Democrazia è libertà - La Margherita - Per l'Ulivo La Margherita - Provincia di Lecco cerca nel sito
home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link

PD

Riflessioni sulla sconfitta elettorale

di Giuseppe Adamoli

Il voto di domenica scorsa è stato, per riconoscimento generale, un voto di carattere politico. Questa tendenza era prevedibile per le Province, ancora oggi impopolari e considerate dagli elettori poco più che enti inutili, ma tutto sommato sorprendente per i comuni nei quali i cittadini si identificano primariamente. La forbice del 15% fra la partecipazione elettorale provinciale e comunale è lì a dimostrarcelo. Eppure anche i risultati comunali sono stati influenzati in modo spesso decisivo dalla valenza nazionale del voto.
Sulla Provincia di Varese dico soltanto che l’Ulivo aveva presentato una buona lista di candidati e che Mario Aspesi era un ottimo candidato Presidente. Lo ringrazio per la campagna appassionata, tenace, moderna che ha fatto. Sul piano politico c’è il rammarico per alcune defezioni come l’Italia dei Valori e l’UDEUR, poco importanti sul piano numerico ma pur sempre significative sul piano simbolico. Per il resto le elezioni hanno confermato che abbiamo perso molti legami con il territorio, che la nostra organizzazione (Margherita-DS) va profondamente cambiata, che bisogna aprire canali nuovi di vita politica.

Si è trattato, dunque, di un voto politico, ma le responsabilità non possono essere ascritte tutte e soltanto al Governo che pure ha ricevuto una lezione pesante. Oltre al Governo, ha inciso lo stato deludente dell’Unione mentre il guado nel quale si trova il Partito Democratico non ha certamente aiutato.
L’attacco al Governo Prodi, anche da parte di elettori che lo avevano votato, è in buona parte meritato. Nella disillusione generale non può però essere dimenticato quanto di buono è stato fatto in questo primo anno. La fine delle leggi ad personam, il ripristino del rigore legalitario dei provvedimenti presi, il contributo decisivo al riordino dei conti dello Stato. Ma su certi errori una presa di coscienza pubblica è necessaria, e dovrebbe farsene carico Prodi in prima persona. Era indispensabile una finanziaria così dura, salvo registrare dopo pochissimi mesi la sussistenza di un surplus fiscale sulla cui ridistribuzione non si è ancora finito di litigare? Ciò ha dato l’impressione soprattutto agli artigiani, ai piccoli imprenditori, ad alcune categorie professionali di essere state ingiustamente tartassate da un fisco vessatorio. Dire che queste e altre fasce sociali non vogliono pagare le tasse solo ed esclusivamente per egoismo significa essere fuori dal mondo.
Un altro esempio riguarda il pacchetto sicurezza, che comprende l’indulto e l’immigrazione. Questa partita è stata giocata in un modo che troppi cittadini, anche vicini al centrosinistra, hanno ritenuto equivoco ed incerto.
Un conto è il dovere dell’accoglienza degli immigrati che sono ormai una risorsa di lavoro insostituibile, un altro conto è la piaga della clandestinità. Il Governo ha lavorato bene su questo fronte? Peccato che la gente non se ne sia accorta. Tu parli di casa, loro dei musulmani, tu parli di una convivenza serena e loro della piccola e grande delinquenza. Le paure vanno combattute, ma anche comprese. Dare la colpa soltanto alla propaganda avversaria è consolatorio, ma sbagliato.

Su tutta l’azione di governo, questa è una percezione comune, la comunicazione, oggi più decisiva che mai, è risultata inefficace o poco convincente. La responsabilità di questo stato di cose è tutta attribuibile alle insufficienze di Palazzo Chigi? No, i difetti strutturali dell’Unione sono sempre stati davanti ai nostri occhi e non possono essere superati solo con una più forte ed autorevole guida del Governo. La babele delle lingue nell’Unione è stata in molti casi devastante. Gli esempi sono infiniti. Per le infrastrutture del nord, questo Governo sta facendo qualcosa di più del precedente (spronato dall’Ulivo regionale), eppure sulla Pedemontana, sulla TAV, su Malpensa il contrasto fra i Ministri, anche in campagna elettorale, ha quasi annullato l’appeal elettorale dei provvedimenti. Il caso Antonio Di Pietro – Paolo Ferrero, due Ministri del Governo Prodi che nell’ultima settimana elettorale ed a distanza di due giorni dicono a Varese cose contrapposte sulla Pedemontana, più che politico è un caso patologico o clinico. Prodi dovrebbe fare ricorso ai licenziamenti ministeriali, ma così metterebbe fine alla sua coalizione, questo è il punto. In politica estera il Governo che riceve Bush, e alcune forze politiche della maggioranza che manifestano la volontà di contestarlo in piazza, è un altro fatto paradossale. Sulla legge elettorale i veti e le minacce di crisi governo di Mastella e Diliberto si sprecano. E così via.

E’ in questo quadro, largamente previsto e prevedibile, che è venuta rafforzandosi negli ultimi anni l’idea del Partito Democratico. Proprio per garantire al Governo dell’Unione un timone in grado di rassicurare e conquistare la parte silenziosa, incerta e decisiva degli elettori. Ebbene, noi abbiamo presentato in queste elezioni un Ulivo in consunzione che è sul punto di essere sostituito da un partito che ancora non c’è. Gli elettori hanno votato, o si sono astenuti, pensando al Partito Democratico e volendolo punire preventivamente? Questa tesi non mi convince. Certo bisogna uscire subito dal guado, proporre con forza un progetto già in parte elaborato dai Congressi DS e Margherita. Darsi una leadership unificante ed energica. Predisporre una forma partito schiettamente federale su base regionale. La scelta del Partito Democratico implica un’apertura formidabile alla società. Le primarie, a questo punto, non rappresentano più un’opzione ma una necessità. Con un’avvertenza però: le primarie hanno successo quando si sceglie un leader (Prodi ottobre 2005), oppure i candidati sindaci o presidenti, oppure i candidati nei collegi uninominali di Camera e Senato ed eventualmente delle Regioni, se ci saranno i collegi uninominali. Possono aver successo quando si deve costituire un’assemblea di duemila persone? Bisogna riflettere bene su questo punto. I cittadini debbono sapere che sono in gioco scelte politiche chiare, oppure candidature che contano davvero, altrimenti il rischio dell’indifferenza è altissimo.

Tornando al risultato elettorale, il fenomeno dell’astensionismo, questo è notissimo, ha colpito per la prima volta in maniera preoccupante il Centrosinistra. Sarà interessante lo studio dei flussi elettorali, ma ad oggi appare probabile che l’astensione abbia danneggiato tutte le componenti dell’Unione, dalla Margherita all’estrema sinistra. Tutto ciò ha un suo lato confortante, se non viene usato per addormentare le coscienze. I nostri elettori astensionisti non hanno varcato il Rubicone, non sono passati al campo avversario. Potrebbero farlo la prossima volta oppure tornare con noi, dipende dalle nostre politiche.
L’astensione è stata certamente praticata anche dagli elettori tradizionali della Margherita di cultura cattolica. Il Family day e la polemica sui DICO hanno avuto il loro peso. Savino Pezzotta afferma che la grande manifestazione di Roma non era contro il Governo. La sua buona fede è fuori discussione ma il giorno prescelto, in piena campagna elettorale, non può essere stata una scelta casuale. Polemizzare con l’associazionismo cattolico sarebbe però oggi il peggiore dei rimedi. Dobbiamo porci all’ascolto, ma anche affermare la nostra laicità, che io credo sia largamente condivisa anche da loro. Sulla famiglia servono politiche concrete fatte di servizi e di sostegni economici alla natalità. Questa può essere la strada giusta per il dialogo e la riconciliazione. I DICO non erano una priorità per noi, l’abbiamo subita sbagliando, ma io continuo a difendere il documento dei sessanta parlamentari della Margherita.

Anche il dibattito che si è scatenato sui costi della politica, imprudentemente attizzato anche a sinistra proprio alla vigilia della campagna elettorale, ha prodotto, soprattutto nel nostro elettorato, sensibilissimo ai contenuti etici, confusione, irritazione, voglia di astensione. E’ un terreno sul quale bisogna agire urgentemente e concretamente, perché lì si annida il pericolo di una demagogia sfrenata che porta all’antipolitica. Apparati politici talvolta sovrabbondanti, enti inutili, spese di rappresentanza e consulenze eccessive, burocrazie gonfiate, non sono certo una invenzione e sono vizi perfino aumentati rispetto alla fase del declino della prima Repubblica. Ebbene si eliminino. La cosa incredibile e incresciosa è che queste responsabilità vengano imputate soltanto al Centrosinistra.
Attenzione però, i costi della politica vanno abbattuti senza intaccare i costi della democrazia, ineludibili e indispensabili. Si è perfino sentito dire da fonti autorevoli (Casini, il Ministro Santagata ed altri) che bisogna ridurre il numero dei Consiglieri comunali, ma i Consigli comunali sono da sempre la prima palestra di democrazia, costano pochissimo e semmai sono da valorizzare e potenziare. Che senso ha dire queste cose se non nascondere le piaghe vere che vanno estirpate? Non imbocchiamo scorciatoie illusorie e populiste. La strada maestra resta la riforma del Parlamento e della legge elettorale. Sono una priorità del sistema Italia e un modo concreto per aiutare la riforma della politica.
Sulla Lombardia e sul Nord bisogna recuperare in fretta la lucidità dell’analisi. In Italia esiste una sola grande questione territoriale ed è la questione meridionale grave dal punto di vista sociale, economico, educativo, gravissima sotto l’aspetto della normalità legale. (A proposito, quanto ci è costata la “spazzatura di Bassolino” che ci ha tormentato visivamente per mesi e mesi?). Da noi è preoccupante il ritardo culturale del Centrosinistra e la fatica che fa nel capire il territorio più avanzato, produttivo ed europeo. Nel quale un operaio su tre diventa piccolo imprenditore e lo spirito d’impresa è ormai il tessuto che unifica la società, la quale non è antisindacale, è postsindacale.
In Lombardia stiamo lavorando costruttivamente ed unitariamente, salvo alcune frange di sinistra, per il federalismo fiscale e per maggiori forme di autonomia istituzionale superando la tentazione di una opposizione pregiudiziale. Non dimentichiamo che la Francia ha castigato l’autosufficienza della sinistra di Segolene Royal e sta apprezzando Sarkozy che col suo Governo è andato oltre l’idea di un bipolarismo di contrapposizione non dialogante. Il Governo ci ascolti e le cose per noi potranno cambiare in meglio. Poi c’è la riforma dello Statuto, della legge elettorale e dei regolamenti, ma queste sono responsabilità solo regionali. Se i risultati saranno positivi e il protagonismo del Centrosinistra apparirà chiaro, l’aiuto alla nostra risalita elettorale risulterà consistente.

Riflettiamo solo per un attimo sulla crescente difficoltà del Centrosinistra nel far emergere delle forti leadership territoriali al nord. L’organizzazione federale del Partito Democratico, sostengo questa tesi con vigore, può certamente aiutare. Ma è sempre bene non porre troppe speranze sulle questioni soltanto organizzative. I partiti della prima Repubblica, principalmente la DC, il PSI, il PCI erano marcatamente e dichiaratamente partiti centralisti. Ma le leadership politiche radicate al Nord erano fortissime. Marcora, Martinazzoli, Granelli, Rognoni, ma anche Bassetti, Guzzetti e Golfari in Lombardia per la DC. E poi Spadolini, milanese d’adozione, per il PRI. E ancora Donat Cattin e Bodrato in Piemonte, Rumor e Bisaglia in Veneto, sempre per la DC. Craxi e Martelli ed altri ancora per il PSI. Ebbene queste leadership erano emerse senza bisogno del partito territoriale. Tangentopoli ha bloccato altre leadership emergenti, soprattutto in Lombardia, in un’epoca nella quale il regionalismo era sentito, ma il federalismo istituzionale e di partito era un sentimento ancora lontano.
Ora la sensibilità generale è verso un rafforzamento dell’autonomia istituzionale di carattere territoriale. Sono intriso di questa sensibilità, come dice la lettura dei comportamenti e non solo delle parole. Sono da sempre assertore di una forte articolazione territoriale del Partito, che corrisponda però alle istituzioni della Repubblica esistenti e cioè alle Regioni, soprattutto ad una Regione della forza sociale, demografica, economica, culturale come la Lombardia, l’unica che può reggere il confronto con la Baviera. Non a fantomatiche istituzioni di stampo leghista che non vedranno mai la luce, che generano confusione e sembrano dar ragione a Bossi e Calderoli. Rincorrere gli altri sul loro terreno non è mai un’idea vincente. Se poi hanno torto è suicida.
Io resto più che mai convinto che la chiave di volta è culturale, politica, progettuale e programmatica. E che la Lombardia e le altre Regioni del Nord hanno sempre avuto nella missione nazionale il dato saliente del loro successo storico.

1 giugno 2007.


home appuntamenti comunicati documenti circoli dibattito link contatti sommario

note tecniche

Accessi dal 12 agosto 2002: