Lo sviluppo della ricerca del nostro paeseNon ci siamo. Se questa maggioranza voleva dare un sostegno concreto alle politiche di sviluppo della ricerca del nostro paese avrebbe dovuto prendere ben altri impegni rispetto a quelli contenuti nella mozione votata ieri dalla Camera con i soli voti della Cdl. Il viceministro Possa da mesi ripete che il governo si è assunto impegni finanziari significativi, con il fine di una spesa pubblica per la ricerca che sale dallo 0,6 all'1 % del PIL. Ma questa crescita non vi è stata e la stessa Corte dei Conti sottolinea l'incoerenza tra enunciazione degli obiettivi e allocazione delle risorse. Con amarezza, abbiamo dovuto constatare che sulla ricerca non si fanno passi in avanti e il governo dimostra chiaramente di avere poche idee e confuse. Restano infatti del tutto irrisolti i nodi concernenti il mancato rispetto dell'autonomia della comunità scientifica, il trasferimento da Genova a Roma, con l'accorpamento al CNR, dell'INFM (Istituto di fisica della materia) e la politicizzazione non solo dei CdA ma anche dei Dipartimenti e degli Istituti scientifici. La mozione dell'Ulivo, che la maggioranza ha bocciato, faceva riferimento invece ai migliori modelli organizzativi e funzionali presenti in Europa, quali il Max Planck tedesco e il CNRS francese, dove autonomia e libertà della ricerca sono pienamente tutelati. Si pensi che il Senato del Max Planck tedesco è eletto dai 1400 ricercatori che compongono la comunità scientifica e il 20% degli organi dai governi territoriali, mentre in Italia il governo non si premura neppure di sentire il parere obbligatorio della Conferenza Stato-Regioni sui decreti che, tra l'altro, sono incostituzionali per eccesso di delega. In Italia, la maggioranza ha la pretesa di dire ai ricercatori cosa devono ricercare e, persino, come devono farlo. Pensa ad una rigida separazione tra ricerca fondamentale di base applicata, dimenticando che non vi è nulla di più pratico di una buona teoria e che soltanto un individuo libero può fare una buona scoperta, come diceva Einstein. Al contrario delle più dinamiche realtà europee la destra sta creando un modello a forte condizionamento politico. Questa maggioranza di destra sta cambiando il ruolo, lo status, le funzioni del CNR, non più ente nazionale di ricerca ma ente strumentale e - in questo contesto di incertezza - prefigura, come dicevamo, l'accorpamento dell'IFNM al CNR. Il modello organizzativo e funzionale di questi istituti presenta una serie di fattori di forte innovazione dalla quale scaturisce l'esigenza di un sistema a rete, flessibile, capace di valorizzare l'autonomia e le competenze della comunità scientifica, con un forte impatto in termini di ricerca applicata ai settori chiave. Non una struttura piramidale, ma una struttura reticolare che valorizza l'interdisciplinarietà e la rete scientifica. Una rete che coordina 3000 docenti universitari e che ha solo 300 dipendenti, una rete scientifica che è stata capace di innovazioni sul piano dei rapporti contrattuali. Ma mentre si prospetta lo spostamento di RAI2 a Milano, surrettiziamente, nel silenzio, si chiude la porta di Genova dell'Infm per spostarla nella capitale. Considerazioni critiche queste che non provengono soltanto dall'opposizione, ma sono state espresse anche dalla conferenza dei direttori di istituto del CNR all'unanimità, dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica e persino da autorevoli rappresentanti della stessa maggioranza. Noi non crediamo che la mobilitazione odierna del mondo della ricerca sia banalmente assimilabile ad una logica corporativa. La nostra comunità scientifica non sta tutelando se stessa o piccoli interessi di parte: è preoccupata per come scelte sbagliate potranno precludere le potenzialità di sviluppo e la competitività del nostro paese. Lecco, 10 marzo 2003 | |||||||||
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