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Convegno "Dopo la finanziaria la scuola riparte

Intervento di Antonio Rusconi - Roma – 30 gennaio 2007

Con la presente si trasmette una sintesi dell’intervento dell’on. Rusconi al convegno “Dopo la finanziaria, la scuola riparte”, svoltosi martedì 30 gennaio a Roma presso la sede della Margherita, che ha visto la presenza di oltre duecentocinquanta “attori” del mondo della scuola e l’intervento, tra gli altri, del Ministro Fioroni, della sottosegretaria Maria Letizia De Torre, dell’on. Silvia Costa, dell’on. Enzo Carra e della sen. Albertina Soliani.
“Un sentito ringraziamento per la vostra così numerosa e appassionata partecipazione con l’impegno e l’obiettivo di riorganizzare la Consulta Nazionale della Scuola della Margherita, per la quale chiedo la disponibilità, nei prossimi giorni, di tutti i componenti uscenti, nuove generosità per far crescere il partito con diverse esperienze, di strutturarci anche operativamente con un vice presidente esecutivo, con riunioni periodiche e con riferimenti autorevoli sia a livello regionale che provinciale, convinto che l’urgenza di costruire anche nel settore scuola un partito della Margherita forte e impegnato sia la condizione indispensabile per avviare una costruzione effettiva del Partito Democratico che passa inevitabilmente per una reale condivisione del programma. Un partito è nuovo e non un nuovo partito se cresce dal basso, dal confronto con gli elettori, se non è solo una fusione fredda di dirigenti nazionali e locali, ma se suscita passione, entusiasmo, pathos, se ha un progetto e programmi condivisi, se, diremmo con un’espressione un po’ inusata, “fa storia”: per questo stiamo già organizzando con il responsabile Scuola dei Ds, Andrea Ranieri, il Ministro Fioroni, il vice ministro Bastico, i sottosegretari De Torre e Pascarella, un convegno per costruire “la scuola del Partito Democratico”, tra circa un mese, che, penso con certezza, sarà senz’altro arricchito dai contributi dell’incontro odierno.
Partendo dunque dal primo aspetto da esaminare, ovvero i cambiamenti nella Finanziaria che riguardano il mondo della scuola, definirei l’obiettivo raggiunto con uno slogan, ovvero la concretezza di un impegno per evitare che la declamazione dei valori, ovvero quanto abbiamo scritto nel nostro programma, sia altro rispetto ai propri comportamenti.
Abbiamo intrapreso la strada che la scuola italiana diventi una priorità per il Paese?
Evidenzio sinteticamente alcuni punti:
in una finanziaria dell’importo di 35,4 miliardi di euro, nessun taglio sostanziale alle risorse della scuola, a differenza di altri ambiti, come l’università, che pure ci stanno molto a cuore e che meritano anche da parte del nostro partito una riflessione ulteriore;
assunzione di almeno 150.000 precari come docenti e 20.000 ATA per dare continuità didattica nella scuola e risposte concrete al dramma di tante persone che ogni anno vengono “spostate” da un ente all’altro senza alcuna certezza né garanzia lavorativa;
per lo stesso motivo piano di assunzione in ruolo triennale per i dirigenti scolastici precari ad esclusivo merito della Margherita, perché la continuità didattica è tanto più importante quando ne sono destinatari coloro che si indicano come i massimi responsabili della scuola, i manager che dovrebbero diventare riferimento con società civile, mondo imprenditoriale e associativo;
rifinanziamento per 100 milioni di euro per le scuole paritarie, prioritariamente per quelle dell’infanzia e impegno al governo con un ordine del giorno approvato a trovarne altri 55 per pareggiare lo stanziamento dello scorso anno. Su questo aspetto, mi sembra però importante fare alcune precisazioni: io –lo confesso- provo un reale senso di invidia per le capacità comunicative dell’on. Berlusconi che ha condotto una campagna elettorale come garante della libertà educativa e della difesa degli enti scolastici di cultura cattolica, mentre aveva tolto dal bilancio preventivo 2007 sul fondo unico per le scuole paritarie 155 milioni di euro. Ebbene, io sono convinto del ruolo pubblico fondamentale di queste scuole nel sistema pubblico nazionale, sono altresì sicuro che in tanti piccoli comuni le scuole paritarie per l’infanzia sono le uniche, rappresentano su tutto il territorio nazionale quasi il 50% di tutto il servizio e sono dunque indispensabili per la loro funzione educativa e didattica. Sono consapevole che la legge 62/2000 sulla parità scolastica attende una piena realizzazione, ma come è possibile ricevere documenti che ci rimproverano di aver ridotto i fondi sulle paritarie, quando è stato difficilissimo in una finanziaria dove si litigava su quali capitoli effettuare i “tagli”, aggiungere 100 milioni a un fondo dove i tagli erano stati effettuati dal precedente governo? In ogni caso ci siamo incontrati recentemente con il ministro Fioroni per verificare la possibilità di recuperare i 55 milioni e ripristinare il finanziamento precedente;
obbligo all’istruzione fino a 16 anni con possibilità di effettuarlo presso centri di formazione professionale convenzionati con la Regione. Alcune precisazioni su questo aspetto: l’obbligo è vincolato all’innalzamento dell’entrata nel mondo del lavoro a 16 anni, eliminando l’ambiguità presente nel concetto e nel provvedimento sul diritto-dovere previsto dalla “riforma Moratti” che manteneva a 15 anni la possibilità per l’inserimento nel mondo del lavoro. E’ inoltre importante sottolineare che la competenza esclusiva sulla formazione professionale rimane alle Regioni che sono “libere” di organizzare, riconoscere e finanziare i diversi corsi secondo criteri autonomi. In finanziaria compare la possibilità e la volontà che lo Stato riconosca e accrediti quegli Enti e quei corsi, minimo triennali, e che portino all’ottenimento di una qualifica regionale, che sono inseriti all’interno dei percorsi per l’obbligo all’istruzione. Tale passaggio, pur difficile, è sicuramente necessario, come i diversi responsabili regionali ben conoscono, perchè sarà assai limitata nei prossimi anni la possibilità di finanziamento dei Fondi Sociali Europei;
per i libri di testo, viene esteso al biennio delle superiori l’attuale gratuità totale o parziale per i testi previsti per la scuola dell’obbligo;
sul tema dei disabili, il superamento della proporzione fissa ( 1: 138 ) per il sostegno scolastico con l’impegno a individuarlo per ogni caso certificato, cercando di valutare l’opportunità di separare strumenti e risorse tra coloro che sono di fatto diversamente abili e il cui inserimento positivo nella scuola è fondamentale per la successiva realizzazione lavorativa dagli enormi problemi aumentati negli ultimi anni di alunni extra-comunitari che non conoscono la lingua italiana, collocati spesso ad anno scolastico iniziato, rispetto ai quali quasi sempre gli insegnanti non hanno a disposizione gli strumenti necessari di mediazione culturale;
autonomia scolastica: istituita l’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica con compiti di ricerca su educazione e pedagogia, di formazione del personale della scuola, di collaborazione con enti locali e regioni e sinergie anche a livello internazionale;
fondi scuola: semplificazione della gestione finanziaria per ogni istituto scolastico attraverso un fondo per le spese per il personale ed uno per le spese di funzionamento;
edilizia scolastica e sicurezza: stanziati 250 milioni di euro nel triennio per l’edilizia, cui si aggiungeranno finanziamenti di regioni ed enti locali di pari importo. Il 50% dei fondi sarà destinato alla sicurezza e alla messa a norma degli edifici scolastici.
Sicuramente di tutti questi interventi, il più necessario di approfondimento e il più discusso all’interno della maggioranza di centro-sinistra è il tema della formazione professionale riferito all’obbligo di istruzione: a mio parere, con i provvedimenti inseriti in finanziaria viene restituito un ruolo fondamentale ai centri di formazione professionale per il sistema scolastico nazionale, ridotti dalla riforma Moratti a “serie C”, perché, come ribadivo in recenti interventi su “Europa” e “Il Sole 24 Ore”, erano subordinati al ruolo che avrebbero avuto gli Istituti Professionali di Stato destinati ad essere “regionalizzati” con il relativo personale.
Ribadisco questo concetto, perché conosco che dal mondo della formazione professionale è giunta più volte la richiesta di modificare il testo approvato in finanziaria. Personalmente ritengo che dopo l’emendamento approvato alla Camera che tranquillizzava gli enti che “fino alla messa a regime” del presente provvedimento, rimaneva in vigore la precedente normativa, la situazione sia stata definitivamente chiarita.
L’urgenza è, invece, un confronto fattivo in questi mesi nella Conferenza Stato – Regioni per l’attuazione delle modifiche del titolo V, ricordando che allo Stato dovranno rimanere le norme generali e i principi fondamentali, alle Regioni la programmazione scolastica.
La scelta dunque del biennio unitario e non unico è pure nella direzione di evitare la dispersione scolastica e di favorire l’inserimento fattivo ed effettivo dei disabili nel mondo del lavoro, peraltro vigilando affinché siano valutate e garantite l’uniformità e la serietà degli enti e dei corsi. Vi è inoltre il problema della non-terminabilità dei corsi con l’obbligo esteso fino a 16 anni, su cui indica un possibile iter l’ultimo decreto della scorsa settimana. In conclusione di questo argomento, mi sembra opportuno evidenziare i concetti di libertà di scelta e pari opportunità per tutti, dove lo Stato ha il dovere di garantire a tutti le medesime opportunità di affermarsi con una pluralità di proposte, che chiuda definitivamente con una cultura datata e fuorviante che sosterrebbe la tesi che ai CFP si iscrivano solo i figli delle famiglie di disagiate condizioni.
Sul secondo punto in dibattito oggi, ovvero la riforma degli esami di stato, come relatore penso di poter riassumere il concetto fondamentale in un’espressione, “il dovere di restituire dignità alla prova di maturità”: in questa direzione si giustifica il ritorno alle commissioni miste con metà dei docenti esterni e un presidente, non più solamente notaio, ma ogni due classi, le difficoltà inserite nel percorso dei “privatisti”, nelle cosiddette scuole a piramide rovesciata, ovvero senza tutte le cinque classi previste, che nulla hanno a che fare con la serietà delle scuole paritarie, alunni privatisti che in questi anni sono aumentati da 300 a 19.000, arrivando ormai al 20% dei maturati.
Inoltre si sottolinea l’importanza di una prova seria per l’alunno, che magari pochi mesi dopo deve affrontare colloqui di lavoro con esaminatori sconosciuti e come il confronto con colleghi provenienti da altre scuole diventi una verifica per gli stessi docenti e per la serietà dei relativi programmi.
Infine il tema fondamentale rimane quello di mantenere o meno il valore legale del titolo di studio, il cui mantenimento, per me positivo, deve garantire criteri di giustizia tra gli alunni delle diverse classi, perché il voto finale può diventare determinante per una possibilità o meno di un colloquio di lavoro o, come prevede la nuova norma, un più facile o difficile accesso all’ammissione ai corsi universitari a numero chiuso.
E in conclusione mi sembra necessario illustrare i contenuti e offrire spunti per il dibattito per i provvedimenti inseriti nel decreto approvato dal Governo lo scorso 25 gennaio e nel disegno di legge preannunciato: si può indubbiamente discutere se è opportuno che norme di questo genere facciano parte del “pacchetto sulle liberalizzazioni”, certamente però occorrevano decisioni urgenti per evitare i continui problemi di edilizia scolastica che anni di inutile predicazione della “liceizzazione della scuola italiana” avevano causato, rassicurare alunni, famiglie, docenti e dirigenti degli IPSIA che non sarebbero stati “dirottati” al livello regionale, per fermare l’emorragia della fuga di docenti in ruolo da quegli istituti. Occorreva però soprattutto restituire valore educativo e professionalizzante agli istituti tecnici, come previsto nel nostro programma dell’Unione, dalle sollecitazioni autorevoli di numerose associazioni imprenditoriali, dall’intervento finale del Presidente Prodi, nel vertice alla Reggia di Caserta, per promuovere e favorire lo sviluppo economico del Paese.
Ma interessanti sono pure le altre proposte emerse dal Consiglio dei Ministri di giovedì 25 gennaio: anzitutto la possibilità per le scuole dalla dichiarazione dei redditi del 2007 (quella da presentare nel 2008) di ottenere le stesse agevolazioni fiscali per le Onlus e le società sportive dilettantistiche: le nostre scuole devono ridiventare patrimonio e risorsa della propria comunità, aumentando la possibilità di avere opportunità economiche per l’innovazione e i laboratori.
Importanti sono anche gli obiettivi presenti nel disegno di legge:
l’adozione di appositi regolamenti ministeriali per snellire il numero degli attuali indirizzi di studio degli istituti tecnici e professionali (ridimensionando gli odierni eccessivi 911), per avere un monte ore di lezioni sostenibile per gli allievi, per prevedere più spazio per le attività di laboratorio, di tirocinio e di stage e per orientare meglio alle scelte universitarie e al sistema dell’istruzione e formazione tecnica superiore;
la predisposizione di linee guida, definite con il sistema delle Regioni e delle Autonomie locali, per realizzare raccordi organici tra i percorsi dell’istruzione tecnico-professionale e i percorsi dell’istruzione e formazione professionale effettuati da idonee strutture formative e per il conseguimento di qualifiche e diplomi professionali di competenza delle Regioni che rispondano ai livelli essenziali delle prestazioni e siano spendibili su tutto il territorio nazionale;
una delega al ministro della Pubblica Istruzione, da esercitare entro 12 mesi, per l’emanazione di decreti legislativi di riordino degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche;
il potenziamento delle funzioni delle giunte esecutive delle istituzioni scolastiche con funzioni di supporto e collaborazione alle competenze della dirigenza scolastica sulla base degli indirizzi espressi dal Consiglio di Circolo o di Istituto, in merito alle decisioni di rilevanza economico-finanziaria nonché in materia di gestione amministrativo-contabile delle istituzioni scolastiche autonome e di gestione delle risorse ottenute dalle donazioni o da altri contributi;
la possibilità di far partecipare agli organi collegiali e alla giunta esecutiva rappresentanti delle autonomie locali, delle università, delle associazioni, delle fondazioni, delle organizzazioni rappresentative del mondo economico, del terzo settore, del lavoro e delle realtà sociali e culturali presenti sul territorio;
l’arrivo, anche nelle scuole, della possibilità di istituire un “Comitato tecnico” per monitorare e supportare la corretta attuazione del piano dell’offerta formativa durante l’intero anno scolastico;
l’istituzione nel Bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione di un apposito “Fondo perequativo” con il quale il ministero potrà assegnare le risorse necessarie alle scuole che non siano state beneficiarie in maniera significativa di donazioni in loro favore per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa;
il rinvio di un altro anno dell’avvio del secondo ciclo di istruzione previsto dalla “riforma Moratti”, atto dovuto dopo il ripristino del ruolo degli istituti tecnici.

In conclusione, io rivendico la positività di questa iniziativa che non poteva essere rinviata nei tempi, ma come Centro- Sinistra dobbiamo essere attenti al metodo , al coinvolgimento del mondo della scuola, dell’università, delle professioni, dell’imprenditoria, del sindacato, all’ascolto e alla valutazione delle loro aspettative e osservazioni, alla condivisione del progetto.
Noi dobbiamo ammettere ( e per questo io mi prendo la mia parte di responsabilità ) che questo finora non è avvenuto, ripetendo l’errore di cui avevamo accusato il Ministro Moratti che convocava assemblee riservate presentando un progetto elaborato dal prof. Bertagna e da pochi altri.
Per questo non capisco chi ci accusa di aver usato troppo il “cacciavite” nel modificare la riforma Moratti . E’ stato importante non dare l’idea della “vendetta”, la scuola italiana ha bisogno di certezze e credibilità, non ripetendo la follia del 2001, quando per bloccare la riforma Berlinguer già in vigore, abolirono la stessa e la legge 9, consentendo cosi a 43000 quattordicenni di non frequentare più nessuna scuola.
Non bisognava dunque dare l’idea della vendetta, ma premiare la competenza e la capacità della scuola, come recenti nomine di dirigenti regionali e nazionali hanno dimostrato: occorre ricordare con un po’ di orgoglio che la scuola italiana funziona nonostante la politica. Noi, però, come maggioranza abbiamo un dovere: dopo aver cominciato bene e in fretta a riformare per urgenza, occorre ora presentare un disegno globale.
Dopotutto, uno dei personaggi meno conosciuti e meno stimati dei Promessi Sposi, don Ferrante, nella ovvietà delle sue considerazioni , ci indica la necessita di guidare gli avvenimenti.
“Ma cos’è mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida”.
Bene ha fatto dunque il Ministro Fioroni, forse anche per scaramanzia, a non volere a tutti i costi una sua riforma, ma toccherà alla nostra responsabilità di partito e di maggioranza offrire l’idea di un progetto condiviso, dove ad esempio la scelta della parità scolastica non può essere la difesa di privilegi della Chiesa o del mondo cattolico, ma la convinzione che la libertà educativa rafforza e completa tutto il sistema scolastico italiano.
Altri infatti pensano la libertà dell’individuo, noi, non per caso, diciamo la libertà della persona, l’individuo pensato già nel rapporto con gli altri e non lo Stato prima, non lo Stato tutto, ma lo Stato democratico, quello che Moro chiamò lo Stato del valore umano, quello che nasce da dentro la volontà popolare, quello che riconosce, che non viene prima, ma dopo la persona, dopo la società.
Appunto quest’idea della centralità della persona, l’esperienza maturata nei convegni dell’OCSE, ci insegnano che i Paesi che più hanno investito sulla funzione docente più hanno realizzato risultati eccellenti nelle loro scuole.
D’altra parte basterebbe rileggere e realizzare quanto proposto nel programma di Romano Prodi:
“Del resto non c’è processo di riforma del sistema educativo se non c’è coinvolgimento degli insegnanti che ne condividano progetto e percorsi. Sono quindi necessarie politiche di valorizzazione della professionalità di chi opera nella scuola, per restituire loro la dignità e il senso di una professione strategica per il Paese. Lo stato di forte disagio in cui versa il mondo della scuola deriva anche dal disconoscimento e dalla sottovalutazione della funzione e della autorevolezza sociale degli insegnanti. Non sono possibili riforme senza che i destinatari ne siano anche protagonisti; non si fanno buone riforme nonostante gli insegnanti”.
Si deve dunque considerare con soddisfazione la risoluzione del problema umano professionale di tanti precari, ma è urgente costruire e delineare una nuova modalità di reclutamento, un progetto non rinviabile nei prossimi mesi, come rendere ambiziosa questa professione, diremmo come sentirla una vocazione per tanti giovani capaci di cui la scuola italiana ha estremamente bisogno.
Per realizzare questo ed altri obiettivi serve un patto educativo per cinque anni per un progetto di scuola condiviso, che sappia rispondere alle due emergenze, alle due sfide che la scuola italiana richiede, a un di più innovazione e modernità e a un di più di educazione, per rimediare a tante emergenze e difficoltà, a cui la famiglia, che rimane pur sempre la prima agenzia educativa, non riesce a rispondere.
Sembrano molto opportune le parole di Kirkegaard nei Diari spesso citate da Mons. Ravasi: “La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e il megafono del comandante non proclama più la rotta ma quello che si mangerà domani”.
Negli ultimi anni si è cercato di dare alla scuola italiana risposte affrettate dovute più alla logica delle convenienze politiche che a un grande patto educativo condiviso con i protagonisti della comunità educativa: la scuola italiana ci chiede più serenità, più certezze, più serietà”.


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