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Di seguito la pubblicazione della Camera con le questioni poste dall’on.
Rusconi al Ministro Moratti, durante l’audizione formale del 15 ottobre.
Commissione VII - Cultura scienza e istruzione
Resoconto stenografico dell'audizione - Seduta di martedì 15 ottobre 2002
(stralcio pag. 22/23 intervento on. Rusconi)
ANTONIO RUSCONI. Riservandomi eventualmente di consegnare un testo scritto,
dico subito che non vorrei spezzare il clima di cordialità e che parlerò
soltanto della scuola, per ragioni di tempo. Le votazioni di oggi, sugli
emendamenti presentati alla finanziaria, pesano come un macigno, almeno per
quanto mi riguarda. Tutti gli emendamenti da noi presentati sulla scuola sono
stati respinti, anche quelli la cui approvazione ci era sembrata scontata.
Farò alcuni esempi, nella speranza che lei, signor ministro, ci aiuti a
recuperarli; abbiamo chiesto, circa la riduzione del sostegno, che almeno gli
alunni certificati fossero garantiti, ma ci è stato detto di no. È stata
respinta la proposta con cui abbiamo chiesto che i progetti pluriennali,
comportanti il completamento delle 18 ore e già autorizzati dal Ministero,
costituissero una delle eccezioni al primo comma dell'articolo 22 del disegno di
legge finanziaria per il 2003. Quindi, è difficile non essere avviliti, anche
se ho apprezzato il tono della sua relazione; a differenza dei colleghi, ho
trovato il suo intervento alquanto preoccupato e ne ho condiviso le
preoccupazioni. Vi ho anche scorto la volontà di ricercare soluzioni a problemi
reali.
Il primo aspetto è il seguente: in questa finanziaria, la scuola ha un ruolo
secondario. Rispetto a ciò, non mi si può rispondere che altri l'hanno già
fatto; mi sembra un pessimo modo, davvero della «vecchia politica»...
PRESIDENTE. Mi scusi, altri hanno già fatto cosa?
ANTONIO RUSCONI. Mi riferivo ai precedenti Governi di centrosinistra. Ebbene,
mi sembra un pessimo modo di affrontare il problema, se tutti crediamo che la
scuola sia una priorità. Ho visto questa maggioranza scegliere priorità ed
urgenze per il paese; l'ha dimostrato anche recentemente, senza entrare in
polemica diretta. Non penso di essere l'unico parlamentare che, di fatto,
desidera la predisposizione di un progetto globale del sistema scolastico nel
quale sia chiaro che la scuola è una priorità, che scaldi gli animi, la
passione e gli ideali dei capigruppo di maggioranza e minoranza e che recuperi
risorse ed impegni di bilancio. Vorrei non si facessero più campagne
denigratorie, ad esempio verso i 18 mila insegnanti che non insegnano. Parliamo
anche degli oltre 7 mila che occupano posti vacanti di dirigenti scolastici e
dei mille impegnati nelle scuole all'estero, che mi auguro non vogliamo
chiudere; dei 500 che sono in mandato amministrativo, o parlamentare come il
sottoscritto, che non costano nulla. Parliamo soprattutto del problema dei
piccoli comuni che rischiano, in base al numero di alunni, di vedere eliminata
la loro autonomia. Già questa mattina su alcuni organi di stampa vi era un
piccolo elenco diviso per provincia di istituti che rischiano ciò.
Vorrei soffermarmi ancora su tre brevi aspetti. Per quanto riguarda la
sperimentazione, il numero di 236 scuole è esiguo. Lo SNALS, che non passa
certo per essere un sindacato schierato con il centrosinistra, afferma che si
tratta di una sperimentazione improvvisata e debole e che non potrà avere un
grande esito anche perché il campione di scuole è troppo esiguo.
Faccio un appello sul tema delle 18 ore. Di fatto si chiuderanno i servizi di
biblioteca, in alcuni posti lo hanno già fatto, con le 24 ore dello scorso
anno. Addirittura arriveremo al recupero scolastico, ai debiti scolastici a
pagamento. Ed inoltre si copriranno molto parzialmente le supplenze brevi.
Auspico anche uno studio sull'aumento dei ricorsi perché dal momento che la
quota di supplenze è molto limitata, i dirigenti scolastici finiscono per
suddividere le materie in materie di serie A e materie di serie B; dove coprire
le supplenze e dove farne a meno.
Vi è infine il problema dell'edilizia scolastica rispetto agli impegni entro
il 2004 degli enti locali. Ricordo che un nostro emendamento al riguardo è
stato bocciato questa mattina. Vi è poi il discorso della legge n.440 del 1997
che rischia di far scoppiare una guerra tra poveri, ovvero tra enti locali ed
istituzioni scolastiche.
Mi permetto di fare due ultimi appelli. Condivido, con l'amico Garagnani,
molti ideali - e mi auguro anche molti valori - al di fuori di questa sede. Oggi
però, in qualità di relatore, mi ha contestato quando ho affermato che sono
orgoglioso degli insegnanti che comunque ci sono nella scuola, dicendo che egli
non garantisce sulla qualità degli insegnanti «presenti».
Non so se con il termine «presenti» si riferiva solamente al sottoscritto,
cosa che - lo dico per sdrammatizzare - sarebbe in tal caso motivata...
(Commenti)
Vorrei che partisse un appello da parte del ministro a riconoscere il valore
di questi insegnanti. Di fatto essi vengono da un anno di umiliazione; non si è
fatto molto per incoraggiarli; se continuiamo a fare certe dichiarazioni come
quelle che abbiamo sentito oggi, assistiamo - per fare una battuta - alla
parodia di Dorian Gray, cioè dove si descrive un corpo insegnante che invecchia
sempre più, addirittura sembra esangue, non lo si incentiva, anzi si attua
un'opera denigratoria sull'operato, ma alla fine si ha il risultato di una
scuola che migliora dopo l'esito di questa finanziaria. Sembra la parodia del
famoso quadro.
Infine, sulla legge n. 62 del 2000 sottolineo che la libertà educativa
interessa anche noi. Se non ho sbagliato nel leggere le tabelle, vi sono le
stesse risorse con un numero maggiore di istituti riconosciuti; il che vuol dire
che ogni istituto avrà una quota di risorse inferiore. Siccome ritengo che vi
sia un unico modo per credere veramente nella libertà educativa, destinarvi
cioè qualche risorsa in più, mi sembra che questa sia una valutazione
negativa.
Ho apprezzato molto l'invito del Presidente della Repubblica, ed in parte
anche quello del ministro, in occasione dell'apertura dell'anno scolastico. Se
però a quello che abbiamo sentito quel giorno ci crediamo veramente - non ho
motivo per dubitarne signor ministro - allora siamo sicuri che la legge delega,
che sottrae al dibattito parlamentare la discussione degli aspetti più
importanti della riforma della scuola, sia lo strumento utile? Secondo, me non
aiuta a fare in modo che maggioranza e minoranza lavorino insieme.
In conclusione, chiedo alla presidenza l'autorizzazione ad allegare, in calce
al resoconto stenografico dell'audizione odierna, il testo di considerazioni
integrative al mio intervento.
Allegato: considerazioni integrative dell'intervento del deputato Antonio
Rusconi
Penso che lo scopo dell'audizione in Commissione cultura, scienza e
istruzione del 1o ottobre da parte del Ministro Moratti abbia avuto anzitutto
per noi tutti la necessità di un chiarimento, finalmente di una ripresa in
Commissione di un confronto e di un dibattito sul tema della scuola, ambito che
anche nella recente presentazione della «finanziaria 2003» occupa un ruolo
secondario rispetto soprattutto alle premesse e alle promesse di cui la
maggioranza di Governo e il ministro si erano fatti garanti.
Il primo aspetto dunque che ci si propone oggi è quello di comprendere,
capire come si possa «migliorare la scuola» nella qualità dei contenuti, nel
livello di attenzione educativa, nella modernità e nell'innovazione delle
proposte, continuando a sottrarre risorse, eliminando posti di lavoro,
sopprimendo cattedre, sostegno all'handicap, sezioni nei piccoli comuni. E
d'altra parte dobbiamo dare atto e riconoscere al ministro che le notizie che
filtrano attraverso la stampa da Palazzo Chigi, evidenziano un costante e
fattivo suo impegno per evitare «tagli» ancora più pesanti: di fatto è
difficile negare dagli articoli dei più grandi quotidiani nazionali in questi
giorni che la scuola, insieme agli enti locali, sono gli ambiti più sacrificati
dal disegno di legge finanziaria per il 2003.
E allora, riprendendo un celebre motto di Oscar Wilde «Fatevi domande: le
risposte le sanno dare tutti», vorrei in questa occasione proporre le
questioni, i problemi, le contraddizioni che dirigenti scolastici, insegnanti,
famiglie, alunni, si pongono in questi primi mesi di inizio anno scolastico,
partendo da una premessa che richiede però una risposta precisa: il Governo e
la maggioranza hanno dimostrato, proprio recentemente con il famoso disegno di
legge Cirami, di avere la forza numerica e la capacità politica di scegliere le
priorità e le urgenze per il paese anche rispetto alla calendarizzazione degli
impegni del Parlamento: penso di non essere l'unico parlamentare o l'unica
persona attiva nel mondo della scuola che si domanda quando un progetto globale
del sistema scolastico e formativo diventerà priorità, scalderà gli animi, le
passioni ideali dei capigruppi di maggioranza, troverà, come si è fatto per
altre leggi, risorse e impegni di bilancio, perché, per assurdo, i dati della
finanziaria per il mondo della scuola sono chiari e facilmente interpretabili.
Infatti, solo ora, si comprende la campagna denigratoria iniziata da ormai un
anno, che evidenzia come area di spreco i 18.000 «insegnanti che non
insegnano», senza premettere che oltre 7.000 sono fuori cattedra perché
impegnati a coprire posti vacanti di dirigenti scolastici, in attesa di regolare
concorso, oltre 1.000 impegnati nelle scuole italiane all'estero, 500 e oltre in
mandato amministrativo o parlamentare, come il sottoscritto, che non gravano per
nulla sul bilancio dello Stato; il tutto per poter nascondere più facilmente le
aride cifre di risparmiare sui tagli al personale in servizio: 242 milioni di
euro nel triennio 2003-2005 (si pensi solo alle 1.200 cattedre «sparite»
quest'anno in Lombardia).
La coerenza, dunque, come scrive e afferma in più occasioni il Ministro
dell'economia e delle finanze è che «la ridefinizione di ruoli e di compiti
del personale» si fondi «sul presupposto che siproceda alla concreta
realizzazione del contributo al processo riduttivo della spesa».
Se analizzati dunque secondo un ferreo criterio ragionieristico, anche i
provvedimenti degli ultimi giorni hanno una logica coerente e comprendo pure la
grave preoccupazione di tanti piccoli comuni sul futuro dei loro istituti visto
che le 2000 strutture scolastiche con rapporto alunni/docenti inferiore al 9,5
per cento potrebbero essere accorpate ad altre, risparmiando i costi per i
dirigenti e i direttori amministrativi.
E allora vorrei passare in breve ad altri quesiti: sull'inizio della
sperimentazione, di cui solo il 1o ottobre si è conosciuta l'identità delle
236 scuole, vorrei citare due brevi giudizi di sindacati noti per la loro
autonomia: lo Snals, infatti, afferma che si tratta di «una sperimentazione
improvvisata e debole, che non potrà avere un grande esito, anche perché il
campione di scuole è troppo esiguo (3 per cento) per avere validità
scientifica; mentre la Gilda rincara dicendo che «la realtà è che oggi
nessuno sa quando la sperimentazione partirà effettivamente».
Riguardo invece all'obbligo minimo della cattedra di 18 ore in orario, con la
conseguente abolizione delle ore a disposizione, si prende atto che si chiudono
i servizi di biblioteca, sarà ridimensionato il sostegno e l'attività di
recupero scolastico, si copriranno molto parzialmente le supplenze brevi, con
l'unica certezza, già sperimentata in parte quest'anno, di un aumento
consistente dei ricorsi, perché le classi vengono private di una parte delle
ore di lezione per materia che, paradossalmente, vengono certificate a fine
anno.
Si prende atto inoltre della riduzione dei progetti delle prime classi della
scuola elementare a tempo pieno, di una scuola che per il blocco delle
assunzioni si rassegnerà ad essere «anagraficamente» più vecchia impedendo
di fatto a giovani capaci e entusiasti di scegliere l'insegnamento, come
professione; di una edilizia scolastica ancora priva di adeguati fondi, mentre
per esempio permane l'impegno per enti locali e scuole di adempiere agli
obblighi sulla sicurezza prevista dalla legge 626 entro il 2004.
E non si possono dimenticare altre questioni che il mondo della scuola pone:
la riduzione dei finanziamenti, in particolare sull'autonomia, previsti dalla
legge 440 stanno scatenando una «guerra tra poveri», ovvero tra dirigenti
scolastici e amministratori dei comuni, per recuperare fondi per iniziative
culturali e spese generali; la fuga di docenti dagli IPSIA a seguito della
proposta di legge sul doppio canale, la mancanza di qualsiasi dibattito e
confronto di giudizio sulla nuova maturità, soprattutto rispetto al quadro
europeo dove vige il principio, molto chiaro, della distinzione tra formazione e
valutazione, mentre permane il valore legale del titolo di studio con la
relativa valutazione del voto finale.
Penso, inoltre, all'obiettivo che riguarda la lingua inglese, all'emendamento
Napoli già bocciato in finanziaria 2002 e la successiva circolare 77 dell'8
luglio 2002 che stabilisce che non potranno essere attivati posti in più per
insegnanti specialisti, alla riduzione dei docenti di sostegno, alla riforma
degli organi collegiali che, dopo aver affrontato la discussione generale in
aula, si è improvvisamente arenata.
Infine, mi premono due considerazioni: i finanziamenti sulla legge 62 sulla
libertà educativa non hanno avuto quegli incentivi che le promesse elettorali
sembravano prevedere, anzi appaiono procedere con lentezza i riconoscimenti dei
requisiti per i nuovi istituti e i rapporti ancora non chiari tra riforma della
scuola e progetto di legge sulla devolution.
Infine, vorremmo raccogliere l'appello autorevole del Presidente della
Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per l'inizio dell'anno scolastico e pure
l'invito recente del Presidente del Consiglio a lavorare insieme: ma come si
può coniugare o semplicemente investire in questa proposta se non rinunciando
allo strumento della legge delega che sottrae al dibattito parlamentare la
discussione degli aspetti più importanti della riforma della scuola? |