Dati OCSE a Parigi: severo monito per la scuola italianaHo partecipato, su designazione del Presidente della Camera Casini, unitamente al collega On. Ranieli in rappresentanza della Camera dei Deputati, al Seminario di alto livello sul tema dell’educazione, riservato ai parlamentari dei paesi membri dell’OCSE, che ha avuto luogo a Parigi lo scorso 23 febbraio. L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) è stata istituita con la Convenzione di Parigi firmata il 14 dicembre 1960 ed entrata in vigore il 30 settembre 1961. Attualmente aderiscono all’OCSE 30 Paesi industrializzati, che rappresentano i due terzi dell’intera produzione mondiale di beni e servizi ed i tre quinti delle esportazioni complessive. I Paesi membri sono: Australia, Austria, Belgio, Canada, Corea, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Irlanda,Islanda, Italia, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria. L’adesione all’OCSE è condizionata all’impegno da parte dello Stato richiedente di avere un’economia di mercato ed una democrazia di tipo pluralistico. Il seminario ha affrontato in effetti il dibattito su tre relazioni, che riguardavano la prima, la presentazione dello studio PISA 2003 relativo alle conoscenze matematiche, la seconda, l’internazionalizzazione dell’insegnamento superiore, la terza, la qualità del personale insegnante. La prima sintesi dei risultati PISA (Programme for International Student
Assessmen) sulle prove di matematica dei quindicenni di quaranta Paesi tra i più
evoluti, ha rivelato una situazione, per l’Italia, con un livello molto basso,
col 31° posto complessivo su quaranta paesi analizzati. Il Nord Ovest e il Nord Est hanno punteggi analoghi e quelli di Francia e Svezia, il Centro ha un punteggio che coincide con quello medio dell’Italia, mentre le due aree del Mezzogiorno hanno un punteggio analogo a quello della Turchia, superiore solo, tra i Paesi dell’OCSE, a quello del Messico. Per quanto il confronto di singole parti dell’Italia con altri Paesi nel loro insieme non sia del tutto legittimo, esso fornisce un quadro evidente della portata della disparità legata al fattore geografico nel nostro Paese ed evidenzia la presenza e l’entità di uno svantaggio che ha una precisa collocazione geografica. Indubbiamente si tratta di un dato che non va né ingigantito né strumentalizzato, ma deve aiutare quanti operano per la scuola a una riflessione seria. In particolare ho ritenuto opportuno intervenire nel dibattito sul tema della dislessia e della discalculia, fenomeni che non sempre godono in Italia della necessaria attenzione, nonostante le recenti ricerche neuroscientifiche abbiano portato alle identificazioni il più possibile precoci del problema. Ai bambini affetti da questo “handicap”, infatti, raramente è proposto un sostegno scolastico e quasi mai con persone che abbiano una preparazione specifica. Il dato della motivazione degli insegnanti di sostegno (si pensi
all’assurdità di quanto previsto nella Finanziaria 2004 con la riconversione
“coatta” a questo ruolo degli insegnati soprannumerari) ha portato a riflettere
sulla selezione e sulla qualità del personale docente. Il piano di lavoro relativo ai futuri obiettivi dei sistemi di istruzione e di formazione fino al 2010, approvato dal Consiglio Europeo di Barcellona il 15 e 16 marzo 2002, considera dunque gli insegnanti gli “attori chiave di tutte le strategie intese a stimolare lo sviluppo della società e dell’economia”. In tale contesto, lo studio di Eurydice sulla professione docente, costituito da una serie quattro rapporti, costituisce un’iniziativa particolarmente utile. Incentrato sugli insegnamenti dell’istruzione secondaria inferiore generale, lo studio analizza quanto la formazione iniziale fornisca loro le competenze ritenute fondamentali per un corretto svolgimento delle loro funzioni. I rapporti esaminano casi di carenza o di esubero di personale docente nei Paesi europei e le misure prese per porvi rimedio. Infine, mettono a confronto le condizioni di servizio degli insegnanti in merito a questioni quali la stabilità lavorativa e le prospettive salariali. In conclusione, non deve sembrare casuale che, Paesi come Corea, Giappone e Portogallo, che nell’ultimo decennio hanno reso “ambiziosa” questa professione, oggi ottengano indici di qualità scolastica eccellenti. Forse questo, almeno, dovrebbe far riflettere il ministro Moratti sugli esiti della sua riforma. On. Antonio Rusconi | |||||||||
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