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referendum costituzionale 2006
La mia scelta laica per i quattro referendum
Conferenza pubblica di Francesco Rutelli.
Grazie, amiche ed amici che avete avuto la gentilezza di riunirvi qui.
Vi ringrazio di aver trovato il tempo e la cortesia di ascoltarmi in
un’occasione in cui vi vorrei illustrare le motivazioni che portano alla mia
scelta per i quattro quesiti dei referendum sulla procreazione medicalmente
assistita.
Sono motivazioni che espongo come politico, come parlamentare e non come
presidente de La Margherita-Democrazia è Libertà, poiché ciascun iscritto e
dirigente del mio partito ha pieno diritto di esprimersi sulle materie del
referendum in libertà secondo le proprie convinzioni. Come presidente del
partito sono impegnato a tutelare questo diritto.
In materia di bioetica, direi meglio di biopolitica, non può esistere una
disciplina di partito, né tanto meno dovere di adeguarsi alle opinioni
prevalenti. Anche per questo sono risultati a me piuttosto chiari la forzatura e
l’errore che partiti della Federazione dell’Ulivo – non, appunto, la Margherita,
che ha preservato questa posizione di rispetto pieno ed anzi di promozione di
una libertà di espressione politica e non solo personale su queste materie –
hanno compiuto nel promuovere in quanto partiti questi referendum. Intanto, come
abbiamo detto in passato, per la mancata informazione degli altri partner su una
iniziativa tanto rilevante che fu assunta in modo unilaterale; poi, per il
contenuto dell’iniziativa: vorrei ricordare che l’iniziativa è stata spinta
anche da parte di alcuni partner autorevoli sino a sostenere il referendum
integralmente abrogativo della legge 40, che se non fosse stato dichiarato
inammissibile dalla Corte Costituzionale avrebbe potuto portare ad approdi
davvero imbarazzanti - cito tra questi la via alla clonazione di esseri umani,
la selezione eugenetica degli embrioni, l’inseminazione post-mortem, l’utero in
affitto, tutti temi che erano stati risolti dalla legge 40 e che la sua
integrale abrogazione avrebbe riaperto (persino, probabilmente, la produzione di
ibridi e chimere che oggi è esplicitamente vietata dalla legge 40). C’è però un
altro motivo che è stato del tutto trascurato in questi 2 anni: i referendum
contrastano con il programma dell’Ulivo, l’Ulivo di questa legislatura
2001-2006, che affermava tra l’altro (e, anzi, afferma, perché è a questo
programma che noi siamo legati in questa legislatura) : “Quanto alla
procreazione assistita, va sottoposta a un effettivo controllo – oggi del tutto
assente. È accettabile solo in caso di sterilità e deve tener conto
dell’interesse di chi deve nascere. La fiducia nelle possibilità e nelle
capacità di autoregolamentazione della scienza non solleva tuttavia la politica
e la legislazione dall’obbligo di una stretta vigilanza sulle manipolazioni
della vita, ormai tecnicamente a portata di mano”. Questo è il riferimento nel
programma dell’Ulivo che – lo ripeto - vincola politicamente tutti noi in questa
legislatura. Si tratta di argomenti seri, anche se non sono stati
sufficientemente considerati.
Io non voglio qui trasformarli in questioni di polemica politica. Anzi: mi
auguro che possiamo ritrovare dopo il referendum dentro il centrosinistra, ma
ben oltre, nell’intero fronte parlamentare, la capacità di pensare e progettare
alto sui temi della biopolitica. Temi che incrociano le grandi questioni della
vita, della scienza e della responsabilità politica. Ed è anche per questo che
sento oggi il dovere di dire con chiarezza quello che penso.
Vi ringrazierò se avrete la pazienza di ascoltarmi, considerando che non
parla davanti a voi un tecnico, una persona che ha una competenza specifica su
questi argomenti, ma – permettetemi di dirlo – un cittadino che nell’arco di
questi anni ha cercato di formarsi un’opinione e che oggi – come al momento di
discutere e approvare la legge 40 – si trova nella condizione di votare o non
votare, scegliere comunque di fronte a questi referendum.
Vorrei innanzi tutto che questa opinione venga percepita interamente come
espressione di una cultura laica.
Credo che sia laico il cattolico nella vita pubblica che sceglie in base al
ruolo che svolge nelle istituzioni e nella società. Che sia laico chi rigetta i
preconcetti e costruisce con razionalità le sue scelte. Che non sia laica la
scelta di quanti subordinano ad un comando o ad una obbedienza il proprio
orientamento. Che non siano laici quei laicisti che pregiudizialmente rifiutano
di considerare opinioni espresse anche corrispondendo ad una ispirazione
religiosa.
Il tentativo che farò oggi è volto a cercare di rintracciare, se pure
problematicamente, riferimenti che credo possano interessare, riguardare in modo
appunto laico ciascuna persona del nostro paese. E che sento particolarmente
importanti e rilevanti per il bagaglio ideale e culturale per il cittadino che
si consideri democratico, riformista, progressista. Sono temi che interpellano
la cultura progressista di questo paese.
Innanzitutto vediamo, riassumiamo cosa riguardano i quattro referendum su cui
50 milioni di italiani sono chiamati a votare il 12 e 13 giugno. Sono questioni
molto differenti tra loro. Ognuna di esse esige risposte molto diverse. Non sono
infatti solo quesiti politici o politico-legislativi. Impongono a 50 milioni di
italiani conoscenze e valutazioni su questioni scientifiche, mediche, biologiche
dalla rilevante sofisticazione tecnica; ma anche giuridiche e giurisdizionali;
ma anche squisitamente etiche; e, ancora, sociali, e filosofiche.
Cosa chiedono agli italiani i 4 referendum? Sulla prima scheda gli elettori
leggeranno: “Procreazione medicalmente assistita. Limiti alla ricerca clinica e
sperimentale sugli embrioni. Abrogazione parziale”. E’ una proposta abrogativa
che interviene su quattro diverse parti della legge 40. In sintesi, se
prevalesse il sì, si deciderebbe il via libera alla possibilità di congelare un
numero illimitato di embrioni, si consentirebbero le sperimentazioni sugli
embrioni, si autorizzerebbe la clonazione terapeutica degli embrioni.
Sulla seconda scheda gli elettori leggeranno: “Procreazione medicalmente
assistita. Norme sui limiti all’accesso. Abrogazione parziale”. Con questa
proposta si modificano 10 diverse parti della legge 40. In sintesi, si
abolirebbe una responsabilizzazione al ricorso prioritario – cito - ad “altri
metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità”.
Si abrogherebbe il “principio di gradualità”, prima di far ricorso a tecniche
invasive. Si consentirebbe in astratto la facoltà di creare embrioni
rifiutandone successivamente l’impianto. Si autorizzerebbe la produzione di un
numero indefinito di embrioni. Si autorizzerebbe la diagnosi genetica
pre-impianto.
Il terzo referendum ha come titolo sulla scheda che 50 milioni di elettori si
troveranno davanti: “Procreazione medicalmente assistita. Norme sulle finalità,
sui diritti dei soggetti coinvolti e sui limiti all’accesso. Abrogazione
parziale”. Abolirebbe l’articolo 1 della legge, ovvero il diritto di tutela del
concepito.
Il quarto referendum. Sulla scheda sarà scritto: “Procreazione medicalmente
assistita. Divieto di fecondazione eterologa. Abrogazione del divieto”. Intende
abolire tre parti della legge 40, in modo da consentire la fecondazione
eterologa.
Questa è la descrizione essenziale dei quesiti: ognuno in questa sala - dove
pure ci sono molti addetti ai lavori e persone motivate e informate - è
consapevole delle grandi sfide, delle interpellanze culturali che queste domande
attivano. I promotori del referendum, naturalmente, non potranno mai, salvo in
conferenze per super-addetti ai lavori, neppure leggere per intero quello che io
vi ho appena riassunto. Li comprendo. Per “popolarizzare” i quesiti, essi
debbono presentare al grande pubblico manifesti che non parlano di questo;
manifesti con genitori innamorati che chiedono di poter avere dei figli;
scienziati che reclamano libertà per la loro disciplina; anziani che esigono una
ricerca in grado di combattere malattie devastanti come l’Alzheimer o il
Parkinson. Ho letto, tra gli slogan dei promotori, questo rassicurante concetto:
“Vogliamo consentire a chi vuole avere figli di averli, di far nascere bambini e
di farli nascere più sani”. Ma è davvero così? Nella contesa referendaria, a
questioni complesse, corrisponde una semplificazione. A questioni molto
complesse, una estrema semplificazione.
Nei dibattiti in cui non prevale questo richiamo sorridente che ho citato prima,
ma in cui prevale la propaganda, il clima è tuttavia diverso: si tratta di
prendersela con “il clero invadente” – tutto quello che sto per dire è tra
virgolette -, “con una delle leggi-mostro del Governo Berlusconi”, “di stampo
medievale”, una legge “oscurantista”, “crudele”, “incivile”, “barbara”
“crudele”; con “lo Stato che pretende di entrare nelle camere da letto e di
impedire le libere scelte degli Italiani”; “con questa legge si impedisce ai
nostri ammalati di essere curati dalle malattie degenerative, negando loro la
possibilità di salvezza”; “si umiliano le donne italiane e si va contro la loro
salute”; “si pretende di decidere sulla genitorialità delle persone”; “si
colpisce il – cosiddetto – diritto alla paternità e alla maternità”; “si mette
il legame di sangue prima del legame tra genitori e figli”; “è una legge
disumana che nega i diritti individuali”.
Queste espressioni che vi ho letto sono tutte citazioni testuali, e hanno
qualcosa in comune. Sono state pronunciate o scritte non da attivisti alle prime
armi, ma da parlamentari della Repubblica. Non li citerò.
E’ giusto? torno sulla domanda di prima. E’ normale che ci disponiamo con
questa modalità di discussione, di confronto?
Penso che non sia giusto. Penso che non sia saggio, ma penso che sia fatale, se
si vogliono presentare quattro complicati quesiti referendari in modo da
mobilitare gli elettori italiani. Naturalmente, sono molti coloro che usano in
questa campagna referendaria per il SI espressioni rispettose e corrette. Come
non mancano certo sul fronte opposto forzature e radicalizzazioni del tutto
inopportune.
Tuttavia, a noi tocca di prendere un’altra strada; tocca a chi vuole partecipare
a questa campagna referendaria senza rinunciare a far crescere una
consapevolezza condivisa sulle prospettive, le implicazioni, le scelte che la
dirompente crescita delle opportunità scientifiche porta con sé.
La vastità dei problemi introdotti da questi referendum porta una serie di
domande. E’ su questo filone che vorrei svolgere, oggi, il mio ragionamento ad
alta voce. Perché credo che porre domande, dubbi, interrogativi di fondo sia
molto più utile per avvicinare queste materie che non una raffica di asserzioni
apodittiche; di decreti politici, scientifici, morali.
In particolare chiedo: ma non sarebbe stato più giusto sperimentare il
funzionamento della legge, che è stata approvata dopo un lunghissimo travaglio,
e mettendo fine ad un’obiettiva situazione di caos, piuttosto che sottoporre
subito 50 milioni di italiani alla scelta dei referendum abrogativi? Molte
esperienze europee indicano che grandi paesi- penso alla Germania, al Regno
Unito, alla Svezia – che pure hanno legislazioni assai diverse tra loro, hanno
proceduto nel tempo a verificare, assestare, modificare le norme in vigore,
sulla base dell’esperienza, dell’evoluzione del processo scientifico. Temo che
anche in questo campo tanto delicato l’Italia rischi di essere quel paese delle
“mezze leggi” che è diventato in tanti altri settori: il paese delle riforme
avviate e fermate, delle riforme approvate e poi subito rimesse in discussione
prima della loro stessa verifica di applicazione, senza neppure tirarne un
bilancio.
Eppure, verificando i dati finora disponibili e pubblici, risulta che nell’arco
del primo anno di applicazione della legge 40/2004 il calo nella percentuale di
gravidanze ottenute sia nell’ordine del 3%, diversamente da notizie
allarmistiche apparse nelle settimane scorse. Quindi, una realtà che merita una
più seria verifica concreta, non certo giudizi liquidatori.
Del resto, le diversità di approcci su basi nazionali – fatemi dire questo alla
luce dell’esperienza che ho fatto per 5 anni da parlamentare europeo nella
passata legislatura – rispetto alle questioni della PMA, ma più in generale sui
temi bioetici, non permettono di arrivare ad una regolazione europea e
internazionale. Ogni Paese ha una regolazione diversa: la legislazione in queste
materie è nazionale, cioè espressione delle culture scientifiche, sociali, anche
degli orientamenti religiosi che si sono prodotti storicamente in ciascun Paese.
Io l’ho verificato personalmente: quando al Parlamento europeo si è cercato di
arrivare ad una definizione unitaria non ci si è riusciti, ed emergevano alla
fine tutte posizioni di minoranza, sia sul piano della divisione politica,
partitica, che su quello delle appartenenze nazionali. E non è un caso. Credo
che anche partendo da questo punto di vista è bene che l’Italia sperimenti, che
l’Italia rifletta, che l’Italia si confronti.
Del resto, la legge ha migliorato una serie di materie, come accennavo prima.
Le mamme-nonne: la stampa ha riportato molti casi–limite di madri
ultrasessantenni. L’utero in affitto, cioè la maternità surrogata che, ad
esempio, è permessa nel Regno Unito. Così come nel Regno Unito è permesso che
donne che pur non hanno interesse all’inseminazione producano ovociti per creare
embrioni “freschi”, eventi totalmente sganciati dal tema procreativo.
L’inseminazione post mortem, che è tuttora permessa sia nel Regno Unito che in
Spagna. Fino a ieri gli embrioni venivano tout court buttati; la quota che
veniva utilizzata era minima. I 30 mila che sarebbero oggi in stato di
crioconservazione – i 300 mila di cui si parla a livello internazionale – sono
una realtà con cui dobbiamo misurarci, cui dobbiamo delle risposte. Ricordando
che a tutte quelle realtà negative la legge ha tentato di porre rimedio.
E a partire da questo vorrei anche sollevare, se mi permettete, un aspetto di
fondo, ponendo un interrogativo. Discutiamo molto il fatto che con questa
normativa, o meglio con il referendum, sia in ballo una questione di libertà.
Penso che sia una coniugazione discutibile del concetto di libertà: io non
voglio vietare, non voglio impedire che dei genitori – anche se magari sono
personalmente dubbioso o contrario – possano far ricorso, se lo vogliono, alla
fecondazione eterologa.
Abbiamo conosciuto in Italia diverse stagioni che sono passate sotto il titolo
di “conquiste di diritti”, sociali, civili, economici. Ma forse abbiamo capito
al termine di queste stagioni che occorre trovare un equilibrio tra i diritti e
i doveri. Questi referendum costituiscono secondo me un drastico arretramento
verso una declinazione astratta del concetto di diritti: non ci sono diritti, né
vengono previsti dai promotori dei referendum doveri verso il concepito – tra
l’altro, mi chiedo tra parentesi: ma se c’è questa indifferenza di fronte al
tema della vita nascente, perché non si ha conseguentemente la determinazione di
dire che anche le manipolazioni genetiche sull’embrione sono lecite?
C’è un altro concetto che si associa alla concettualizzazione astratta dei
diritti: non vorrei che seguendo questa dinamica il diritto alla salute si stia
muovendo nella direzione di una sorta di obbligo di essere sani. Credo che
dobbiamo riflettere sia sul tema dei diritti e delle responsabilità, sia sui
confini attorno ai quali si declina la questione del diritto alla salute, in una
certa misura aprendo la strada – questo è il punto concettuale secondo me più
delicato – alle prospettive di selezione eugenetica.
In che misura, cioè, una configurazione di diritti senza responsabilità non ci
sta facendo varcare sottilmente, di fatto senza accorgercene, questo confine?
Il tema che voglio sollevare è quindi quello dei necessari dubbi e dei quesiti
etici che interrogano la responsabilità pubblica. Quella delle frontiere che
rischiamo di varcare, nell’indifferenza, trovandoci poi effettivamente in un
“mondo nuovo”, come ha scritto Huxley. E’ così diverso duplicare embrioni,
clonare embrioni, rispetto al tentativo di clonare una persona? Fino a che punto
è lecito sbarazzarsi di uno o più embrioni? Chi stabilisce il confine
accettabilr, prima che si entri nella deriva della selezione genetica,
attraverso l’analisi del DNA di un embrione ?
Noi sappiamo che si sta diffondendo, nei paesi in cui è lecita, la diagnosi per
accertare il sesso del nascituro (qualcuno la definisce family balancing,
equilibrio familiare!). Quando saremo su questa strada, quando ci fermeremo?
Dove ci fermeremo?
E’ un problema non italiano, ma mondiale. E’ stato descritto il caso del
Bangladesh. In Bangladesh ci sono 8 milioni di maschi più che le femmine, perché
ci sono almeno altrettanti nascituri, feti di donne, che sono stati gettati via.
Credo che ci sia una strada che riguarda l’Italia, ma certamente gli
interrogativi riguardano tutto il mondo, riguardano la nostra capacità di
giudicare e intervenire come opinione pubblica globale, non solo come decisori
nazionali.. Cito solo due casi recentissimi, che sono in corso di esame, in due
paesi democratici e civili.
Pochi giorni fa il ministero della sanità israeliano - suscitando un vespaio
di reazioni, e infatti la norma non è ancora stata resa esecutiva – ha deciso di
autorizzare in alcuni casi la scelta del sesso dei figli attraverso l’esame
genetico degli embrioni nella fecondazione assistita, fissando alcune
condizioni, tra cui che la coppia abbia già almeno 4 figli, tutti di uno stesso
sesso. Caso per caso, toccherebbe ad una commissione di esperti valutare se dare
l’autorizzazione alla selezione degli embrioni.
In Spagna, il governo – anche questa non è ancora legge - ha approvato una
proposta che permette di selezionare gli embrioni, e di impiantare quelli che
favoriscono la nascita di futuri neonati da cui prelevare cellule per la cura di
fratelli malati.
In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad esigenze molto rispettabili. Ma
incamminatici per questa strada, con le diagnosi genetiche preimpianto, dove ci
fermeremo ?
Faccio una citazione dal Foglio del 14 gennaio 2005 (il Foglio che, secondo me,
va elogiato perché ha raccolto una copiosa, e oltretutto dialettica, espressione
di posizioni e opinioni nell’arco di questi mesi, spesso molto interessanti).
Una citazione di French Anderson, dell’University of Southern California,
genetista: “Da qui al 2050 i futuri genitori potranno sottoporre gli embrioni
ottenuti con l’inseminazione in vitro a test genetici per individuare anomalie;
quindi eliminare ogni gene a rischio, evitando di trasmettere alla prole
malattie ereditarie. E si faranno anche interventi genetici sugli embrioni
perché nessun genitore accetterà più, potendolo, di passar al figlio un gene
mortale se esiste un metodo semplice ed efficace per impedirlo prima della
nascita”.
Jacques Testart ha scritto in un interessante volume edito 4 anni fa in
Francia, “Au bazar du vivant” (il bazar della vita umana): “Così le coppie, se
non altro per un senso del dovere nei confronti del nascituro, non lo faranno
più stupidamente a caso, come hanno sempre fatto, ma tenteranno fin dall’inizio
di dargli il maggior numero di possibilità”.
Sono dubbi e interrogativi che penso meritino di riguardare la nostra
riflessione. E sono dubbi su come lo sviluppo scientifico intervenga sul senso
della vita.
Ma fare questo significa interferire con il progresso della scienza? È un’altra
questione fondamentale da prendere in considerazione. Io penso che nella
discussione biopolitica proprio il rapporto tra scienza e fattore umano,
l’orientamento della ricerca al di fuori delle convenienze prioritarie del
mercato, sia uno dei grandi temi del futuro. Ma dov’è il dibattito su questo?
Eppure è una sfida formidabile per la politica. Significa concorrere a definire
delle priorità per la scienza, per la ricerca che corrispondono a valori umani
condivisi, che sono interesse di tutti i cittadini, di chi elegge il governo e i
propri rappresentanti. Significa forse limitare in modo distruttivo la scienza e
la ricerca?
Andiamo a vedere questo tema. Secondo me c’è nel nostro tempo una ricerca che
non si fa, o che si fa in una misura assolutamente trascurabile. Vedo qui
l’amico Romano Forleo, che tanto se ne occupa. C’è un accesso a cure e
medicinali che è negato ai più poveri. Di che deve occuparsi la politica, se non
anche di questo? Si veda la battaglia del Sudafrica per un accordo sui diritti
dei medicinali anti-AIDS. Hanno buone ragioni le aziende farmaceutiche che hanno
speso per la ricerca e la sperimentazione di far valere quei diritti, ma c’è
anche il dovere della comunità internazionale di difendere i diritti dei
disgraziati che oggi sono affetti da HIV ad avere l’accesso ai farmaci di cui
hanno bisogno poiché “la mia vita è adesso, è qua”.
Credo che oggi ci sia un’organizzazione delle priorità economiche globali che è
uno scandalo permanente. Quante sono le donne che muoiono per gravidanza e parto
nei paesi poveri? Mezzo milione di donne all’anno, perché non esiste per loro
assistenza ostetrica. Su 1000 bambini che nascono, in occidente ne muoiono 6;
nei paesi più poveri, 160. È o non è questa una battaglia prioritaria per quanti
pongono giustamente il problema di un diverso mondo possibile, di una visione
diversa della globalizzazione? È uno dei temi umani e politici più importanti da
mettere in campo, e propri di una cultura progressista, aperta, legata a valori
umanitari. E, fatemi dire, questa non è anche una battaglia prioritaria per la
specifica condizione femminile, oltre che per la condizione umana? Ma continuo
con le domande. Quanta ricerca si fa per sconfiggere alcune tra le peggiori
malattie flagello del Terzo Mondo? Sappiamo che negli ultimi anni la speranza di
vita in alcuni paesi africani più poveri si è accorciata, mentre scienza,
tecnologia, medicina hanno fatto progressi giganteschi. Sappiamo che ci sono
circa un miliardo di persone che vivono con meno del denaro che in Europa
destiniamo ai sussidi per una vacca, per un bovino.
Quanta ricerca si fa per contrastare le malattie rare, in casa nostra, che non
hanno un mercato? E’ giusto che la ricerca che abbia poco mercato scompaia
gradualmente, e che le esigenze del mercato dominino così strettamente le
priorità della ricerca?
Mi chiedo e vi chiedo: di cosa deve occuparsi la politica se non di correggere
questo degrado civile ?
Non dovrebbe essere questa una delle più grandi battaglie progressiste?
Cito di nuovo il programma dell’Ulivo 2001-2006: “Italia ed Europa devono
combattere quello che l’associazione internazionale di bioetica ha definito il
maggior problema bioetico contemporaneo: il crescente divario, in termini
sanitari, fra aree ricche e aree povere del mondo. La salute è infatti un bene
indivisibile. La prevenzione e la ricerca sulle malattie diffuse nelle aree
depresse o sottosviluppate, e l’accesso a farmaci e terapie, devono diventare il
primo passo verso una politica sanitaria globale”.
Anche questo è il programma dell’Ulivo; questa è la nostra cultura; questi temi
dovrebbero spingerci a una grande e forte mobilitazione civile e politica. Credo
che, tra l’altro, la politica per la scienza dovrebbe indurci a sostenere una
ricerca che va in questa direzione. Ovvero, una scienza che abbia grande
vocazione umana, spinta verso grandi innovazioni, grandi progressi, in cammino
entro un alveo etico accettabile. Non so se intendiamo l’intervento sulla vita
umana come quei videogiochi che hanno tanti quadri successivi, tante zone da
esplorare progressivamente. Ecco: definiamo le regole, i limiti, maneggiamo bene
il joystick. E studiamo bene il “mondo” in cui stiamo per entrare, il quadro
successivo, prima di accorgerci delle implicazioni etiche e delle conseguenze
della nuova esplorazione.
La discussione, del resto, è di una complessità immensa. Fatemi fare una sola
annotazione da incompetente, come persona che legge e studia di questi argomenti
ma è privo di strumenti scientifici. Ad esempio, il tema del rapporto uomo –
animale. Se è vero che gli scimpanzé condividono la grandissima parte del genoma
umano, la prospettiva di una chimera - sappiamo che la chimera era, nella
mitologia greca, un incrocio di leone, capra e serpente – di una chimera
uomo-scimpanzé è molto attraente per alcuni ricercatori, perché se ne faccia un
enorme laboratorio di innovazioni. E sappiamo che l’Accademia Nazionale della
Scienze degli Stati Uniti sta discutendo sulle linee guida per la “ricerca
chimerica” (un percorso iniziato con le celebri vicende degli scienziati di
Edimburgo, in Scozia, che hanno parecchi anni fa combinato gli embrioni di una
pecora e di una capra). Allo stesso tempo, però, quanti di noi riflettono sul
fatto che è invece accettabile la politica degli xenotrapianti, ovvero che
l’uomo possa sopravvivere attraverso organi donati da animali? È molto stretto
lo spazio per una spiegazione. Probabilmente, se si parlasse con una persona per
la strada sarebbe facile confondere due fatti tra loro eticamente
incommensurabili, ovvero che si determini un ibrido uomo-animale a fini di
ricerca oppure che la vita animale venga utilizzata per salvare la vita
dell’uomo. Sono problemi di una complessità enorme, dicevo, e credo che non ci
aiutino molto nel risolvere questi interrogativi etici, nello stimolare e
organizzare la valutazione su questi temi, giudizi come quello che ho letto da
parte di una persona, un grande medico – del quale ho profonda stima per
l’operato di livello mondiale nella lotta contro il cancro – che è stato anche
Ministro della Sanità, il Professor Umberto Veronesi. Egli ha dichiarato: “Uno
scimpanzé che cos’è? Un essere vivente con una differenza minima nel genoma
rispetto all’uomo. Talmente minima, i geni sono uguali al 99,5%, che
potenzialmente potrebbe essere un progetto di uomo. E allora perché non tutelare
anche lui? La Chiesa in realtà ha una visione antropocentrica: solo l’uomo
conta. Ma io che sono animalista e vegetariano mi chiedo, provocatoriamente,
perché non tuteliamo anche gli embrioni degli scimpanzé, anch’essi sono progetti
di esseri umani”. Allora, di fronte agli interrogativi che vi ho posto, e che
pone una persona come me che non ha nessuna competenza scientifica, in quale
direzione portano dichiarazioni come queste? Io penso che la centralità
dell’uomo sia il fondamento della nostra cultura civile, non solo del nostro
orientamento religioso, che siamo agnostici, che siamo credenti in una o l’altra
confessione.
Ripeto, io mi sento il più disarmato di tutti, ma non inabilitato ad esprimere
questo tipo di dubbi.
Ecco perché giudico terribile la polemica che si fa talvolta stravolgendo le
materie di questi referendum. Mi auguro che negli ultimi giorni della campagna
referendaria questi argomenti scompaiano, perché ci sono troppi che sostengono
che le limitazioni alla creazione e distruzione di embrioni contenute nella
legge 40 equivarrebbero niente meno che alla condanna a morte di persone affette
da gravi o gravissime malattie.
Eppure, sappiamo benissimo che le sperimentazioni sugli embrioni – che pure
restano permesse in molti altri paesi del mondo, e che erano lecite ancora in
Italia fino a poco tempo fa – non hanno consentito che una sola persona sulla
terra sia stata curata con il prodotto di queste ricerche sulle staminali
embrionali, mentre sappiamo che molte persone sono state curate e guarite
attraverso le staminali adulte. Questa è una verità clamorosa, tanto più in
quanto pressoché ignorata nel confronto di idee e argomenti in corso.
Perché allora - anziché lanciare anatemi come quel quotidiano che quattro giorni
fa ha titolato nell’apertura di prima pagina: “Referendum, 4 milioni di malati
condannati dalla legge crudele” – perché non accordarci per finanziare e
lanciare in Italia un grande progetto nazionale sulle cellule staminali, non
embrionali, ma tessuto specifiche?
Io propongo che la prima legge da approvare in questo ambito dopo il referendum
riguardi proprio il finanziamento e l’organizzazione della ricerca sulle
staminali adulte, quelle ricavate in particolare dal cordone ombelicale e dai
feti abortiti spontaneamente.
E cioè che l’Italia sostenga la ricerca anche per la produzione – come ha
ricordato l’illustre biologo Angelo Vescovi – di cellule staminali embrionali
ricavate senza creare e distruggere embrioni, come già si sta facendo con un
importante linea di ricerca realizzata recentemente a Chicago.
Io non sono uno scienziato; né un filosofo; né un esperto di bioetica. Ho
letto tuttavia nell’ultimo libro di Vescovi (“La cura che viene da dentro”)
qualcosa che voglio leggervi: “Non è vero che l’unica sorgente continua e
abbondante di cellule per il trapianto, o la migliore, sono le staminali
derivate da embrioni umani. Non è così. Già lo abbiamo visto a proposito delle
cure per i tumori del sangue, per il trapianto di pelle nelle grandi ustioni,
per quelli di cornea o di osso di cartilagine che sono già impiegati nella
pratica clinica, come cure salvavita, o in fase di sperimentazione avanzata.
Tutte queste terapie usano proprio staminali adulte la cui prolificazione in
vitro o dopo il trapianto è notevolissima. Ma per molti altri tipi di staminali
adulte, la moltiplicazione in coltura resta una chimera. Ma per questo ci si
rifà alle staminali tessuto specifiche fetali. Per il cervello queste già
esistono e stanno per essere sperimentate in clinica. Eppure nelle discussioni
pubbliche su staminali adulte o embrionali c’è sempre, SEMPRE, qualcuno che
insiste nel dire che l’uso degli embrioni servirà a curare terribili malattie
neurovegetative quali Alzheimer, Parkinson, corea di Huntington o sclerosi
laterale amiotrofica (per non essere da meno anche i neurofarmacologi dicono la
stessa cosa ogni volta che misurano effetti anche minimi di una nuova molecola).
(...) Perché questo, purtroppo, implica la distruzione e la morte dello stesso
embrione, prodotto apposta per essere distrutto. Personalmente – dice Vescovi
che, come sapete, non è credente – considero l’embrione una vita umana, a tutti
gli effetti inviolabile e quindi non producibile ai fini di un successivo
sacrificio, per quanto nobile il fine ultimo possa apparire. (...) Ci sono
dunque alternative alla creazione di embrioni. Una era stata proposta dalla
prima commissione italiana sulle cellule staminali voluta dall’allora Ministro
della Sanità Umberto Veronesi e alla quale partecipavano noti eticisti e
genetisti. (...) Prevedeva la possibilità di prelevare una o due cellule
staminali dall’embrione, senza danneggiarlo, così che potesse poi essere
impiantato e proseguire il suo percorso vitale. Quanto alle cellule isolate
sarebbero state usate per coltivare e stabilire delle linee cellulari che
producessero cellule embrionali in continuazione. – la clonazione di cellule
embrionali, senza”uccidere l’embrione” è del tutto legittima eticamente. Mentre
il dibattito sulle staminali continua ad essere artificiosamente focalizzato su
come produrre cellule da trapiantare, stiamo rischiando di perdere di vista il
vero obiettivo – rigenerare i tessuti malati – e di ritrovarci con tante cellule
e nessun modo di usarle. Certo, se usciamo da questa visione ristretta del
problema molte delle teorie di chi propone l’uso di staminali embrionali come
unica possibilità crollano (...) Stiamo concentrandoci sulle fabbriche dei
mattoni, ma di crescere e formare architetti, ingegneri, muratori non se ne
parla. Per sapere come effettuare un trapianto efficace non possiamo pensare
solo a produrre cellule in quantità industriali: dobbiamo studiare i meccanismi
che sono normalmente alla base dell’introduzione di nuove cellule mature nei
tessuti adulti, studiarli negli organi in cui questo processo avviene
normalmente nell’arco di tutta la vita, studiare le cellule staminali adulte
nell’atto stesso di rigenerare il tessuto. E’ grazie alla conoscenza di questi
meccanismi che saremo in grado di utilizzare il trapianto di nuove cellule, a
prescindere dalla loro derivazione, embrionale o adulta”. E conclude col dire
che questo tipo di ricerca non viene finanziata. Questo è il punto politico cui
ritorno. “Basti pensare alla California, uno stato pieno di debiti e da anni
sull’orlo della crisi di bilancio, i cui cittadini hanno approvato un ulteriore
indebitamento di 3 miliardi di dollari per sovvenzionare, con 300 milioni di
dollari all’anno fino al 2015, un centro privato che farà ricerca sulle
staminali embrionali, ma non su altri tipi di staminali, il cui uso terapeutico
è già realtà”.
Vi ho fatto comprendere quello che penso per quanto riguarda il tema
dell’embrione, e voglio essere molto chiaro: questa discussione non ci deve
portare, non ci porterà, nel momento in cui noi consideriamo la solitudine della
vita nascente, che non ha interlocutore, donna, altro genitore, famiglia, a
negare che in questo senso c’è una profonda differenza con la tragedia
dell’aborto. Dico con chiarezza che non si può prendere spunto da questo
referendum per superara la legge 194 sull’aborto. Sarei personalmente contrario.
Anche se sono consapevole che non tutto si fa per disincentivare l’interruzione
di gravidanza: tutto quello che uno stato, che una comunità può fare per
scongiurare un’interruzione di gravidanza è necessario farlo. Tuttavia, due
soggetti fondamentali sono in causa. Oltre alla creatura che vuole nascere, la
donna. E l’altro genitore. E, nell’assieme, vi è spesso una famiglia. L’aborto è
una tragedia umana; ed un conflitto tra esigenze di vita e, in molti cosi,
esigenze di salute fisica e psichica della donna. In cui soccombe la vita
nascitura, oppure si afferma un progetto di vita condiviso. Nel caso
dell’embrione, non ci sono avvocati. Dunque, è bene ci siano delle norme. Non
credo che si debba essere indifferenti a questa solitudine dell’embrione, una
“puntina di spillo” che può finire nel lavandino o nel water.
Credo sia giusto rigettare il presunto diritto di creare materia vivente per
distruggerla nei laboratori. Su questo permettetemi di citare Adriano Ossicini,
Presidente del Comitato di bioetica, che già nel 1996 raccomandava in una
collegiale risoluzione di “trattare l’embrione umano fin dalla fecondazione,
secondo i criteri di rispetto e tutela che si debbono adottare nei confronti
degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di
persona”. E Norberto Bobbio: “C’è innanzitutto il diritto fondamentale del
concepito – Corriere della Sera dell’8 maggio 1981 – quel diritto di nascita sul
quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale
sono contrario alla pena di morte. Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere
nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un
imperativo categorico, il ‘non uccidere’. E mi stupisco a mia volta che i laici
lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve
uccidere”.
Vorrei che riflettessimo anche sui problemi sociali, oltre che etici, che ci
proiettano negli anni a venire e che già si affacciano nella situazione
americana. L’anno scorso ero a Boston, alla Convention dei Democratici, e ho
messo da parte un bellissimo articolo parte di un’inchiesta sulla condizione
delle nuove famiglie americane del N.Y.T. Magazine, che descrive così una
vicenda affettiva:
K. ha fornito gli ovociti; la sua fidanzata E. l’utero, un donatore esterno
anonimo lo sperma. Oggi le due donne, che hanno generato e allevato due bambine
gemelle hanno “rotto” affettivamente, e sono in causa per decidere chi siano i
genitori. E. sostiene di esserlo avendo avuto in grembo e partorito le due
bambine. K sostiene che lo sono entrambe. Ma un giudice del Massachussets glielo
ha negato, e dunque K può vedere le bambine solo un giorno al mese. “È molto
difficile – scrive il N. Y. T. – definire la condizione genitoriale in una
società in cui i concepimenti possono essere immacolati e con molti protagonisti
allo stesso tempo, usando donatori di uova, donatori di sperma, donatori di
embrioni, madri surrogate, ed anche sperma di persone defunte”. Questo è un tema
che si affaccerà in Spagna con la nuova legislazione appena varata, in cui
scompare il concetto di padre e madre e compare esclusivamente l’espressione
“genitore”.
Ma se queste dinamiche sono all’orizzonte, cosa non condivido più fortemente
delle modifiche /abrogazioni referendarie? Non solo l’abolizione dei limiti alla
fabbricazione degli embrioni e la possibilità di clonare gli embrioni.
Anche la pesante responsabilità che cade in capo alla donna, particolarmente
nella prospettiva della fecondazione eterologa.
So che sarebbe molto più giusto e appropriato che questa relazione la facesse
una politica-donna che avrebbe portato sensibilità e intelligenze maggiori delle
mie. Penso che noi stiamo scaricando sulla condizione della donna responsabilità
sempre più gravose e difficili.
Questo appartiene innanzitutto alla responsabilità della persona, della donna
dunque. Ma il legislatore non deve agire con leggerezza nel caricare
ulteriormente la donna di decisioni e conseguenze: nelle tecniche riproduttive;
nelle generali responsabilità, squilibranti, proprie del rapporto
maternità/lavoro che accomunano troppe donne in Italia; nel peso di
responsabilità psicologiche grandi nel caso dell’eterologa.
Poiché qui noi non abbiamo a che fare solo con problemi di infertilità, ma anche
socio-economico-culturali.
Perché troppe volte si costringe a cercare la maternità molto tardi, spesso dopo
i quarant’anni, quando il tasso di fertilità femminile si è ridotto enormemente.
Nel caso dell’eterologa, si crea uno squilibrio tra donna con un figlio genetico
e uomo con un figlio ”della società”. Non è un problema di bioetica, ma
etico-sociale. E non è un caso se la Svezia ha modificato la sua normativa ormai
20 anni fa (prevedeva l’anonimato per i donatori e il segreto sul padre
biologico; oggi, la possibilità di conoscerlo al compimento di 18 anni).
Il dibattito più importante che dovremmo fare, quello di cui ha bisogno il
paese, di cui il mondo della cultura femminile avrebbe potuto farsi promotore
riguarda la forza e i diritti della condizione sociale della donna nella nostra
società.
Le donne che non possono in troppi casi lavorare ed avere figli. E dunque il
confronto su una riorganizzazione del welfare, sulle politiche per la natalità,
sui cicli della vita, che porti tra le priorità strategiche del paese – come è
avvenuto, ad esempio, più di dieci anni fa in Svezia – la moltiplicazione degli
asili nido, forti tutele per la maternità, il sostegno all’occupazione
femminile. Temi fondamentali in un paese come il nostro. anche per accrescere il
tasso di occupazione.
Ma la battaglia per l’egemonia culturale, come vediamo, si svolge in una
direzione sbagliata: non per potenziare diritti che migliorano la società. Ma
per crearne di rispondenti alle distorsioni della società.
Siccome siamo costrette a fare i figli a 40 anni - ed è difficile - anziché
creare le condizioni per farli a 27 puntiamo a creare le condizioni mediche,
chimiche, per combattere e talvolta accanirsi contro le conseguenze del declino
della fertilità femminile.
Come è legittimo, in base alla Costituzione e alla legge, che 500.000
cittadini richiedano e facciano indire referendum su materie di immensa
importanza, e che essi modifichino queste materie anche con il voto favorevole
anche di meno di un quarto degli elettori (in teoria, la metà più uno dei voti
validi espressi rispetto alla metà più uno degli elettori), così è legittimo che
un referendum sia sconfitto attraverso il mancato raggiungimento del quorum.
Come si è più volte ricordato, nel referendum abrogativo le possibilità per dare
efficacia alla propria posizione sono tre: il sì, il no, l’astensione dal voto.
Poiché la non partecipazione al voto esprime anche estraneità, o indifferenza, o
ostilità, o rifiuto verso il tema referendario, ed è preciso dovere politico dei
promotori ottenere il coinvolgimento della maggioranza assoluta dei cittadini. È
l’onere dei proponenti dimostrare di non rappresentare una minoranza del popolo,
che come tale non sarebbe legittimata ad abolire una legge invece approvata dai
rappresentanti della maggioranza del popolo.
Qui non vale l’argomento secondo cui agli “astensionisti attivi” si sommerebbe
impropriamente una larga quota di “astensionisti fisiologici”: gli studiosi dei
comportamenti elettorali concordano sul fatto che gli elettori fisicamente
impossibilitati a partecipare ad una elezione siano tra il 7 e il 10% mentre le
quote più alte di non partecipazione alle elezioni sono corrispondenti a scelte
specifiche, ed intermittenti, degli elettori. E se esiste una certa sfiducia
nello strumento referendario, va detto che questa è una bella responsabilità di
alcuni tra i promotori degli attuali referendum (ne so qualcosa, dai tempi della
mia milizia nel Partito radicale, quando si affermò un’idea di fare dei
referendum uno strumento di partito), che hanno concorso a indire in Italia la
bellezza di 55 referendum abrogativi in 31 anni. Referendum che hanno coinvolto
la totalità del corpo elettorale in ben 13 occasioni diverse.
È stato già detto che tutti coloro che oggi definiscono in modo aggressivo
l’astensione dal voto nei 4 referendum hanno, in passato, sostenuto l’astensione
in altri referendum.
Chi oggi definisce “immorale”. “illegittima”, “furbesca”, “opportunista”,
“diseducativa”, “miserabile” l’astensione, promosse l’astensione dal referendum
del 1984 sulla scala mobile, oppure quello del 1990 contro la caccia, quello del
1991 sulla preferenza unica, quello del 1999 sull’abolizione del voto
proporzionale della Camera, quelli del 2000 sulla magistratura e le trattenute
sindacali, sino a quello di appena due anni fa (“per ridurre i danni” del
referendum “sbagliato e dannoso”) sull’estensione dello Statuto dei lavoratori.
Ripeto – e risparmiatemi citazioni che potrebbero apparire antipatiche – la
perfetta legittimità dell’astensione è stata difesa e promossa almeno una volta
da tutti, dico tutti, coloro che oggi si dichiarano contro l’astensione in
occasione di questi referendum.
Del resto, nel dibattito dell’Assemblea Costituente, proprio il più liberale dei
liberali, Luigi Einaudi, si associò all’intervento del Costituente Fabbri, che
era preoccupato che si registrasse una maggioranza effettiva degli elettori e i
risultati non fossero determinati dalle astensioni, e citò come esperienza da
considerare con molta prudenza quella dei referendum svizzeri.
Ribadito dunque che il referendum è legittimo; ribadito che esso non appare
tuttavia né saggio né lo strumento commisurato ai problemi di cui ci occupiamo;
ribadito che l’astensione è perfettamente legittima, vorrei ora spiegare perché
io mi asterrò dal voto in questi referendum del 12 e 13 giugno.
Per tre motivi fondamentali.
- L’astensione è la risposta giusta e lo strumento giusto per questi referendum.
Perché l’estrema complessità e varietà dei temi affrontati con i 4 quesiti forza
i promotori ad una semplificazione inadeguata, (mi ricordo, nella fase della
raccolta delle firme, un manifesto per le vie di Roma con un uomo e una donna in
manette). Non condivido queste forzature, anche se le capisco, perché se si
vuole arrivare a coinvolgere la totalità del popolo su materie di questa
delicatezza, di questa complessità, per forza si debbono dare delle sciabolate,
che sono proprio la negazione di una materia tanto complessa.
Non li condivido, ma li capisco. Quindi cito Sergio Romano “i referendum sono
oracoli che sanno rispondere solo sì o no, e mi sembrano poco adatti a risolvere
problemi così complicati”. Dunque, astensione come radicale rifiuto di questa
impostazione.
- Non è tuttavia un rifiuto astratto, perché è il modo politico più efficace
per rigettare una simile contesa, per rigettare i quesiti, proprio alla luce del
rigetto che fin dall’inizio questa elementarità di argomentazioni ha suscitato.
E, dunque, va detto che chi vota NO, essendo contrario, finisce
involontariamente per aiutare la riuscita del SI. E’ una testimonianza
rispettabilissima, ma viceversa finisce per essere un atto inefficace o
controproducente rispetto al risultato da conseguire. In una contesa
politico-istituzionale tu devi scegliere la strada migliore per la riuscita
delle tue idee e quindi è l’astensione l’atto più producente.
- Perché io non reputo perfetta la legge. So che su questo non siamo
d’accordo neanche con tutti i presenti in questa sala (so che la grande parte
delle cose che ho detto, in particolare, non hanno nulla a che vedere con la
dottrina della Chiesa; ognuno di noi si muove del resto con una motivazione
laica e civile, che essa abbia o non abbia nel proprio cuore un’ispirazione
religiosa). Penso che questa legge non sia perfetta e vada migliorata, ma per
migliorarla è indispensabile verificare, affinare, intervenire su materie tanto
in evoluzione anche in base ai fatti nuovi che la ricerca e le applicazioni
produrranno. Ci sono alcune modifiche sulle quali noi ci dobbiamo predisporre
nei prossimi tempi. Siamo stati interpellati nelle settimane scorse da Giuliano
Amato: “siete disposti a fare certe modifiche?” Io penso di sì, dobbiamo
tuttavia prima concordare, non entrare in un nuovo “toboga” dell’incertezza per
quanto riguarda la legislazione in questa materia.
Dunque, se il SI fa tornare ad una situazione inaccettabile – e lascia una
legislazione confusa, un “macello” – il NO obiettivamente imbalsama questa
legge. Il non conseguimento del quorum lascia invece la strada aperta a nuove
formulazioni, ad un aggiornamento il più possibile condiviso della normativa.
Su alcuni punti penso sia opportuno e possibile migliorare la legge:
- Gratuità a carico del servizio sanitario nazionale. Non è giusto, in
particolare, che l’omologa sia a pagamento.
- Incoraggiare con finanziamenti pubblici la ricerca per le staminali tessuto
specifiche adulte, e per il congelamento degli ovociti.
- Indirizzi migliori per far corrispondere età e condizione di salute della
donna e numero di embrioni da produrre per avere un bambino.
- Migliorare la formulazione sul rifiuto dell’impianto, che per altro
corrisponde all’articolo 5 della Costituzione e alle linee-guida di attuazione
della legge.
- Una Alta Commissione per valutare le migliori soluzioni per gli embrioni
sopranumerari congelati e per valutare il termine biologico entro il quale essi
sono ancora capaci di sviluppare vita; Una Commissione che definisca anche – per
quei casi nei quali si autorizza l’aborto terapeutico – per i genitori portatori
di malattie genetiche gravi la possibilità di diagnosi preimpianto.
- Evoluzione delle linee guida del Ministero della Salute in base al processo
evolutivo scientifico.
Se qualcuno mi chiedesse perché, al fondo, perché una scelta per fare fallire
questi referendum, direi in poche parole: far riflettere le persone sul dovere
di darci dei limiti.
L’Uomo non è onnipotente. Sappiamo che esiste un filone di pensiero che si
autodefinisce eugenetica liberale, alla ricerca di un “umanesimo scientifico”
che sulla scia di Julian Huxley – il primo direttore generale dell’ UNESCO –
punta a realizzare su orientamenti scientifici e filosofici la perfezione fisica
della specie umana.
Una cultura democratica è basata, a mio avviso, su un umanesimo specularmente
opposto.
Ed io vedo un diritto da difendere: quello di non scegliere, di non selezionare
i propri figli.
Non cominciamo mai ad incamminarci sulla strada per cui finiremo per selezionare
i nostri figli e per buttare via quelli che non vanno bene, che rischiano di non
essere sani. E poi, via via, intelligenti; e poi, via via, belli; e poi, con gli
occhi di un certo colore. Quando inizia, questa strada non finirà. Sappiamo che
in alcune parti del mondo è già iniziata; non è un buon motivo per farlo anche
noi.
Spero sinceramente sia emerso che secondo la mia convinzione ci siamo
confrontati in questi mesi su diverse false antinomie:
- cattolici/laici. Alimentata ancora di più da alcune prese di posizione che io
considero assurde. Sarebbe “coraggioso” il vescovo che dichiara di andare a
votare. Ma perché ci deve essere un giudizio morale? Perché quando il Papa
interpella i politici, viene in Parlamento, propone un’amnistia, egli è la
nostra guida morale? Perché quando il Papa si pronuncia contro la guerra in
Iraq, egli è la nostra guida morale? Ma tutti questi messaggi appartengono alla
libertà d’espressione. Di tutti, anche di un Vescovo. Da Sindaco, andavo ogni
anno ad ascoltare quello che diceva agli amministratori il Vescovo di Roma,
ovvero il Papa.
Dava certe legnate, a noi amministratori… ci richiamava severamente perché non
stavamo facendo abbastanza per i senza casa, per gli immigrati, per i problemi
della sanità. Non si può creare un discrimine a proposito del diritto di
esprimere un’opinione su una materia civile, sul legiferare o sull’amministrare.
E capita che qualcuno parli di violazione di Concordato o del fatto che si
incorra in reati penali. È evidente che si tratta di una libera dialettica
pubblica, dalla quale ciascuno trarrà liberamente il proprio giudizio.
Ma non c’è veramente nella discussione sul referendum la faglia, la distinzione
cattolici/laici. Tutti i giudizi che ho espresso sono giudizi laici. E, mi
auguro, condivisibili anche da parte di chi sia non credente.
- È una falsa antinomia quella centrodestra/centrosinistra. Secondo cui si vota
per il governo o contro il governo. Sappiamo che Fini e tanti altri nel
centrodestra voteranno SI.
- È falsa l’antinomia tra difensori della donna e coloro che vogliono umiliare
la donna.
- È falsa l’antinomia tra “fautori della scienza” e “oscurantisti” (Medioevo
versus Modernità). Noi siamo fautori di una scienza che abbia il coraggio e la
responsabilità dell’innovazione, che scommetta sul fattore umano, che attraversi
tutte le frontiere rivolte verso il futuro e che si dia dei limiti etici.
È possibile che queste semplificazioni: libertà, laicità, progressismo,
difesa della donna, supporto della scienza prevalgano.
E’ fortemente possibile che si crei una miscela emotiva tra questi argomenti. E,
dunque, che vincano i SI. Sento il dovere di dirlo, dichiaro oggi le mie
convinzioni.
E dico, allo stesso tempo, che non sento come nemici i fautori del SI. Nelle
loro motivazioni, trovo spesso una spinta in buona fede.
In un manifesto firmato con altri scienziati, Jacques Testart (grande
scienziato della biologia della riproduzione e uno dei fondatori della
fecondazione in vitro) scriveva: “crediamo che la lucidità debba prevalere
sull’efficacia, e la direzione sulla velocità; che la riflessione debba
precedere il progetto scientifico invece che seguire all’innovazione”.
Non è molto diverso da quel che scriveva nel lontano 1651 Thomas Hobbes nel
Leviatano: “la scienza è la conoscenza delle conseguenze, e la dipendenza di un
fatto dall’altro”.
La biopolitica interpellerà il legislatore in modi stringenti, oggi
imprevedibili, nel secolo che è iniziato.
Pur avendovi torturato con un’ora di discorso, e molte argomentazioni, vorrei
dichiarare qui in conclusione la debolezza, la fragilità, la non conclusività
delle mie stesse argomentazioni. Possono e debbono essere discusse, e criticate.
E la passione con cui ho in questi mesi riflettuto e oggi parlato va sottoposta
a verifiche crude, a un confronto esplicito ed aperto.
So che un politico è meno informato e preparato di uno scienziato, è meno
sensibile di un medico; è meno profondo di un filosofo. E tuttavia è più
responsabile di tutti.
Dunque, deve studiare, ascoltare, dialogare nel campo bioetico e sentire il
dovere del dubbio soprattutto di fronte a limiti che vengano attraversati
irreversibilmente.
Quindi, impegniamoci a tenere alto il dialogo sui temi della biopolitica. A
monitorare e a migliorare le leggi, a mettere sotto aggiornamento i nostri
giudizi.
Un bellissimo articolo che ha scritto alcune settimane fa sulla Stampa una
donna, laica anch’essa, come Barbara Spinelli, ci richiama all’altro Huxley,
Aldous, e alla sua descrizione, nel 1932, del “Brave New World”: con la casta
degli eccelsi, la casta dei meno eccelsi, la casta degli infimi; un mondo in cui
la vita è predeterminata in base alla clonazione, assistita dalla fabbricazione
di schiavi destinati a fornire parti di ricambio per i trapianti.
E rilancia qualcosa che a mio avviso è alla radice della vita delle persone, e
tra i fondamenti civili e umani dell’agire pubblico. Solo il Selvaggio, ricorda,
resta estraneo a questa folle utopia della costruzione del mondo perfetto: “ciò
per cui si batte è il diritto a mescolare la gioia con l’ infelicità, il sesso
con l’amore, l’estasi imbecille con la malinconia”.
Vi ringrazio.
Roma, 3 giugno 2005.
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