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L’obbligo scolastico a 16 anni: un passo avanti verso una scuola più europea

di Antonio Rusconi

La nuova legge finanziaria, continuando l’ abitudine un po’ discutibile degli ultimi anni, propone alcune modifiche strutturali al sistema scolastico italiano.

Tra queste, sicuramente la più importante anche per il confronto a livello europeo, è senz’altro all’ art.68 la ridefinizione e il ripristino del concetto di obbligo scolastico e l’ innalzamento dell’ età minima per l’ accesso al lavoro.

Il Comma 1 dispone che a decorrere dall’ anno scolastico 2007/2008 l’ istruzione sia impartita obbligatoriamente per almeno dieci anni (e finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età); a tal fine viene elevata a 16 anni l’ età per l’ accesso al lavoro.

Tale scelta, dove peraltro viene ribadito il regime di gratuità dei primi tre anni delle scuole superiori o dei percorsi di istruzione e formazione professionale, risponde all’ ambiguità riferita alla nozione di “diritto dovere all’ istruzione e alla formazione per almeno dodici anni”, prevista dal D.Lgs 76/2005 in attuazione alla riforma Moratti, mentre permaneva in vigore l’ ammissione al lavoro a 15 anni.

Quest’ultimo dato, insieme al concetto non vincolante di “diritto-dovere”, portava di fatto nelle zone più emarginate del Paese a non intraprendere alcun tipo di scolarizzazione dopo la media o addirittura, purtroppo una vergogna nazionale, a non concludere l’obbligo scolastico.

E’ evidente che questa scelta vincola, a mio parere positivamente, Governo e Regioni ad affrontare l’ applicazione della modifica del titolo V, ovvero l’ art. 117 comma terzo della Costituzione, per un confronto serio per l’ inserimento del percorso della formazione professionale all’ interno dell’ obbligo scolastico, esaltando il ruolo storico di tanti centri di formazione professionale, in gran parte provenienti dalla cultura cattolica e escludendo quelli “fantasma”, di cui la recente inchiesta sui corsi finanziati dalla Regione Lazio nella gestione Storace è purtroppo un esempio di grande sperpero di denaro pubblico.

Una rivalutazione dunque della istruzione e della formazione professionale, con conseguente recupero del ruolo storico degli istituti tecnici, fermerebbe la dannosa deriva liceistica, frutto della prospettiva prevista dalla riforma Moratti per le secondarie, che ha recato alle Province e ai Comuni in questi anni enormi problemi di edilizia scolastica.

L’innalzamento della durata dell’istruzione obbligatoria, oggi, non si caratterizza più per gli aspetti coercitivi connessi ad un obbligo: quasi il 95% degli alunni che conseguono la licenza media si iscrive al primo anno della scuola superiore e coloro che non si iscrivono ed hanno meno di 16 anni, nella maggior parte dei casi, frequentano percorsi integrati di istruzione e formazione professionale o corsi di formazione professionale.

Le ragioni di fondo dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione e dell’età di accesso al lavoro sono essenzialmente due:

  • mettere tutti i giovani in condizione di acquisire i saperi e le competenze ritenute necessarie per garantire un effettivo e qualificato esercizio dei diritti di cittadinanza;
  • consentire una scelta consapevole e non irreversibile, dei percorsi da seguire dopo il biennio (un corso di studi finalizzato all’acquisizione di un diploma o un percorso finalizzato al conseguimento di una qualifica).

La seconda ragione porta ad optare per un biennio unitario, ma non unico. Un biennio in cui le ragazze e i ragazzi cominciano ad esercitare le loro scelte, in coerenza con le loro attitudini e le loro aspirazioni; caratterizzato quindi da una pluralità di indirizzi (umanistici, scientifici, artistici, tecnici e professionali). Un biennio, dopo il quale, sia possibile decidere tra un diploma o una qualifica, senza che, per effetto di queste scelte, siano precluse prospettive di ulteriori sviluppi formativi.

La decisione di portare l’obbligo di istruzione da otto a dieci anni non è quindi una scelta ideologica, ma una scelta meditata che non nega il fatto che una quota di giovani (circa il 5%, in prevalenza maschi) oggi non si iscrive a scuola e che forse avrà difficoltà ad assoggettarsi al nuovo obbligo e non ignora che anche una parte significativa di coloro che si iscrivono deve fare i conti con tassi di ripetenza ed abbandono particolarmente pesanti proprio nel biennio.

Per questi giovani è necessario prevedere iniziative adeguate a contrastare i fenomeni di dispersione. Le esperienze positive non mancano: è necessario diffondere e portare a sistema le tante buone pratiche. L’ipotesi contenuta nella legge finanziaria prevede che il Ministero della pubblica istruzione e le singole Regioni possano stipulare accordi, finalizzati a realizzare percorsi e progetti che, nel rispetto dell’autonomia scolastica, siano in grado di prevenire e contrastare la dispersione e di favorire il successo nell’assolvimento dell’obbligo di istruzione.
Un altro aspetto fondamentale a cui la formazione professionale può e deve rispondere è l’ inserimento fattivo e effettivo dei disabili nel mondo del lavoro, in una logica di libertà di scelta e pari opportunità per tutti: lo Stato ha il dovere di garantire a tutti le medesime opportunità di affermarsi e questo lo si può fare offrendo una pluralità di risposte tra cui anche la formazione professionale, con la convinzione che anche il lavoro può educare.

Questo è il compito che alla scuola italiana viene dagli accordi di Lisbona, ma anche dalla Conferenza sull’Istruzione dell’ OCSE a Parigi nel febbraio 2005, a cui ho partecipato come rappresentante della Commissione VII della Camera: la scuola è chiamata, oggi, ad affrontare una nuova sfida, non quella di un ennesimo intervento di ingegneria istituzionale, ma quella della qualità. La più difficile, perché chiede alla scuola di rimettersi in discussione, ponendo al centro della sua iniziativa non i programmi, ma il processo di apprendimento, non gli adempimenti, ma la persona che apprende.

Una sfida non facile che la scuola non può affrontare da sola. Se le competenze e i saperi, nella società della conoscenza, rappresentano gli investimenti più remunerativi e la migliore garanzia di competitività per un paese, allora è necessario che ci sia consapevolezza e coerenza da parte di tutti, e in particolare di coloro che detengono gli strumenti per orientare e influenzare l’opinione pubblica.

Questo obiettivo passa inequivocabilmente verso una valorizzazione e una rimotivazione del ruolo degli insegnanti, dove deve ridiventare ambizioso per un giovane investire in questa professione come scelta e non come ripiego.

Gianfelice Rocca, vicepresidente di Confindustria con delega per l’ Education, ha avuto in passato modo di affermare che “Un Paese che non investe in Istruzione, Università e Ricerca fa solo bassa manutenzione e non investimento”: questo appello vale per Centro-Destra e Centro-Sinistra, era scritto per il Ministro Moratti, ma resta come giudizio per il Ministro Fioroni, interpella senza ipocrisie Regioni, Province e Comuni.
Per questo l’ obbligo a 16 anni può essere un primo timido passo per una scuola italiana più europea.

On. Antonio Rusconi
Responsabile scuola “Democrazia e Libertà- La Margherita”

 

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