciampi ad assicurare il pluralismo evitando il rischio di posizioni dominanti nell’informazione è stato ignorato.

Ai sedicenti liberali che governano, vorrei ricordare due massime essenziali di Friedrich von Hayek: “Se la democrazia si trasforma in un governo della maggioranza dotato di potere illimitato, essa diventa il peggiore dei mali”. E ancora: “la vera funzione di un legislatore dovrebbe essere di rifiutare tutte le richieste di privilegi particolari, e sottolineare che certi tipi di cose non si devono fare.

Torniamo dunque all’Ulivo. A come renderlo finalmente all’altezza dell’idea iniziale, che purtroppo in sette anni non è stata concretizzata.

Piena dignità a tutti i partner dell’alleanza. Ma decisioni politiche a maggioranza nelle questioni chiave. Nessun diritto di veto a nessuno, neanche alla Margherita, ovviamente. Sulle questioni principali si riuniscano assemblee dei parlamentari dell’Ulivo. Si discuta, si decida e ci si attenga alle decisioni. Se io finirò in minoranza su una materia economica, sociale o di politica internazionale voterò disciplinatamente secondo l’orientamento che sarà prevalso nella maggioranza.

Arturo Parisi è stato incaricato di avviare il cantiere strategico per il nuovo programma dell’Ulivo. Dario Franceschini, con Vannino Chiti, dovrà concludere nelle prossime settimane l’accordo che definirà il modo di operare della coalizione.

Non abbandoneremo la pazienza unitaria; e non dimentico che anche avere accettato qualche sgarbo di troppo senza replicare e qualche lungaggine non necessaria ci ha tuttavia permesso nell’ultimo anno di restare uniti e di vincere in importanti appuntamenti: dal referendum popolare sulla riforma federalista della Costituzione al chiaro successo nelle amministrative dello scorso giugno, per cui città saldamente governate dalle destre (da Asti ad Alessandria, da Monza a Gorizia a Verona) sono oggi guidate dal centrosinistra grazie alla comune ritrovata azione unitaria e alla scelta di ottimi nostri candidati. Sino– fatemelo ricordare senza in alcun modo diminuire il prestigio proprio di un profilo personale ed istituzionale del tutto autonomo – all’elezione a larghissima maggioranza di un gentiluomo come Virginio Rognoni alla Vice-Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura.

Occorre ora nutrire, come la si è definita, una “crescita dal basso” dell’Ulivo. E’ il tempo che in tutti i collegi elettorali la coalizione coinvolga e guidi anche quelle rigogliose espressioni associative,del volontariato, civili e sociali che oggi, di fronte ai disastri del Governo Berlusconi, ritrovano la voglia e la passione di impegnarsi e mobilitarsi.

La Margherita vi parteciperà in prima fila. Chiedo a tutti i nostri parlamentari, a tutte le realtà locali del partito di dare il via a queste aggregazioni nei Collegi, assieme alle altre forze politiche e assicurando lo spazio di presenze libere, aperte e anche con il concorso alle responsabilità decisionali delle forze disponibili esterne ai nostri partiti.

E già che ci sono, fatemi rivolgere a Willer Bordon e Pierluigi Castagnetti, ai deputati e senatori della Margherita il ringraziamento per le battaglie parlamentari che conducono nell’interesse di tutto il popolo italiano. Ed anche, Pierluigi, per avere avuto la sensibilità di trascorrere il giorno di Ferragosto nelle carceri, ad ascoltare, i problemi e le proposte degli agenti di polizia penitenziaria e dei detenuti.

Al Ministro Castelli e alle sue sciocchezze che dobbiamo dire? Nulla. Essi fanno tanto danno, ma non sono un bel nulla.

Dunque: assemblee degli eletti in Parlamento, tessuto unitario da realizzare subito in tutti i collegi elettorali, nuovo programma per il futuro da iniziare a costruire già adesso, forme organizzative snelle da far finalmente decollare. Rilancio qui la proposta già promossa dai segretari dell’Ulivo: tutto il centrosinistra si deve riunire e portare un milione di italiani in piazza durante la discussione della Legge Finanziaria. Servirà a dire definitivamente che siamo fuori dalla malattia del 13 maggio, ma soprattutto a parlare al paese dei grandi temi economici, sociali, di libertà che creano ansia ai cittadini ed esigono risposte forti, serie, di governo.

Il nostro partito ha già deciso di devolvere all’Ulivo il 10% del finanziamento dei partiti ricevuto al Senato. Se anche fossimo i soli a farlo lo faremo comunque: in questo modo si potrà disporre finalmente – ne so qualcosa io, che ho dovuto condurre da candidato nelle politiche una campagna entusiasmante ma assai povera di risorse – di quei milioni di euro all’anno che ci permetteranno di finanziare manifestazioni unitarie, analisi sociali e di opinione adeguate, semplici strumenti di informazione e battaglia con il marchio dell’Ulivo.

Tutte le persone dotate di intelligenza politica – e non interessate al piccolo cabotaggio, che ha respiro breve – hanno compreso da tempo che chi vuole costruire deve dare vita a forze politiche.

Solide, ampie, vitali. Hanno capito che la velocità del mutamento sociale e dell’opinione impongono oggi velocità di azione, oltre che qualità di riflessione e dibattito.

Solo un partito grande può interpretare passioni civili e rappresentare efficacemente interessi.

La Direzione che si riunirà dopodomani, e l’Assemblea Federale nelle settimane prossime decideranno su proposta di Franco Marini il percorso per la raccolta di adesioni, la larga partecipazione di cittadini ai Congressi provinciali e successivamente regionali, l’accordo con forze rappresentative a livello locale. Dovremo discutere e scegliere come utilizzare le nuove risorse disponibili: non certo nella sopravvivenza di funzioni separate presso i partiti di origine, né nella creazione di una costosa burocrazia: tra l’altro, in iniziative pubbliche, nell’investimento per la crescita politica delle realtà territoriali, nel finanziamento intelligente delle campagne elettorali. Attraverso l’originale costituzione di Circoli, chiedo a tutti voi di fare nei prossimi mesi un grande sforzo di aggregazione, iniziativa, apertura. Saluto l’avvio di questo processo, seppure con ritardi e qualche rigidità. Saluto come esempio positivo la nascita di Circoli interamente formati da donne , e di Circoli di giovani e di studenti. E’ un’occasione irripetibile, non va persa, va vissuta con entusiasmo, preservando e arricchendo le diversità proprie di DL-Margherita.

Tra due mesi avremo una bellissima novità: il quotidiano promosso dalla Margherita. Non scomparirà certo la testata de “Il Popolo”. Ma nascerà, con il concorso di intelligenze ed esperienze assai promettenti “EUROPA”, il giornale che porterà ogni giorno – e ringrazio per questo lavoro Paolo Gentiloni – freschezza, idee, dibattito in profondità.

Possiamo far crescere la Margherita proprio perché la ricchezza dei riformismi che vi si trovano corrisponde alla ricchezza della società italiana: il cattolicesimo democratico, la liberaldemocrazia, il riformismo laico, l’ambientalismo moderno, l’associazionismo non egemonizzato da vecchie ideologie; tutto questo è parte del meglio della società italiana.

Oggi l’Italia paga invece il pegno di un governo indecente. La previsione dello scorso anno si sta avverando: la Destra sa fare le campagne elettorali, sa vendere la sua propaganda con sorrisi e cieli azzurri. Ma non sa governare. Oggi l’Italia va peggio. Oggi gli italiani sono più poveri. Oggi regna la confusione, non si fanno riforme nell’interesse dei cittadini, si vogliono piegare il Parlamento e le speranze del popolo italiano all’interesse di pochi potenti.

Guai: non si dica che è la crisi internazionale che impedisce di ottenere i risultati di governo promessi. Il centrosinistra, in mezzo a crisi internazionali drammatiche e di fronte a traguardi che sembravano irraggiungibili, ha rimesso in carreggiata la nazione; ha migliorato l’Italia.

Oggi, il nostro paese ha una crescita bassissima, consumi a terra, crollo di produttività, ritorno dopo anni alla crescita del debito pubblico. Ma ha soprattutto una crescita più bassa mentre ha un’inflazione più alta dei paesi nostri partner e competitori, vede dunque impoverite le capacità competitive e soprattutto non fa alcun investimento per il futuro: la ricerca, la scuola, la formazione, l’innovazione tecnologica ed energetica, il Mezzogiorno.

Sedici mesi dopo l’elezione di Berlusconi cadono come pere i grandi successi delle loro campagne pubblicitarie: “meno tasse per tutti” come ricetta di crescita e sostegno agli investimenti produttivi? Con la stessa sfrontatezza, il premier annuncia oggi: “non aumenterò le tasse”. E ricordate la lavagnetta sulla quale ricalcava strade, ponti, ferrovie? Lunardi ha disposto l’altroieri –salvo revocarlo ieri, con mirabile efficienza di amministratore – addirittura il blocco dei progetti di infrastrutture già approvati dai governi di centrosinistra!

Ecco alla prova chi voleva portare al governo l’”efficienza imprenditoriale”: il caos della sanatoria dell’immigrazione, la moltiplicazione degli sbarchi di clandestini, i risultati zero nelle politiche di integrazione. Esprimiamo il nostro dolore per la morte di tante persone annegate al largo di Agrigento nelle ultime ore: con questa politica inaccettabile, ci troviamo oggi con equipaggi di pescherecci siciliani sotto inchiesta per avere soccorso dei disgraziati che rischiavano la vita, e altri equipaggi inquisiti per i mancati soccorsi!

Nè possiamo tacere il disastro del blocco dei crediti d’imposta per gli investimenti e la nuova occupazione, che getta nella precarietà migliaia di imprese e colpisce drammaticamente il Mezzogiorno.

Eccoli: i venditori di se stessi stanno svendendo l’Italia e vorrebbero – vergogna delle vergogne – mettere in liquidazione beni irripetibili del territorio, della storia, dell’ambiente. Un patrimonio che noi vogliamo invece migliorare e lasciare ai nostri figli.

Nessuna riforma strutturale è stata fatta.

Le modifiche sperimentali del mercato del lavoro riescono nel miracolo di essere altamente conflittuali (+ 657% di scioperi nei primi sei mesi dell’anno ) e assolutamente inutili. Per questo, noi ribadiamo: no a licenziamenti più facili. Si alla difesa ostinata dei valori dell’autonomia e dell’unità sindacale.

Lo dico con chiarezza: noi non condividiamo il Patto firmato dal governo con le parti sociali. Ma non criticheremo mai la CISL perché siamo troppo rispettosi di un sindacato che fa il suo mestiere di sindacato. Lavoreremo per favorire l’unità, che è un bene per chi lavora, e lo strumento decisivo per scongiurare il collateralismo politico del sindacato, che finirebbe a tutto vantaggio del centrodestra.

Noi crediamo nell’impresa che rischia e crea ricchezza. Noi crediamo che il futuro della nostra società debba puntare sulla flessibilità del lavoro e sulla sconfitta di una precarietà senza ammortizzatori sociali: quella precarietà che Bauman definisce “nuovo garante della sottomissione, tanto maggiore in quanto le persone sono state abbandonate a se stesse e alla loro incresciosa inadeguatezza ad acquisire un controllo della loro situazione presente, un controllo non abbastanza saldo da incoraggiare il pensiero di poter cambiare il proprio futuro.”

Le previsioni di finanza pubblica sono fallite. E, attenzione, non parlo di quelle precedenti l’11 settembre 2001. Leggo da interviste di Tremonti intitolate vanagloriosamente “Abbiamo fatto i conti, ora viene il bello”– che il Ministro ha avuto la sfrontatezza di annunciare ancora neppure tre mesi fa il mantenimento “ al 110%” degli obiettivi europei del patto di stabilità” per quest’anno e il prossimo.

Ma chi li obbligava, dopo aver vinto le elezioni, a prevedere nel DPEF una crescita dell’economia per l’anno in corso superiore al 3%! Si dirà: le promesse elettorali. Ma chi dopo l’11 settembre li obbligava ad indicare una crescita nella Finanziaria pari al 2,3%? Si dirà: la loro faccia di bronzo. Ma chi li obbligava nel DPEF di quest’anno a confermare una crescita 2002 pari all’ 1,4%?

Si dirà: una faccia di bronzo più tostata ancora. Ma chi ha obbligato una settimana fa il Premier, di fronte a previsioni unanimi di una crescita quasi ferma, a indicare ancora un impegno dell’1%?

Vedete, qualcuno potrebbe pensare di fronte a tanta pervicacia che l’atteggiamento di Giulio Tremonti sia il frutto faticoso di un lungo studio, di un’elaborata costruzione e pensosa applicazione. Debbo dirvi la verità. No: egli è proprio fatto così, al naturale. Il merito è tutto della mamma e del papà.

Il governo sta ormai scontentando tutti. Gli operai che si erano illusi e gli imprenditori che si attendevano una liberazione di energie e la sparizione di burocrazie e si ritrovano con condoni in serie e velleitari blocchi di qualche tariffa; i commercianti fiduciosi nel galoppo dei consumi e i liberisti ansiosi di riforme liberalizzatici; settori della Chiesa curiosamente predisposti a chissà quali aspettative; famiglie che attendevano 10% di pressione fiscale in meno, e 5 milioni di pensionati che si illudevano di un aumento a 516 euro al mese che però non c’è; cittadini convinti che la criminalità sarebbe sparita – pensate un po’- con Bossi al Governo. Per ora, l’unico posto dove è quasi sparita sono i telegiornali.

Noi siamo un partito di gente solida e seria. Il nostro compito è concorrere a un Ulivo che dia fiducia agli italiani in tutti i campi in cui il Governo li lascia soli, in cui li ha illusi e li ha delusi. Qui è il momento per la Margherita di tracciare alcune priorità di quello che chiamiamo “il riformismo del futuro”. La scuola e la formazione: per contrastarne l’impoverimento strutturale, oltre che la confusione suscitata dalle mancate riforme Moratti. Ma anche per rafforzare gli investimenti, come promise l’Ulivo nel ’96, e per dare una svolta alla formazione permanente, oggi troppo dispersa e troppo lontana dalle necessità di accompagnare le trasformazioni del mondo del lavoro.

La sanità: per combattere l’insensata idea di mutue, che ci porta dritti all’insostenibilità del sistema americano, che costa il doppio del nostro rispetto al PIL e lascia scoperte e abbandonate 30 milioni di persone adulte e anziane. Ma anche per sviluppare le politiche di programmazione razionale del servizio e della spesa che hanno portato regioni come la Toscana e l’Emilia ad avere bilanci in pareggio senza tensioni sociali, tagli e ticket selvaggi, attese insopportabili.

Le amministrazioni locali, messe tra non molto in ginocchio da un governo che si annunciava super-federalista. E invece a Comuni e Province va data certezza di trasferimenti di risorse e poteri proprio perché è negli enti locali che si misura la qualità del welfare, l’efficienza e l’umanità dei nuovi servizi alla persona. Noi, lo ricordo, vogliamo sviluppare l’azione legislativa e di sostegno ai piccoli comuni lanciata da Ermete Realacci. E va subito attuata la riforma federale, creata una vera cabina di regia con il Parlamento, completata la riforma con il Senato federale e la nuova composizione della Corte Costituzionale. Agli ex-guerrieri padani, oggi in livrea fuori della porta di Berlusconi, vogliamo ricordare che il motto del federalismo americano è E PLURIBUS UNUM. Ovvero, che esso mette l’unità della nazione come scopo unificante della molteplicità e diversità dei poteri territoriali.

Ed è questo argomento, ovvero la persistenza di un disegno distruttivo di devoluzione che schianterebbe l’unità dei principi dell’insegnamento, l’unitarietà delle politiche della sicurezza e dell’ordine pubblico, e i diritti delle persone ad essere curate senza discriminazioni tra Nord e Sud dalla sanità pubblica, che mi porta all’argomento che io chiedo al nostro partito di eleggere progressivamente come priorità tra le priorità. E’ una politica nuova per il futuro del Mezzogiorno. La questione del lavoro in Italia, come dimostra il progetto Treu-Amato, è questione di modernizzazione e nuove garanzie. Ma il dramma sociale del lavoro coincide con i problemi del Sud, soprattutto per le giovani generazioni. Il governo ha guadagnato centinaia di eletti nel Sud e specialmente in Sicilia. Non sta facendo nulla, anzi: sta smantellando per insipienza e ostinazione ideologica gli strumenti avviati dall’Ulivo, dal prestito d’onore alla programmazione negoziata, e soprattutto il credito d’imposta automatico, vero artefice della ripresa di occupazione e investimenti nel Sud.

Noi abbiamo un ritardo in molte regioni e aree del Mezzogiorno. Un processo di integrazione interna e innovazione esterna nella Margherita insufficienti. Una valorizzazione inadeguata di una classe dirigente che vanta centinaia, migliaia di amministratori capaci, radicati, rappresentativi. Dobbiamo trovare strumenti nuovi, non un vecchio e stantio “Dipartimento del Mezzogiorno”, che sarebbe inadeguato a cogliere le diversità dei problemi territoriali, e soprattutto a dare il senso di un investimento politico nazionale e di un approccio culturale anch’esso nazionale e non settoriale. Per questo proporrò l’istituzione di un organismo rappresentativo ad hoc, una sorta di Convenzione per il Sud. Un organismo di progettazione di iniziative dotate di strumenti adeguati, che si riunisca periodicamente su temi specifici e concreti nelle città del Mezzogiorno, e che costruisca ogni anno una vera e propria Finanziaria alternativa, da presentare alla vigilia della manovra di bilancio, in cui condensare le nostre proposte annuali e strategiche per l’economia e il lavoro, le infrastrutture, l’ambiente, la sicurezza. Anche da queste iniziative dipenderà moltissimo del nostro successo o insuccesso politico ed elettorale nazionale.

E’ l’Europa, infine, la grande questione su cui il “riformismo del futuro” si misurerà con la Destra neo-peronista al potere. E’ l’Europa il destino, il vantaggio, il dovere dell’Italia. L’Europa che centra i traguardi dell’allargamento, della riforma istituzionale, dell’approvazione – con un referendum, in Italia, da tenere assieme alle elezioni europee del 2004 – della Costituzione europea. Delle politiche di giustizia e sicurezza interna, dell’ambiente, soprattutto della guida unitaria di una ambiziosa politica estera e di difesa. Di un efficace coordinamento delle politiche economiche,lo ha ricordato di recente Enrico Letta, necessarie dopo l’entrata in funzione dell’EURO perché il Patto sia davvero di stabilità e di crescita.

Partendo dall’Europa, per tornare al rapporto sempre difficile tra le strategie istituzionali e quelle di aggregazione ideale e sociale, voglio concludere citando una frase tipicamente ruvida e schietta di un grande padre europeista, Altiero Spinelli, una frase del 1955 riferita a Jean Monnet, uomo cui tanti tra voi si sono giustamente riferiti da decenni. “Da un anno a questa parte, Monnet e io stiamo tirando la carretta, come due somari, cocciuti. Lui nella speranza di ottenere dai governi una nuova iniziativa, io nella speranza di ottenere dai movimenti un nuovo slancio. Speranza? E’ dir troppo. Entrambi convinti in fondo che la situazione mondiale e quella interna dell’Europa non offrono più possibilità ragionevoli di unificazione europea; entrambi pieni di disprezzo per i nostri contemporanei; entrambi convinti che se avessimo il potere potremo fare grandi cose. Entrambi con disperata prosaicità decisi a non mollare, perché entrambi convinti che, se teniamo duro, i fatti si piegheranno e si adatteranno alla nostra volontà; entrambi circondati da ironico scetticismo, persino tra noi due, poiché in realtà Monnet è scettico circa quel che voglio io e io circa quel che vuole lui; ma entrambi convinti che, per una sorta di simpatia reciproca che va al di là del giudizio politico, dobbiamo aiutarci. Eppure, vinceremo noi!”

Ecco: bisogna saper guardare lontano per realizzare i cambiamenti che contano.

La Margherita DL ricerca il dialogo tra strategia per il governo e impegno partecipativo dei cittadini; lega lo spirito unitario dell’Ulivo alla fisionomia innovativa del proprio riformismo; lavora per trasmettere messaggi fondamentali al popolo italiano ma anche per radicare un partito davvero democratico che discute, si divide se necessario, ma promuove una forte unità e, consentitemi questa parola, autodisciplina, proprio perché si fa forte delle sue diversità. La Margherita ha la coscienza che solo se questo progetto riuscirà, con le idee, con le sfide progettuali, con i voti popolari, l’Ulivo tornerà vincente e l’Italia si libererà, per un lungo tempo, di questa Destra incompetente ed arrogante. Tocca a noi dimostrare capacità di saper faticare e di avere visione. Io credo che ce la faremo.

15 settembre 2002


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