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PD

Analisi del voto dell'aprile 2005

di Francesco Rutelli

Care amiche ed amici,

    molto raramente accade, in politica, di poter analizzare un evento elettorale i cui caratteri siano tutti positivi. E’ il caso di questa nostra Direzione, che dunque potrà svolgersi con la soddisfazione e la serenità, ma anche la forza propria di chi ha assicurato un duro impegno e concorso a un grande risultato. Tocca a noi, assieme alle forze della Federazione dell’Ulivo e dell’Unione di centrosinistra riuscire a consolidare ed investire nel modo giusto i frutti di questo successo.

Positivo è il risultato dell’Unione in tutte e 14 le regioni in cui si è votato il 3 e 4 e poi il 17 e 18 aprile: la conquista di dodici regioni, di cui ben sei strappate al centrodestra, con la vittoria preconizzata ma certamente non scontata in Abruzzo, Calabria, Liguria e con la formidabile riuscita in Lazio, Piemonte e Puglia. L’incremento generalizzato dei consensi nelle regioni in cui già il centrosinistra era al governo (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Campania) sino all’exploit della Basilicata con il suo 67%. L’incremento dei consensi, pur nella sconfitta, in Lombardia e Veneto. La conferma della bontà della scelta dei candidati Presidenti, che è anche conferma della qualità nettamente migliore della classe dirigente nazionale e locale del centrosinistra, e che riesce a coinvolgere, come dimostra il caso di Vendola, anche personalità che sono espressione di culture maggiormente radicali. Quest’ultimo aspetto richiama la positività del coinvolgimento anche di Rifondazione Comunista in una prospettiva di governo, e dunque in un’azione che si arricchisce delle idee dei singoli partiti, ma soprattutto è volta alla sintesi di un progetto comune. La campagna elettorale ha anche confermato la capacità di mobilitazione concorde dell’Unione, con l’impegno di tutti i suoi leader nazionali e la guida di Romano Prodi; i risultati hanno premiato il paziente lavoro di chi – permettetemi di ringraziare per tutti Franco Marini – ha lavorato per costruire soluzioni unitarie dappertutto, con un giusto equilibrio sia nelle scelte dei candidati Presidenti, sia nel complesso delle candidature, cui tutti hanno accettato di sacrificare qualche interesse particolare, venendo infine premiati tutti dal grande successo elettorale.

Positivo è il concorso delle forze della Federazione dell’Ulivo al risultato generale, sia nelle nove regioni in cui ci siamo presentati col simbolo di Uniti nell’Ulivo, sia nelle cinque in cui abbiamo presentato le liste dei nostri partiti. Il buon risultato che era stato conseguito nelle Europee dalla lista unitaria (32,8% nelle 9 regioni) si consolida e cresce al 33,9%. Se consideriamo i voti dati direttamente ai candidati Presidenti e, in due regioni, una ragionevole quota riferita alle liste vicine al Presidente, il dato è ancora più consistente (anche se fa registrare un calo in voti assoluti). Spiccano in questo contesto positivo i risultati delle regioni cosiddette “rosse”, dove la lista unitaria assume una rilevanza politica dominante, dal 40% delle Marche al quasi 49% della Toscana.

Positivo è anche il risultato della Margherita, sotto tre profili principali. Per i voti raccolti nelle cinque regioni dove abbiamo presentato il nostro simbolo: il 16,8% in Abruzzo, il 16% in Campania, il 14,5% in Calabria, il 10,4% in Piemonte, il 9,7% in Puglia: un milione e centosessantamila voti, la conferma come terzo partito del paese ben sopra ad Alleanza Nazionale, la riuscita come primo partito della Campania. Una media sul totale degli elettori pari al 13,1% in regioni nelle quali avevamo raccolto il 13,7% nelle politiche del 2001 (quando con noi era l’UDEUR, che in queste regioni ha ottenuto un buon risultato, superiore al 5%).

Per il numero di eletti nei Consigli regionali. Anche se non disponiamo dei dati definitivi, la Margherita ha eletto quasi cento Consiglieri regionali, con una crescita di 26 eletti rispetto a 5 anni fa, quando correvano distinti i nostri tre partiti fondatori con i relativi candidati: 19 in più nelle regioni con liste separate, 7 in più nelle regioni con liste unitarie. Quest’ultimo aspetto va rimarcato poiché l’elemento forse più problematico nelle elezioni Europee – a causa di nostre inadeguatezze nella preparazione e nello svolgimento coordinato della campagna elettorale – era stato l’aver raccolto un numero insufficiente di eletti; stavolta, salvo limitate eccezioni, l’impegno nel territorio è stato premiato. Il terzo profilo di successo è legato ai nostri candidati. La Margherita non aveva Presidenti uscenti in queste regioni, ed ora ne ha tre, con grande consenso ed autorevolezza: Agazio Loiero in Calabria, il già citato Vito De Filippo in Lucania, GianMario Spacca nelle Marche. Tra i Sindaci, nostri candidati colgono successi formidabili: Francesco Ricci riconquista dopo 11 anni Chieti dalla Destra con oltre il 64% di voti, e nostri candidati vincono a Lodi, Macerata e Andria, tra i capoluoghi, e in decine di altri comuni, dalla Liguria alla Puglia. Le nostre liste registrano consensi enormemente differenziati: siamo primo partito in molte realtà (e spiccano il 32% di Pontecagnano e in molti centri del Mezzogiorno, ma voglio citare anche il 17% di Samarate - VA), oppure ci ritroviamo in una robusta media nazionale (il 15% di Lodi, di Sarzana, di Senigallia, di Guidonia, di Torre Annunziata, di Manduria, di S. Giovanni in Fiore), ma anche ben al di sotto in non pochi Comuni dove otteniamo un risultato a una cifra (per scontentare una sola realtà cittadina, citerò il risultato di Taranto, unico capoluogo riconquistato dalla Destra, con un nostro negativo 4,4%). A dimostrazione di una maturazione del quadro generale del consenso alla Margherita: dove ci sono candidature forti e un buon lavoro amministrativo, il “marchio” funziona, ma soprattutto viene premiato il lavoro locale; dove questo non avviene, i risultati sono scarsi. Dobbiamo esserne consapevoli, e i nostri livelli regionali debbono intervenire con decisione e condivisione nelle realtà che si sono attestate su risultati insoddisfacenti nell’ultimo triennio di elezioni locali. Va comunque rilevato un altro aspetto confortante: un significativo ritorno di voto di opinione assieme al voto legato a buone candidature nelle maggiori città: quasi il 13% a Torino, quasi il 12% a Napoli, con sensibili progressi rispetto alle Provinciali dello scorso anno, che avevano segnato in quasi tutte le grandi città risultati non positivi. E fatemi esprimere particolare soddisfazione perché hanno avuto successo, nelle regionali, i DS, ma anche lo SDI dove come noi si sono presentati autonomamente. Questi risultati marcano un equilibrio positivo in senso riformista e non “radicale” delle nostre coalizioni, che pur conservano il loro carattere inclusivo. Va registrato che nel rapporto tra regioni con presentazione di “Uniti nell’Ulivo” e con presentazioni distinte – pur nel successo di entrambi i formati elettorali – è risultato maggiore il successo delle presentazioni distinte: nelle 9 regioni con liste unitarie, l’Ulivo ha raccolto 640.000 voti proporzionali in meno rispetto alle Europee di un anno fa, e 1.930.000 voti in meno rispetto alle politiche del 2001. I partiti dell’Ulivo (DS, Margherita, SDI) hanno invece raccolto con i simboli distinti 425.000 voti in più rispetto alla lista unitaria delle Europee dello scorso anno (soprattutto nel Sud), e 11.000 voti in meno rispetto alle Politiche.
Sono dati oggettivi, ma naturalmente ogni scelta politica porta saldi non sempre riscontrabili nei numeri. E noi dobbiamo sempre farci guidare dalla strategia politica.

Un tema molto rilevante, anche se del tutto singolare, è quello delle elezioni veneziane. E’ singolare perché si è trattato dell’unica grande realtà in cui il centrosinistra si è presentato diviso. Tutti conosciamo le divergenze di esperienza amministrativa e personali tra il Sindaco uscente Paolo Costa e Massimo Cacciari, che avevano attraversato il nostro partito veneziano. La mia valutazione personale sull’operato amministrativo di Costa è stata positiva. Tuttavia, non si può ignorare una distanza tra l’operato del governo locale e una parte, crescente, del giudizio popolare. Noi siamo un partito politico; dobbiamo assumere delle responsabilità. Dopo aver lasciato a lungo, com’è sempre doveroso, che i livelli locali formassero un loro accordo e di fronte a perduranti divisioni trasversali tra i partiti veneziani, i responsabili del partito a livello nazionale hanno formulato in successione diverse e serie proposte ai nostri alleati. Si trattava di adempiere al preciso accordo di coalizione (dopo la scelta di un candidato diessino alla Provincia, eletto lo scorso anno con il nostro pieno sostegno, e di un altro candidato diessino nelle regionali del Veneto) per cui era responsabilità della Margherita indicare il candidato Sindaco di Venezia. Purtroppo, con argomentazioni che apparivano via via più speciose – in una città che vede il campo democratico e progressista senz’altro largamente prevalente – tutti i nostri candidati sono stati bocciati. Nelle ultime, tese giornate, mentre affiorava che un accordo che escludeva la Margherita era stato preso con il PM Casson, venivano rigettate dalle forze “rosso-verdi” ancora ulteriori candidature, sia di autorevoli tecnici esterni, sia di altre personalità di rilievo dell’area della Margherita. Il giorno precedente la data di presentazione delle liste è stata formalizzata l’inaccettabile candidatura Casson – inaccettabile per il profilo politico della decisione, per lo sconosciuto profilo amministrativo del candidato, e per l’ingresso immediato di una influente figura giudiziaria nello stesso agone politico- amministrativo in cui fino a 24 ore prima aveva esercitato le sue funzioni (tanto che le più autorevoli espressioni della Magistratura associata hanno protestato contro la scelta, ed il CSM ha velocemente approvato nuove regole per scongiurare che un simile evento possa ripetersi in futuro). Questo ha suscitato una difficile – perché solitaria – quanto coraggiosa reazione del nostro partito locale, cui non è mancato il sostegno dei livelli federali. Massimo Cacciari ha deciso di scendere in campo per la sua città e anche per l’onore del nostro partito. Ha presentato la sua candidatura a Sindaco riuscendo a sconfiggere nel primo turno candidati del centrodestra che disponevano sulla carta di un ben maggiore numero di consensi e, nel ballottaggio, come tutti sappiamo, ha vinto contro Casson. Con il 13,5% dei voti, e in alleanza con l’UDEUR e le limitate forze dei repubblicani europei e due liste civiche, la Margherita ha così conseguito 26 consiglieri comunali a Venezia. Massimo Cacciari è ora impegnato a ricostruire sulla base del suo programma votato dagli elettori veneziani una coalizione di centrosinistra. Terrà certamente conto dei consensi ricevuti anche da elettori moderati nel turno di ballottaggio e tenterà di riunire tutto l’Ulivo e la più larga parte possibile dell’Unione. E’ stato un successo importante, e pur non volendo minimizzare i conflitti locali che troppo a lungo hanno ostacolato una soluzione unitaria – con responsabilità di tutti, ed anche nostre – credo che l’esito della vicenda contenga un utile messaggio per chi immaginasse di ripetere ingiuste discriminazioni verso la Margherita e di subire o far subire snaturamenti gravi del profilo riformista dell’Ulivo e della nostra alleanza.

Dunque: bene l’Unione, bene l’Ulivo, bene la Margherita.

Bene, complessivamente, il rapporto tra centrosinistra e centrodestra. Nell’insieme delle 14 regioni, il voto maggioritario – quello ai Presidenti – vedeva 5 anni fa uno svantaggio di oltre un milione e mezzo di voti. Nelle politiche del 2001 riducemmo lo svantaggio in queste 14 regioni ad appena 91.000 voti (non dimentichiamo che non hanno votato in questo aprile le regioni a Statuto speciale, oltre al Molise. Salvo il Trentino, si registrò una prevalenza del Polo, che fu travolgente in Sicilia). Stavolta, registriamo un larghissimo vantaggio, di oltre duemilioniquattrocentomila voti popolari.
Rispetto al 2001, tuttavia – se sommiamo ai partiti del centrosinistra la lista Di Pietro, ricordando che allora Rifondazione non corse con l’Ulivo e non si presentò alla Camera dei Deputati – mancano all’appello circa 800.000 voti. Nelle regionali si è registrata una maggiore astensione pari a più di dieci punti, che ha certamente punito il centrodestra, ma in misura minore ha senz’altro riguardato anche il nostro elettorato. Quindi, non abbiamo ancora fatto il pieno dei nostri voti potenziali, e resta tutto da vedere, nell’arco dei prossimi dodici mesi, quanta parte dei milioni di voti perduti potrà essere recuperata dai nostri avversari.

Come emerge dalle prime analisi pubblicate sul voto, le tendenze sono incoraggianti, a nostro favore. Per almeno tre motivi: perché si conferma una tendenza significativa tra i neo-elettori, già emersa nelle politiche, a premiare il centrosinistra; perché si conferma una molto maggiore motivazione e determinazione relativa del nostro elettorato a partecipare alle votazioni in una chiave di forte contrapposizione a Berlusconi e alla Destra; perché i flussi di spostamenti di voti che sono stati finora analizzati sono nettamente favorevoli al centrosinistra. Non è ancora chiaro quanto pesi il doppio fenomeno che riguarda le astensioni, con un importante passaggio di elettori dal Polo al non voto e, in misura minore, da precedenti comportamenti astensionistici – quasi un voto “di attesa” – al centrosinistra; e quanto pesino i passaggi diretti di voti dal centrodestra al centrosinistra, che appaiono senz’altro più significativi nel Mezzogiorno.
Si conferma il fenomeno importante del voto diretto ai candidati Presidenti (in queste elezioni, il 10,4% dei voti validi del centrosinistra, e il 9,5% del centrodestra), e si registra in quattro regioni una percentuale media di un 4,4% di voti conquistati da liste collegate ai Presidenti.

Tornando a riflettere sui risultati raccolti dalla Margherita, possiamo ragionevolmente ritenere che le tesi di chi preconizzava un declino del nostro partito siano superate. Non perché il partito abbia in tasca un patrimonio stabile ed irrevocabile di consensi.

Ma perché abbiamo finalmente verificato un sostanziale allineamento tra i sondaggi – che hanno a lungo presentato la Margherita su una media nazionale attorno al 13% – e i risultati elettorali. Con differenze nei risultati in funzione della penetrazione del nostro messaggio politico, del radicamento territoriale e della qualità delle liste, della percepita nostra partecipazione a un disegno unitario.

Il partito ha perduto il notevole vantaggio in termini di voti legato alla identificazione diretta (e “visiva”, nei simboli) con il candidato premier del 2001; ha visto una quota di rientro di consensi 2001 a sinistra – e specialmente ai DS, che si sono riportati a livelli assai positivi (il 17% nelle 5 regioni dove si è votato con liste distinte, ma un dato che deve senz’altro crescere attorno al 20% se consideriamo le altre, e in particolare le “regioni rosse”); ha perduto il precedente apporto dell’UDEUR (che ha conseguito quest’anno nelle 14 regioni due punti e mezzo percentuali, con significative crescite nel Sud). Questi fattori - cui va aggiunto il noto tema per cui l’elettorato della Margherita è di più recente autoidentificazione, e quindi “più leggero” e vede un numero relativamente maggiore di potenziali simpatizzanti votare solo per i candidati Presidenti, Sindaci etc fanno testimoniare i risultati assoluti e percentuali raccolti in questo mese di aprile sotto il nostro simbolo a favore di una Margherita che ha effettivamente una capacità attrattiva ben superiore a quello che è stato identificato come lo “zoccolo”, cioè la dotazione minima dei nostri consensi. Una Margherita che ha concorso in modo importante alla conquista di consensi provenienti da elettori astensionisti intermittenti, elettori indecisi, elettori direttamente provenienti dal centrodestra.

Questi temi meritano ulteriori approfondimenti sulla base di analisi appropriate, e tra breve avanzerò alcune riflessioni sulle implicazioni degli assetti e degli spostamenti elettorali.

Voglio qui introdurre una questione che sarà oggetto di nostre meditate valutazioni e decisioni nei prossimi mesi: ovvero, se presentare alle elezioni politiche, accanto al simbolo dell’Unione che comparirà nelle schede per il maggioritario, il simbolo del nostro partito, oppure partecipare con una lista di Uniti nell’Ulivo per la quota proporzionale. Premetto subito che dovremo sviluppare questo argomento a ragion veduta, costruendo preventivamente una riflessione e possibilmente una completa intesa con le altre forze della Federazione dell’Ulivo. Qui porterò solo tre considerazioni preliminari.
1.Noi abbiamo deciso di dar corso alla Federazione dell’Ulivo. Di esserne animatori e protagonisti convinti. L’abbiamo deciso all’unanimità e siamo chiamati a farlo in modo visibile, attivo, creativo: il destino del centrosinistra è infatti strettamente legato al successo dell’aggregazione riformista e alla sua credibilità e capacità di concorrere in modo decisivo alle politiche della coalizione in vista delle future, possibili, tanto impegnative responsabilità di governo. Ho ricordato nei giorni scorsi che NON ABBIAMO ANCORA VINTO LE ELEZIONI POLITICHE e che vi sono quasi dieci milioni di elettori che non hanno votato in questo aprile rispetto al maggio 2001, perché si sono astenuti o perché risiedono in Sicilia e nelle altre regioni in cui non c’erano elezioni. Dunque, vi è una conquista da completare e una riconquista da impedire. E’ bene ricordarlo a chi già immagina liste di ministri, ed è bene dare un messaggio di forza, ma anche di non alterigia agli elettori. Della credibilità della nostra offerta di governo fanno parte la guida di Romano Prodi, le forze politiche e le sensibilità in campo, e la capacità propositiva della Federazione dell’Ulivo.

2.Sappiamo che non è automatica la connessione tra il disegno unitario della coalizione di centrosinistra e lo sviluppo politico della Federazione dell’Ulivo con una univoca modalità di presentazione nei diversi livelli di elezioni. In Italia, ogni tipo di competizione ha un sistema elettorale differente; ed anche radicalmente differente. Va scelto in ciascun caso – anche tenendo conto delle forti differenze che vanno confermandosi nelle tre macro-aree del paese (Nord, regioni “rosse”, Sud), tra voto urbano-metropolitano e voti nelle province, soprattutto nella regione padana, ma presenti in molte altre parti del paese – che cosa convenga fare per vincere; nelle elezioni politiche, cosa convenga per favorire la conquista di una maggioranza adeguata, indispensabile per governare con una “coalizione lunga” come la nostra. Non abbiamo seggi in avanzo, e dobbiamo scegliere con grande oculatezza.

La diversità di modalità di voto deve indurci a studiare bene prima di decidere cosa fare con riferimento al 25% di seggi da attribuire con il sistema proporzionale nella Camera dei Deputati. Dipenderà anche dal profilo politico del nostro schieramento, ovvero da quali e quante liste si presenteranno nella parte proporzionale.

3.Una responsabilità dovremo tuttavia assumere con grande nitidezza. Un’eventuale non presentazione del nostro simbolo sulla seconda scheda delle elezioni politiche dovrebbe assolutamente soddisfare l’esigenza fondamentale stabilita dal nostro Congresso: che il Partito continui nella sua attività e nella sua funzione politica per concorrere all’equilibrio e all’innovazione indispensabili all’Unione di centrosinistra. La Margherita non è un partito provvisorio. Non deve scomparire in un “partito unico” in cui prevarrebbero apparati e radicamento identitario ben più forti e sperimentati del nostro. Non può essere attirato verso appartenenze internazionali a noi estranee (e come sappiamo il problema è serio, vista l’indisponibilità che abbiamo registrato a dar vita a un gruppo innovativo di centrosinistra nel Parlamento Europeo).
Personalmente, non ho maturato un orientamento da proporvi in vista della presentazione dei simboli nella scheda proporzionale delle politiche. Dobbiamo arrivare insieme alla decisione, in base a valutazioni obiettive, per nulla ideologiche. Possiamo dirlo oggi con la massima serenità, alla luce dell’esperienza: vista la riuscita positiva sia delle liste unitarie con i loro messaggi di coesione elettorale delle forze riformiste, sia di quelle distinte, e avendo registrato un progresso nella percezione unitaria da parte degli elettori, sia per il complessivo profilo delle coalizioni regionali guidate dai candidati Presidenti, sia per il corale impegno dei leader dell’Ulivo e del centrosinistra. Possiamo dire che forse alcuni accenti troppo enfatici sul legame tra destino della Federazione e modalità di presentazione nelle regionali non erano necessari. Sappiamo che il successo della Federazione e della cooperazione tra i nostri partiti non sarebbe né inficiato da una presentazione distinta nella scheda proporzionale, né paralizzato nel caso di un’ipotetica minor riuscita di una lista Uniti nell’Ulivo tra dodici mesi.

C’è un cammino strategico da compiere, che sappiamo necessario al paese, in cui crediamo, e che continuerà secondo quanto abbiamo concordemente deliberato. Anche per questo, suggerisco che mentre oggi è necessario scambiarci valutazioni sull’esperienza di queste elezioni, è utile che il dibattito nel merito delle scelte future si svolga in una prossima e ben preparata riunione collegiale, così come abbiamo concordato con gli alleati e con Prodi una “moratoria” delle esternazioni in materia. Personalmente, come vi ho detto, mi dispongo in modo aperto a questo confronto.

La riflessione sul voto deve affrontare ancora due aspetti politici, che sono stati oggetto di dibattito pubblico. C’è stato l’inizio dell’annunciato “scongelamento” dell’elettorato di Berlusconi ? Quale atteggiamento deve tenere la Margherita di fronte a fenomeni di crisi (di linea politica, di personale politico, di mondi organizzati) già schierati nel e col centrodestra?

Una ricognizione interessante delle “Ragioni del voto” è stata effettuata dal CENSIS, secondo cui il fatto nuovo delle elezioni regionali consisterebbe in una convergenza verso l’Unione di ceti medi: “percettori di redditi fissi da lavoro dipendente penalizzati da inflazione e pessimisti verso il futuro, e anche una robusta minoranza di commercianti e artigiani disillusi”. Il CENSIS disegna un numero significativo di spostamenti – non ne precisa la direzione – soprattutto da parte di elettori meridionali, donne e più giovani; descrive un significativo spostamento verso l’Unione di elettori che si autodefiniscono di centro e moderati, e che ancora un anno fa avevano scelto il centrodestra.

La mia opinione è che dobbiamo attrezzarci a leggere differenze anche molto pronunciate tra le diverse realtà del nostro territorio. Tuttavia, possiamo riscontrare, in un dato nazionale tanto robusto, due tendenze fondamentali: oltre al già citato significativo passaggio di consensi a nostro favore nel Mezzogiorno, una situazione persistentemente difficile nel lombardo-veneto e nel Piemonte fuori dell’area torinese. Con due conseguenze politiche che vedo prioritarie: il dovere di utilizzare la guida in quasi tutto il Sud dei governi regionali per coordinare politiche di sviluppo che diano visibili segni positivi a un elettorato che non dev’essere deluso. La consapevolezza che siamo ancora minoranza nel Nord, e che dobbiamo presentare da qui alle elezioni proposte più convincenti alla borghesia produttiva, ai piccolissimi, piccoli e medi imprenditori.

I molti spostamenti nel voto – che hanno coinvolto circa il 15% del corpo elettorale secondo il CENSIS, immagino includendo le astensioni – confermano la mia convinzione: che fosse sbagliato il dibattito polemico che contrapponeva un appello a mobilitare i “nostri” rispetto alla ricerca di voti centristi, di elettori indecisi o intermittenti. Il punto, come sempre nel bipolarismo, risiede nella necessità di compiere entrambe le operazioni: mobilitare il nostro elettorato (ma a questo scopo, lo sappiamo, ha provveduto innanzitutto l’antagonismo verso Berlusconi, assieme alla nostra visibile unità) e recuperare posizioni fuori dal nostro campo.

Per la parte politica generale di questa operazione, legata al voto di opinione, credo possiamo rivendicare di aver contribuito sia rafforzando l’unità dell’Ulivo e del centrosinistra, sia con la notevole spinta propositiva della Margherita, che è stata apprezzata negli ultimi mesi da settori importanti dell’opinione pubblica. Pur in elezioni regionali, in cui è molto alto per tutti il tasso di “preferenzialità”, il fatto che la Margherita abbia raccolto nelle 5 regioni con le liste distinte circa 240.000 voti sul solo simbolo di partito, è indizio confortante. Vi sono poi le operazioni legate al territorio, in cui in molti casi si registrano, da tempo, cambi di alleanza da parte di liste civiche, gruppi o singole personalità, in varie direzioni, dai DS all’UDEUR, e in non pochi casi verso la Margherita. I nostri Coordinatori regionali conoscono numerose situazioni locali in cui queste scelte sono state e sono decisive. Vorrei raccomandare a tutti di valutare con attenzione il da farsi. Non mi riferisco all’adesione alla Margherita – a proposito: ricordo a tutti che le adesioni dovranno essere raccolte entro il prossimo giugno! – che ha uno Statuto che disciplina con precisione in modo liberale e garantista l’ingresso nel partito. Penso piuttosto a situazioni più complesse, in cui si raccomanda che gruppi organizzati vengano accolti evitando crescite non metabolizzabili nel partito a livello locale, con attenzione alla qualità dei personaggi cui dare funzioni e visibilità nel partito. Ma so che le nostre realtà del territorio sono molto attente a questi processi (fisiologici in una forza politica aperta, e indispensabili in un sistema maggioritario), come ho più volte potuto verificare in ogni parte d’Italia.

Concludo, care amiche ed amici, con alcune considerazioni sulla crisi in atto nel governo Berlusconi. Dico che la crisi è in atto, anche se questo pomeriggio alla Camera dei Deputati il Presidente del Consiglio chiederà di vedersi rinnovato il mandato: è una crisi politica profonda nella maggioranza; una crisi verticale di fiducia presso la maggioranza degli italiani; una crisi generale nelle risposte da dare alla grave crisi economica, allo stallo nella crescita e alla perdita di capacità produttive e di competitività. Gli italiani sanno che il governo ha aggravato questi punti di crisi e ha introdotto un vero e proprio guasto nella finanza pubblica.

Abbiamo alcuni mesi per preparare un progetto di governo nuovo e credibile. L’unità è assicurata; la guida di Prodi è già decisa ed in campo. Ora, la priorità assoluta è la preparazione del nostro programma per governare il paese e farlo uscire dal pantano, dalla sfiducia, dalla confusione istituzionale, per proiettarlo verso un futuro di coesione sociale e profonda innovazione.

DL la Margherita deve svolgere una funzione essenziale perché l’Unione vi riesca, avendo al centro la Federazione dell’Ulivo. La Federazione deve far bene il suo lavoro: con riferimento ai compiti strategici che le abbiamo conferito, penso sia urgentissimo che ci si mobiliti con accenti nuovi sul tema europeo, alla vigilia di un referendum francese sul Trattato Costituzionale che può rovesciare l’orizzonte di quella che non retoricamente abbiamo chiamato la nostra “seconda Patria” – e mentre il rientro di Tremonti al Governo lascia presagire che i nostri avversari rinnoveranno, di fronte ai loro fallimenti, il tentativo di fare propaganda antieuropea. Sul confronto globale in atto riguardante l’affermazione e la crescita della democrazia, che è compito delle forze democratiche promuovere; e con la giusta combinazione di “soft power” e “hard power”. Sull’organizzazione della Repubblica, poiché non potremo efficacemente contrapporci alla sciagurata deformazione della Costituzione e alla Devolution senza un aggiornamento razionale ed efficace della nostra visione del funzionamento che proponiamo per le istituzioni centrali, regionali, locali del paese.

Quanto alla Margherita: andremo ai referendum – iniziativa che in termini di metodo non abbiamo apprezzato per la sua unilateralità e l’impegno ufficiale con insegne di partiti con noi federati – garantendo la più piena espressione delle differenti convinzioni di coscienza e scientifiche che già si sono manifestate in un partito laico come il nostro (per il no, per il sì, per l’astensione) su una complessa materia bioetica, di “biopolitica”, su cui vige libertà e non disciplina di maggioranza nel partito.

Lavoreremo alacremente per contribuire a configurare in senso riformatore e innovatore il programma su cui l’Unione si candida alla guida dell’Italia. Abbiamo imparato molto dalle difficoltà della prima stagione del bipolarismo italiano. Possiamo conquistare la fiducia di vasti settori di elettorato che pensano ad un’Italia in cui le regole debbono funzionare ed essere uguali per tutti, come si addice a un sistema liberaldemocratico. Che ci chiedono di essere attentissimi alle parti deboli della nostra comunità, come si addice ai più evoluti modelli sociali europei. Che ci sollecitano a restituire forza produttiva e competitiva al sistema economico, come si addice alle economie più dinamiche del nostro tempo. Il Governo Berlusconi è a fine corsa, noi dobbiamo essere consapevoli che la prova è difficile, difficilissima, ma entusiasmante, che l’Italia è messa male, ma ha i talenti per farcela; che tocca a noi attivare questi talenti, risvegliare le idee migliori, unire le forze, progettare un futuro che renda speranza al nostro popolo.

Buon lavoro.

26 aprile 2005


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